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L’origine del vocabolo imbranato

"Sìlarus", Battipaglia 1999
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Il dizionario etimologico I dialetti italiani, curato per la UTET da Manlio Cortelazzo e Carla Marcato nel 1998, a pag. 279 presenta la seguente voce:

mbranà, v. (lombardo orientale; a Pozzolengo: embrenar l car). ‘Frenare il carro’, con il sostantivo ambranadüra ‘martinicca’ nel Bergamasco. Da brena ‘briglia’, cioè ‘imbrigliare’. L’uso metaforico di imbrenare è testimoniato, a Venezia, fin dal Cinquecento: tegnir imbrenao le nostre richezze e utilitae nelle lettere di Andrea Calmo (1552, p. 209, dell’ediz. Rossi del 1888), desbranai (1584, L. Salviati: Papanti 1875), cioè ‘sfrenati’, e nel moderno friulano imbrenà (Faggin 1985). Tutti questi riscontri danno credito all’ipotesi che anche imbranato ‘impacciato’, oramai nel linguaggio comune, abbia la stessa origine, anche se qualcuno ha pensato, peraltro senza puntuale documentazione, di proporne un’altra, dal verbo meridionale mbranà ‘impregnare, ingravidare’ [Cortelazzo 1981; Pellegrini-Marcato 1988; Ciccia 1991].

Anzitutto è da rilevare la scarsa diffusione dei vocaboli dialettali sopra citati, eccetto brana/brena, tanto che solo questo figura in dizionari dialettali veneti, ladini e friulani come quelli del Boerio (1856), di Patuzzi-Bolognini (1900), di Beltramini-Donati (1963), dello Zanette (1980), di Pirona-Carletti-Cargnali (1983), di Durante-Turato (1976 e 1987, con presentazione dello stesso Cortelazzo), della Zandegiacomo De Lugan (1988, con prefazione di Giovan Battista Pellegrini), del Bellò (1991) e del Beggio (1995, con prefazione dello stesso Pellegrini). Degli altri non v’è traccia nei suddetti vocabolari.

Per molto tempo i linguisti e vocabolaristi non sono riusciti a trovare un’etimologia al vocabolo imbranato; poi alcuni hanno trovato un appiglio nel veneto-friulano brana o brena e così si è presentata come probabile una semplice ipotesi d’etimologia; infine altri vocabolaristi, senza tanto discutere o verificare, hanno preso di peso la suddetta ipotesi e l’hanno presentata come certa ed inequivocabile.

In realtà, se si tiene conto di quanto da me sostenuto nel 1990 e nel 1991, e ora qui ribadito, tale certezza vacilla o addirittura crolla.

Si deve premettere che l’affermazione del vocabolo in campo nazionale è avvenuta dopo che lo stesso era stato usato e abusato nelle caserme per apostrofare i subalterni. Si trattava, quindi, d’un epiteto ingiurioso, teso a colpire chi non poteva difendersi ed era costretto a subire per non essere accusato d’insubordinazione. Il che provocava un profondo senso di frustrazione nel militare ingiuriato. È vero che oggi il significato corrente del vocabolo è “lento, impacciato, inesperto, impappinato, confuso”; ma se si tiene conto di quanto da me sostenuto e ribadito, si comprende di più la gravità dell’offesa, che colpiva il militare nella sua virilità.

Si dimostrano convinti dell’etimologia settentrionale, rifacendosi a brana/brena: il Battaglia (1972), che però cita l’opinione “parola d’ignota origine” di Paolo Monelli e la definizione senza etimologia di Bruno Migliorini; il Devoto-Oli (1996); il Treccani (1987); il De Felice-Duro (1993), il Sabatini-Coletti (1997), che indica come data di documentazione il 1945. Non si dimostrano convinti della suddetta etimologia, pur riportandola con vari “forse”, “probabilmente” o punti interrogativi: il Cortelazzo-Zolli (1983), che, dopo aver indicato la data 1944-45, parla di voce d’origine dialettale, forse dal veneto-friulano imbrenà e accenna ad un’altra possibilità (presente in “Italianischen Studien”, IV,1981, 117-26) di brenna = “crusca” come nel francese embrener = “lordare” (di crusca, cioè d’escrementi); il Bolelli (1975); il DIR D’Anna (1988), che parla d’etimo sconosciuto, forse voce settentrionale brena = “briglia”; il Grande Garzanti (1993); il Gabrielli (1989 e 1993), che parla d’etimologia incerta, forse dal veneto imbrenà; lo Zingarelli (1999), che cita il settentrionale’ mbranà, ma facendo seguire a tutto un punto interrogativo tra parentesi. Non forniscono alcuna etimologia: il Palazzi-Folena (1995), che scrive “etimologia incerta”; il Rosselli (1996), che scrive pure “etimologia incerta”; il Sandron (1998).

