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Carmelo Ciccia

La brutta estate del ’43
e antologia di storie paesane

con note e commenti

1a edizione - 2004 • C.R.E.S. Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania
2a edizione riveduta - 2009 • Literary.it

© Tutti i diritti riservati all’autore

Indice e presentazione

La brutta estate del '43

Antologia di storie paesane


La brutta estate del '43
(memorie storiche, familiari e personali)

Brutta fu per me e per i miei congiunti, oltre che per gli altri miei parenti e i miei concittadini, l’estate del 1943. Avevo finito di frequentare la classe 3^ elementare, e la scuola si era chiusa con un mese d’anticipo perché si temevano i bombardamenti. Il mio paese natale, Paternò, in provincia di Catania, era sede di una guarnigione tedesca; e quindi non avrebbe potuto sfuggire ad un’incursione nemica. Ma, a sua volta, il paese ospitava parecchi catanesi, costretti a sfollare dalla loro città per lo stesso motivo: in primavera per ordine delle autorità erano state requisite case, singole stanze e quant’altro potesse servire ad alloggiare alla meglio gli sfollati, che così affollarono e vivacizzarono il mio paese.

In giugno e ai primi di luglio, però, chi possedeva qualche casa di campagna si era ritirato in essa e chi non la possedeva aveva cercato di farsi ospitare da altri. Ma i molti rimasti in paese vivevamo nell’incubo: quando fischiava la sirena dell’allarme ognuno si riparava come poteva; e, se si sentiva il rombo d’un aereo che passava sulle nostre case, i nostri cuori battevano fortemente, per paura di qualche bomba. Ciò avveniva particolarmente di sera o di notte, quando si doveva stare con lampade elettriche bluastre, scarsamente illuminanti. In previsione dei bombardamenti le autorità per ridurre il pericolo di schegge avevano ordinato d’incollare sulle vetrine delle finestre strisce di carta, le quali spesso per motivi estetici venivano confezionate a forma di croce di sant’Andrea, di fascio littorio, di svastica e di altri oggetti presenti nell’immaginario popolare.

Quando il 10 luglio gli anglo-americani sbarcarono nei pressi di Gela e i rumori dei bombardamenti facevano vibrare anche i muri della mia casa, nonostante che fosse così lontana, mia madre avvertì mio padre che — nel caso che fosse successo qualcosa, si fosse rimasti vivi e si fosse costretti a sfollare — noi ci saremmo diretti alla campagna di mia zia Grazia, nel feudo Ardizzone. Tornando dal suo lavoro di bracciante agricolo, lui — se vivo e sano anche lui — avrebbe trovato la chiave nascosta dietro il vaso del basilico e sarebbe venuto a raggiungerci lì.

La sera del 13 luglio un aereo alleato passò a bassa quota, mitragliando. Era una conferma dell’avviso che era arrivato qualche giorno prima al commissario prefettizio: questo era stato avvertito che il paese stava per essere bombardato e quindi invitato a fare sgombrare i civili. Ma egli non prese sul serio l’avviso: provvide a sfollare lui stesso con la sua famiglia e invece lasciò la popolazione “tranquilla”.

Infatti l’indomani — il fatidico 14 luglio 1943 — verso le ore 14 (ore 13 solari) avvenne l’incursione aerea: 12 bombardieri anglo-americani, provenienti da diverse direzioni, bombardarono il paese, lasciando circa 5.000 morti e molti feriti.

Quando si sentì il rombo dei bombardieri, mentre stavamo facendo pranzo con una misera insalata di limoni, io corsi sulla porta della casa. Ai primi colpi di mitraglia, per fortuna mia madre ci fece riparare tutti sotto i letti; e io, lasciata la soglia, dopo l’incursione vidi sullo stipite il segno di una grossa scheggia ad altezza d’uomo, che m’avrebbe ucciso se fossi rimasto un istante ancora affacciato.

