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Girare attorno al piccolo per evocare il grande

La rivista “Vernice” di Torino nel suo numero 33/34 di giugno 2006 ha pubblicato un ampio inserto relativo a Filippo Giordano che di fatto – fra scritti del Giordano stesso, giudizi di critici e fotografie personali e familiari ha costituito un importante documento sulla formazione, produzione ed evoluzione umana e letteraria di questo scrittore di Mistretta (Messina) che nel giro di una trentina d’anni ha saputo ritagliarsi un considerevole posto nel panorama letterario italiano. Ora questo volume presenta all’attenzione dei lettori una cinquantina di schede sul Giordano, che sono a volte recensioni vere e proprie, lettere o interventi vari di personalità del mondo della cultura più o meno rinomate. Al riguardo, però, osserviamo che il titolo, tratto dalla nota d’uno dei critici, se andava bene per quella nota, non va bene per questo volume, per il quale risulta vago, mentre più opportuno ed efficace per il suo immediato significato sarebbe stato come titolo quello che ora è sottotitolo, e cioè 50 schede critiche su poesia e prosa di Filippo Giordano.

Queste schede contengono commenti ai libri “Rami di scirocco”, “Voli di soffione”, “Scorcia ri limuni scamosciata” e “Il sale della terra”; però, considerando che quasi tutti i libri di Giordano ripropongono anche scritti precedentemente pubblicati, in realtà i lusinghieri giudizi critici qui raccolti investono tutta la produzione di questo scrittore: il quale svolge un autorevole ruolo culturale nella sua località, ma specialmente grazie alla poesia – una poesia così ricca di pregnanza e musicalità – si è affermato anche in Italia. C’è da aggiungere che la contestuale presenza di svariati critici, d’alcuni dei quali si potrebbe dire che fanno tendenza, fornisce al lettore la gradita occasione non soltanto per rapportarne le voci, ma anche per saggiarne le problematiche linguistico – letterarie da loro incidentalmente sollevate nell’ambito delle stesse recensioni, lettere, note o interventi vari.

Da questo volume, per chi non lo sapesse direttamente dai testi, risulta evidente che in questi ultimi anni gli interessi del Giordano si sono rivolti al dialetto, di cui egli si è fatto esponente in alcuni volumetti di versi. Ciò, se da una parte rappresenta la riappropriazione dell’innocenza nativa e la valorizzazione delle radici culturali della comunità d’appartenenza (e pertanto indubbiamente è degno di lode), tuttavia dall’altra, qualora il poeta dovesse trascurare l’espressione in italiano, potrebbe portare a un fenomeno d'emarginazione o isolamento letterario, con la conseguente uscita dai circuiti nazionali, dato che il dialetto per sua natura cambia da regione a regione, da provincia a provincia, da comune a comune e spesso da parlante a parlante; e quell’idioma affascinante per un lettore di Mistretta può riuscire estraneo, ostico o addirittura ridicolo per un lettore d’altra località della stessa Sicilia; per non parlare d’altre regioni.

Dal punto di vista grafico-editoriale questo volume è elegante e maneggevole, pur nella semplicità dell’impaginazione, ma non mancano i refusi. Ad esempio, a pagina 86 la parola “Lumières” va corretta in “Lumière” e la frase “che fa riflettere con alti pensieri e d’attrarre” va corretta in “capace di far riflettere con alti pensieri e d’attrarre”, mentre a pag. 90 la parola “infintà” va corretta con “infinità”. Inoltre mancano alcuni corsivi.

Infine è degna d’essere menzionata anche l’attività saggistica di Filippo Giordano, il quale fra l’altro nel giornale messinese “Centonove” del 27.X.2006 ha riportato alla ribalta la figura di Maria Messina: una prolifica scrittrice verista, nata ad Alimena (Pa) nel 1887, vissuta a Mistretta e altrove, e morta a Pistoia nel 1944, la quale, sebbene sia stata in lunga corrispondenza col Verga (documentata da Giovanni Garra Agosta) e abbia pubblicato con le più importanti case editrici del Nord, poi è ingiustamente caduta in oblio.

Recensione
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