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Da alcuni decenni a questa parte Filippo Giordano ha riscoperto la metrica e ne ha fatto la sua bandiera con un uso pressoché costante, non per cantare “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, | le cortesie, l’audaci imprese…” di ariostesca memoria, ché anzi è lontano mille miglia da un mondo siffatto; lontano non solo per contenuto, ma anche per forma, privi come sono i suoi componimenti di rime e strofe classiche, ottave o terzine che siano. La sua è la riscoperta e rivalutazione di un ritmo (in genere l’endecasillabo) che non solo ha avuto larga fortuna nella nostra tradizione letteraria, ma che meglio si presta ad un impianto favolistico – narrativo qual è quello di Giordano.

Il titolo ci fa pensare al Leopardi; e del Leopardi c’è in questa raccolta di versi l’umana fatica e insoddisfazione della vita. Ma, variando leggermente il titolo della raccolta poetica del Pavese, questa di Giordano avrebbe potuto intitolarsi “Vivere stanca”: infatti Giordano ha del poeta delle Langhe non solo lo stesso andamento stilistico, ma anche certi soggetti, ambienti, lavori, e certo modo di vedere la vita. E, se poesia è contrario di prosa, in Giordano invece la poesia a volte diventa prosastica o addirittura prosaica – volgare.

Tutto è conseguenza di questa stanchezza del vivere, che vieppiù si palesa quando non vi sono chiari ideali; e allora costruire una giornata o dare una spiegazione a certi “perché” diventa una vera impresa anche se non ariostesca. Eppure tra un piscio e l’altro, tra una palata di concime e l’altra, covoni, muli, liti di bovari, tetti muffiti che gocciolano, “ran-cori” dei braccianti, parolacce del disoccupato “nemiche del mondo” e un fasullo “8 Marzo”, il poeta, impegnato com’è nel campo sociale e in quello sindacale, riesce a tendere poeticamente l’aereo filo per una colomba di pace che possa levarsi in volo a riconoscere “affiorati dalle viscere dei secoli | egli, tu, noi, come origano | fra l’erba, frammenti d’eterno”.

E così le strade di Giordano sanno odorare anche di prezzemolo, basilico e menta, di fascine d’erba fresca, di more, della fragranza del pane che ci nutrì nell’infanzia; e l’improvviso fruscio di un serpente suscita una vibrazione dell’anima; e le antiche favole di misteriosi tesori sotterranei infarciscono i sogni: “Sogni di povertà, nel dopoguerra | conditi d’insalate a base di cipolle”. E nei racconti serali dei bar giunge l’eco non solo di volpi e poiane, ma anche di effetti di luce nei sentieri dei boschi, dove “il giovane castagno ha giocosi | riflessi verdi di una intensa luce” e rami smaniosi d’intrecciare confidenze con gli uccelli.

Eppure in mezzo a ciò c’è un “taedium vitae” e nella calura estiva affiora un tarlo: “Spesso però mi vien da chiedere | cosa resterà, formica o cicala | che sia stato, dell’uomo oltre la morte”. Ma il poeta sa abbandonarsi lo stesso al fascino del sorriso d’una ragazza uscita dalla scuola o dei canti e balli della vendemmia; e la cornice dei biancospini entro cui fa l’amore lo spinge a ricercare il mistero che stende due persone sull’erba. In questo “tedium” il poeta non manca di deplorare l’inquinamento acustico e atmosferico, la lingua italiana usata dai potenti come discriminante dei poveri analfabeti, certi vezzi e raffinatezze contrari alla genuinità. La torrida estate siciliana fornisce stupende immagini al poeta: “Chi giungeva dalla strada del sud | a cavallo del vento africano | carezzava bisacce di grano…” il poeta sa cogliere l’incanto del paesaggio e ne fissa il giallo – oro dei campi, il rosso dei papaveri, il verde degli alberi, il bianco abbagliante del solstizio, quasi come in un quadro di Monet.

Filippo Giordano ha l’estro del pittore nel cogliere immagini e colori; perciò i versi di chiusura della raccolta sono proprio una immagine pittorica: “per questo il pittore distende | coltri luminose di tetti | a chiudere il tempo in gabbie di luce”: immagine che va al di là di un mero diletto pittorico per risolversi in chiave poetica.

La realtà è che questo poeta, pur cercandola o intravedendola, non ha ancora trovato la sua identità: dopo gli eroici furori dell’indimenticabile e forse insuperabile capolavoro Se dura l’inverno (1980), egli ha sì pubblicato altre valide raccolte di versi, ma sembra ancora alla ricerca dell’ubi consistam. Ed è qui l’origine del suo modo distaccato di percepire, osservare e descrivere il cosmo, della sua freddezza, della sua stanchezza. In fondo la sua è una forma di scetticismo o di fatalismo che ci fa pensare al Leopardi e al Verga; ma è tutto pavesiano il modo di accostarsi alla realtà e di riferirla: “Vivere stanca”.

Ciò non implica un giudizio morale, ma individua certi binari su cui viaggia la pur sempre affascinante poesia di Filippo Giordano.

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