Fu una strage. Chi come me in qualche raro caso sopravvisse, uscendo su quella che era la strada, rimase attonito e marchiato per tutta la vita:

“I lamenti e le grida accompagnarono i suoi passi. Ad ogni cumulo di macerie sentiva gemere. Quando qualche tratto di strada era libero, incontrava biciclette contorte, animali stramazzati, qualche vettura in fiamme, cadaveri maciullati o mutilati e membra in brani. A destra e sinistra, pali di telefono e telegrafo, e fili di corrente elettrica.” (C. Ciccia, “Vittime sotto il cielo”, in Storie paesane, Club Autori-Editori, Pordenone, 1976)

Ci salvammo tutti nella mia famiglia e nel mio parentado, però una mia sorella maggiore riportò una ferita alla testa per caduta di parte del soffitto. Subito mia madre ci ordinò di partire per lo sfollamento, passando prima da mia nonna Gaetana per vedere se era ancora viva. Prima di partire, con l’angoscia nel cuore pensai che non si sapeva quando saremmo ritornati; allora, sebbene piccolo, mi parve necessario portare alcune cose immediatamente necessarie e presi una guastella di pane, un coltello e un calendario murale, ponendomeli sotto l’ascella. E fui l’unico dei miei a portare via qualcosa.

Con le narici irritate dalla polvere e dal salnitro e con la gola strozzata dal pianto, andammo verso la casa di mia nonna, facendo il saliscendi sulle montagne di macerie. La porta di mia nonna era spalancata e in mezzo alla stanza d’ingresso troneggiava un cumulo di frumento: mia nonna e mia zia Rosa erano partite —vuol dire che erano vive e sane —, dimenticando nella fretta tutto spalancato. Mia madre chiuse la porta; e quindi ci avviammo verso la campagna di mia zia Grazia.

“Pietro [...] all’uscita dal paese incontrò un fiume di gente e si accodò. Altri lamenti e urli. Vide feriti e moribondi, vecchi sulle spalle dei giovani, donne in preda a convulsioni e bimbi che piagnucolavano senza sosta: tutti col viso annerito e i capelli arruffati. Si accorse allora che la sua sorte era la sorte di tutti gli altri. Da un’altura rivolse uno sguardo al suo paese e non riuscì a vedere altro che la collina del castello e un ammasso caotico di macerie, dal quale si elevava una nube di fumo, come da un’ecatombe.” (C. Ciccia, op. cit.)

Nella casupola della campagna di mia zia Grazia erano confluiti molti altri parenti, per un totale d’una trentina di persone. Dopo che ci fu dato del rabarbaro per rianimarci, si pose il problema di rifocillare questa massa di gente: io corsi fuori a prendere il pane che avevo posato su un sedile, ma con mio disappunto scoprii che esso era stato mangiato da un asino nel frattempo legato lì accanto. Per me, povero bambino, questa fu una tragedia nella tragedia.

Per dormire ci si organizzò così: donne e bambini — più di 20 persone — rimanemmo nella casupola, distendendoci o sull’unico alto letto matrimoniale o sotto di esso, per terra, su qualche asciugamano; gli uomini, invece, andarono a buttarsi sotto gli alberi d’arancio, riparandosi con qualche coperta.

Non restammo tanto in quella campagna: l’indomani un nuovo furioso bombardamento sembrava che facesse crollare la casupola; e noi poveracci non sapevamo dove ripararci, invocando in soccorso santa Barbara col cuore in gola. Quella casupola era troppo vicina al paese; e quindi fu necessario spostarci più a monte, sulle prime pendici dell’Etna.

Il 16 luglio, dunque, c’incamminammo verso la contrada Porrazzo, dove mia zia Concetta aveva una campagna con casupola. Qui però erano confluiti anche i parenti del marito di mia zia, che con noi formarono un totale di 60 persone. Il nostro ricovero fu una grotta sotterranea, dove dormivamo su giacigli di paglia, stando attenti a non sbattere la testa sulle numerosissime stalattiti taglienti del basso soffitto: cosa che purtroppo inavvertitamente accadde ad alcuni. La grotta aveva due entrate opposte, per la qual cosa il mio parentado entrava da una e il parentado del marito di mia zia entrava dall’altra. A metà della grotta poi era stato costituito un divisorio con sacchi pieni di vettovaglie.

In questa grotta dormimmo 20 notti. Essa era il nostro domicilio notturno. Per il giorno ogni famiglia si scelse un albero o un angolo di terrapieno. Alla mia famiglia toccò un ulivo secolare, che quasi ci abbracciava, posto su un pianoro in posizione leggermente sopraelevata. Grazie a Dio, eravamo al coperto e al riparo dal sole, almeno nelle ore di maggior caldo. Io piantai sul tronco il calendario che avevo portato; e quella fu la nostra dimora in quel periodo. Lì ci si lavava al risveglio, lì si mangiava quel che si poteva racimolare in quel periodo, lì le donne cucivano o stavano a chiacchierare e la famiglia si riuniva al tramonto. Come sedie usavamo sgabelli costruiti con tronchi intrecciati (specialmente di fèrula) e come tavola una “buffetta” (tavolinetto portatile, dal francese buffet) portata dal paese.

Naturalmente si era dovuta organizzare la vita economica e sociale della nostra comunità. Con mulinelli di pietra azionati a mano si produceva la farina necessaria, grazie ad alcuni sacchi di frumento posseduti da alcune famiglie: le donne, e anche noi ragazzi, a turno dovevamo lavorare di gomito per macinare così il grano, e a volte ci spellavamo le mani, dove comunque non mancavano ferite, scottature e irritazioni. Il pane veniva impastato nella casupola, la quale in realtà veniva abitata solo per questo servizio, essendoci paura dei bombardamenti; e anche durante la lavorazione del pane a volte le donne dovevano scappare e rifugiarsi nella grotta a causa di qualche bombardamento. Della pasta si faceva a meno. Come carne si mangiava quella di polli, anche se ammalati del cosiddetto “male” (strana malattia di quel tempo); qualche volta si mangiavano conigli o uccelli cacciati. Frutta e verdura erano solo quelle che si trovavano in quella campagna. Acqua: mentre nella campagna di mia zia Grazia, dov’eravamo stati due giorni, passava una canaletta d’irrigazione sempre piena, a Porrazzo non c’era acqua. Gentilmente un vicinante, che aveva un pozzo a motore, ci consentì d’attingere ad esso; ma per andare a questo pozzo, sito in contrada San Vito, bisognava attraversare lo stradone asfaltato e scavalcare muri, in modo da fare un percorso dritto e più breve. Si faceva a turno anche per andare a prendere l’acqua con recipienti vari. Una volta toccò anche a me e due miei cuginetti, ma proprio quel giorno si scatenò un altro furioso bombardamento, che ci terrorizzò. Restammo acquattati tutto quel tempo, con la paura d’essere colpiti da qualche scheggia, se non da qualche bomba; e dopo ritornammo piangenti alla grotta, senz’acqua. Da quel giorno noi bambini fummo esonerati da questo servizio.

Anche i grandi, però, incapparono in pericoli del genere: mia madre e due sue sorelle di tanto in tanto si recavano in paese per prelevare oggetti di necessità o di valore nelle nostre case, anche perché a volte alcuni poveracci, spinti dal bisogno, rubavano nelle poche case rimaste in piedi, senza paura dei bombardamenti; e una volta le due donne si trovarono in mezzo ad un bombardamento, che per fortuna fu breve e molto circoscritto. Mio padre e due miei zii a volte andavano con le biciclette nelle campagne di mia nonna per trovare viveri, ma dovevano passare attraverso i campi facendo giri interminabili per evitare d’imbattersi in qualche pattuglia tedesca. Di solito tornavano con frumento, patate, lenticchie, pomodori, zucche e altro. Una sera tornarono giulivi con tre barilotti, gridando “Abbiamo abbondanti viveri!”: folle di disperati avevano dato l’assalto ai magazzini della stazione, impossessandosi di barilotti di capperi, olive o semplice sale. Fu la manna: e con questi ci assicurammo il mangiare per alcuni giorni.

Si era stabilita solidarietà e confidenza fra i gruppi di sfollati e si praticava il baratto: “io do sale a te e tu dai zucchero a me”. E così si faceva anche con altri prodotti. In un gruppo vicino si producevano rustici zolfanelli, che servivano a varie contrade. Fu anche celebrato un matrimonio in un gruppo vicino al nostro: si sapeva che nelle vicinanze era sfollato un prete, lo si andò a cercare e questo celebrò il matrimonio.

Dopo qualche giorno giunse un mio zio militare, essendosi sfasciato il suo battaglione in conseguenza dello sbarco alleato. Questo zio ci teneva sempre allegri, con varie barzellette; ma spesso la sera, prima che ci addormentassimo, si divertiva a terrorizzarci profetizzando l’imminente caduta d’una bomba sulla grotta, che — a suo dire — sarebbe diventata la tomba di tutta la nostra famiglia; e una croce avrebbe ricordato questo massacro. Meno male che questa sua profezia non si avverò!

Mia nonna era la più anziana del gruppo ed era rispettata come una matriarca. Ma tra gli uomini il più anziano era mio padre; e per questo e per la sua corporatura statuaria, con un’altezza di quasi due metri, era rispettato anche lui, tanto che fu accettata da tutti la sua idea di collocarsi all’ingresso della grotta come un guardiano, ultimo ad entrare e primo ad uscire. A volte, però, la sua altezza gli nocque, quando, pure stando seduto (in parecchi punti della grotta non si poteva stare in piedi, nemmeno i ragazzi) sbatteva la testa sul soffitto roccioso. Poiché negli ultimi due giorni ci fu vietato di uscire dalla grotta se non per urgenti bisogni, essendoci una grande paura delle granate che arrivavano fin là, a lui il 4 agosto toccò di dover celebrare il 50° compleanno nella grotta; sicché egli passò tutto il giorno ripetendo: “50 anni nella grotta!”.

Nel gruppo non mancavano i bambini; e qualcuno aveva solo pochi mesi di vita, costituendo un ovvio problema per la sua mamma e per gli altri.

Un giorno corse voce che nei dintorni giravano tedeschi in cerca di donne da portar via; e allora fu dato l’ordine alle donne di restare qualche giorno nella grotta. Di tedeschi in quella zona ne passavano rari e a volte erano sbandati. Uno si presentò in un casolare con la pistola puntata, gridando non si capiva che cosa; ma fu ucciso dalla gente e sepolto in una buca. Uno dei miei zii che andava alla Piana ci raccontò che la stessa cosa era successa laggiù, dove l’ucciso fu sepolto sotto un albero.

I tedeschi fuggivano, lasciandosi alle spalle ponti fatti saltare e ferrovie interrotte: da un’altura della nostra contrada potemmo vedere l’esplosione del ponte Barca, sul Simeto; e gli adulti ci dissero che questo significava l’avvicinarsi della loro resa. Ma non solo questo: apprendemmo con orrore che i tedeschi, prima di lasciare Paternò, in un estremo atto di crudeltà, dopo avere sparso bidoni di benzina, avevano appiccato il fuoco all’ospedale da campo situato nel giardino Moncada, facendo morire nel rogo tutti i ricoverati e il personale.

La campagna in cui eravamo sfollati era una “chiusa”, terreno lavico a vegetazione spontanea, che produceva per lo più ulivi e fichidindia, con rare piante di peri, mandorli, fichi, viti e pistacchi. C’era però un vivaio d’aranci giovanissimi, di cui ricordo ancora l’intenso odore e le spine. Così pure ricordo le basse piante di lupini, capperi, porcellana e simili, specialmente pianticelle selvatiche che emanavano un gradito profumo. Dato il caldo estivo, spesso s’incontravano ciuffi di stoppie riarse.

La giornata di noi bambini cominciava al sorgere del sole. Anzitutto venivamo messi a disposizione degli adulti per i servizi necessari, aiutandoli nella macina del grano, nel trasporto di masserizie, nella pulizia di sentieri e spiazzi. Poi ci mettevamo a giocare, o cavalcando canne e bastoni come cavalli o ricavando oggetti — anche utili — da pezzi di legno e di pietra o facendo salti, corse, disegni sulla sabbia, ecc. Per aiutare la nostra comunità, un giorno ci venne in mente di conciare dei lupini e renderli commestibili. Raccogliemmo una certa quantità di questi legumi, li mettemmo in un gran barattolo per conserve già dismesso e vi aggiungemmo acqua e sale, che cambiavamo ogni mattina, quando anche ne assaggiavamo qualcuno per sentirne il grado di lievitazione. Purtroppo quando finì lo sfollamento i lupini non erano ancora pronti, e ci dispiacque buttarli via.

Nei pomeriggi andavamo alla scoperta del territorio, senza allontanarci molto dal gruppo; ed erano sempre scoperte interessanti. A volte scoprivamo un nido, una tana, un alveare; a volte restavamo attratti dall’aspro odore d’una menta, d’una nepitella, d’una salvia o d’una ruta, e tornavamo spesso in quel posto a bearci. Finita la frugale cena, al tramonto stavamo coi nostri congiunti; e dopo il rosario, le altre preghiere e i canti, ci trattenevamo a recitare o sentire recitare storie, favole, filastrocche, indovinelli: guardando il sole che declinava in mezzo ad una nuvola di fuoco, sognavamo di fare un girotondo coi bambini di tutto il mondo, orizzonti luminosi, viaggi lontani, paesi senza guerra, dove ognuno di noi potesse vivere in pace e senza miseria, esercitando mestieri e professioni redditizi e prestigiosi.

E meno male che in Sicilia d’estate non pioveva mai: se no, non so come avremmo potuto stare sotto l’ulivo (anche se gigantesco) o nella grotta (che si sarebbe potuta allagare, essendo sotterranea), anche nel caso d’un solo acquazzone! Peggio ancora, poi, se fosse stato autunno o inverno.

Negli ultimi giorni un aereo lanciò dei volantini con la notizia della prossima liberazione del paese: noi li leggemmo, stando in trepida attesa. Finalmente qualcuno c’informò che gli anglo-americani erano entrati a Paternò, cacciando via i tedeschi, e che quindi vi si poteva ritornare. Così la mattina del 6 agosto c’incamminammo verso il paese; e, dopo una sosta nella casina del feudo Ardizzone, dove fummo gentilmente ristorati, io, la mia famiglia e quella di mia nonna giungemmo alla casa di quest’ultima, dove restammo per circa un mese. In realtà io e i miei non potevamo andare a casa nostra, perché inabitabile. A casa di mia nonna io e i miei fratelli dovemmo dormire sul pavimento per mancanza di letti e di spazio, distesi su qualche coperta. In quel mese io stentai a dormire, nonostante che provenissi dal giaciglio d’una grotta, sia per la durezza del suolo sia perché pensavo sempre ai vari morti (da me conosciuti) che erano caduti a destra e a sinistra della casa.

A noi bambini era vietato uscire di casa (tranne che per andare nello spiazzo di fronte) per evitare che potessimo imbatterci in cadaveri putrefatti, disseminati ancora dappertutto. Per alcuni giorni l’aria fu appestata da un fetore nauseante quando le autorità decisero di bruciare i cadaveri, ammucchiandoli negli spiazzi dei quartieri. Con tutto ciò, cadaveri e membra umane rimasero dimenticati o nascosti di qua e di là; e ogni tanto, anche dopo molti mesi, saltava fuori un membro dilaniato o un osso consunto.

La sera dell’8 settembre avvenne un fatto strano: un aereo tedesco a bassa quota cominciò a mitragliare. Memori della mitragliata della sera del 13 luglio da parte degli anglo-americani, che preludeva alla grande incursione aerea dell’indomani, gli adulti pensarono che i tedeschi volessero dare lo stesso avviso e che, per vendicarsi dell’odierno armistizio badogliano (firmato alla periferia di Siracusa), l’indomani avrebbero bombardato il paese. Allora tutti gli abitanti lasciammo le case e ci dirigemmo verso le campagne. Io e i miei, col buio, c’incamminammo ancora verso il feudo Ardizzone, ma per la strada statale, diversa dalla precedente e asfaltata. Vagammo fino a notte fonda; poi rientrammo a casa con una nuova decisione: saremmo partiti per la campagna di mia nonna, in contrada Fata, dove c’era una casupola utilizzata per ricovero di attrezzi e prodotti agricoli. E così facemmo, anche se per fortuna non ci fu il temuto bombardamento tedesco.

In contrada Fata io e i miei familiari restammo poco più d’un mese. Nella casupola fu fatto un po’ di spazio per sistemare dei giacigli. Pungente era l’odore dell’origano che pendeva a mazzi dal soffitto e che caratterizzò nella mia memoria quella casupola per sempre. La contrada Fata, a sud del paese, era in pianura, lambita dal Simeto; e nella campagna di mia nonna, un bell’agrumeto lavorato dai miei zii, non mancava l’acqua: proprio davanti alla casupola non solo passava una canaletta d’irrigazione, ma c’era un pozzo pieno, anche se aveva la carrucola un po’ arrugginita e cigolante.

Alla Fata stemmo veramente tranquilli: eravamo solo noi, lontani da altri gruppi e appartati. Ogni mattina venivano dal paese due miei zii per lavorare la terra, e mio padre e mio fratello li aiutavano. Io aiutavo mia madre e le mie sorelle maggiori nei servizi domestici e quand’ero libero giocavo con la mia sorella minore, che aveva tre anni. A volte venivano anche dei miei cugini, e allora giocavo con loro. Altra cosa che mi è rimasta impressa di quella permanenza è l’abbondante verde dell’agrumeto: praticamente eravamo immersi nel verde. Inoltre vedevo come si facevano i lavori agricoli e com’erano faticosi: e così avevo sempre qualcosa da imparare. In quella campagna, poi, c’erano vari frutti, verdure e ortaggi, che ci consentivano di alimentarci a sufficienza.

Intanto mio padre e mio fratello cominciarono ad andare in paese per riparare la casa che avevamo in affitto; e a mezz’ottobre, essendo stato rifatto il soffitto, potemmo rientrare in essa, giusto quando si riaprivano le scuole.

Non mi sembrò neanche vero d’esser potuto ritornare a scuola, sia pure camminando in sentieri ricavati fra le macerie, dopo l’immane tragedia di cui ero stato partecipe. Il mio maestro Impallomeni era ancora al suo posto, ma mancavano tanti compagni, rimasti sotto le macerie. Nei primi giorni il maestro ci fece tagliare molte pagine dei libri: era cominciata quella che poi si disse defascistizzazione, ma più ancora era cominciata un’altra epoca. E in quelle aule senza vetri alle finestre (rimasero così per due anni) cominciai la quarta elementare. Ma mentre nel resto d’Italia la guerra continuava, da noi almeno era finita e ci si avviava verso una sia pur difficile normalizzazione. Soprattutto si sarebbero aggravate le difficoltà economiche, con maggiori stenti, ristrettezze, privazioni e umiliazioni incredibili, prima che spuntasse l’agognato benessere e progresso.

Dopo una trentina d’anni Paternò, ormai col titolo di città, ricevette dal Presidente della Repubblica la medaglia d’oro al valor civile, per lo spirito con cui aveva saputo fronteggiare e superare le conseguenze dei furiosi bombardamenti aerei del fatidico 14 luglio 1943 e dei giorni successivi. Ma io (che allora avevo solo nove anni) e ogni altro sopravvissuto conserviamo sempre — insieme col ricordo di quei 5.000 morti — le dolorose stìmmate di quella brutta estate del ’43.

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La brutta estate del '43

Testo inedito, scritto nel 1993 e depositato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano (Arezzo) il 19.III.1998. Viene collocato fuori dell’ordine cronologico e in apertura del libro quasi come una premessa, dato che l’episodio o qualche suo particolare ritorna più volte nelle storie, anche se solo accennato, e quindi fu determinante pure nella vita letteraria dello scrittore, il quale esordì come narratore qualche anno dopo.

Questo racconto, dunque, non è una storia nel senso dato alle storie di quest’antologia, poiché contiene solo cruda realtà, mentre le successive storie contengono parte di realtà e parte di fantasia. Lo stile d’esso è volutamente semplice ed elementare, perché è nato dallo sviluppo di note diaristiche.

Le storie scelte, che rappresentano circa la metà della produzione narrativa dell’autore e vengono presentate in ordine cronologico di stesura, sono in maggioranza quelle che con le precedenti pubblicazioni hanno riscosso più interesse, alcune particolarmente nel mondo della scuola. Soltanto poche, verso la fine, sono inedite.

Infine le note e i commenti sono una novità di quest’edizione.

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