Eppure in mezza Italia, quella meridionale, le voci mprenata o imprenata, mprinata o imprinata, mpranata o impranata, mbrenata o mbrenà o imbrenata, mbrinata o mbrinà o imbrinata, mbranata o mbranà o imbranata (secondo le varietà fonetiche delle varie zone, in cui mp e mb suonano anche np e nb) equivalgono senz’ombra di dubbio all’italiano “impregnata”, cioè “ingravidata, incinta”.

Ciò, dall’antico italiano e meridionale prena = “pregna” (TRAINA 1868), che deriva dalla contaminazione del latino plena con prægna(n)s. Plena in questa specifica accezione è diffuso presso scrittori come Plauto (Amphitr. 2, 11, 49: Et quom te gravidam, et quom te pulcre plenam aspicio, gaudeo), Cicerone (Divinat. 1, 45, 101, 13: Ut sue plena procuratio fieret vocem ab aede Iunonis / ex arce extitisse), Ovidio (Metam.10, 469: Plena patris thalamis excedit et impia diro semina fert utero conceptaque crimina portat; e Fasti 4, 633: Nunc gravidum pecus est, gravidæ quoque semine terræ: / Telluri plenæ victima plena datur), Valerio Flacco (Argonautica 1, 413: Nec timet Ancæum genetrix committere ponto, / plena tulit quem rege maris) e Columella (De re rustica 6, 24, 4: quamvis plena fetu non expletur libidine).

Nella stessa accezione il vocabolo plena è stato usato anche nell’antico italiano (Boccaccio, Teseida IV, 14, 7-8: “Almena / che doppia notte volse a farsi plena”), mentre dopo si è trasformato in prena, di cui abbiamo esempi in Iacopone da Todi (Laude 32, 69-71: “esserne fecundata / o prena senza semina, / non fo mai fatto en femena”; e 45, 63: “Sospicarà maritota che non si' de lui prena”) e in Giambattista Basile (Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de’ peccerille: qui gli esempi sono una trentina ed è impossibile riportarli o indicarli tutti). Impregnata nel senso d’“ingravidata” si trova in Giordano Bruno (De la causa, principio e uno I, 7: “una Sibilla impregnata da Febo”; Spaccio de la bestia trionfante I, 1, 28: “una già impregnata e gravida donna”; Il Candelaio I, 11, 1: “questa madre ora è impregnata ne' monti, or nelle valli, or nelle campagne”). Infine lo stesso Iacopone nel senso d’“impregnato” (ingravidato) presenta il participio emprenato, antesignano dell’odierno imbranato, e l’aggettivo maschile preno (Laude 65, 65-69: “Ecco nasce un amore / ch’à emprenato el core, [...] Preno enliquedisce, / languenno parturesce”); mentre per il cavallo da frenare ha enfrenare (Laude 84/83, 33-34: “El mondo non n’è cavallo che sse lass’enfrenare, / ch’el pozzi cavalcare secondo tuo volere”). L’idea d’una gravidanza mascolina, per quanto naturalmente impossibile (ma virtualmente possibile nella finzione, tanto che alcuni anni fa è uscito un film dal titolo “L’incinto”), ha prodotto l’uso al maschile degli aggettivi preno e pregno: il Boccaccio nel Decameron (Giorn. IX, nov. III) presenta il credulone Calandrino pregno, cioè ingravidato.

Non trascurando di citare i vocabolari di vari dialetti meridionali (Altamura, napoletano; Bielli, abruzzese; Malara, calabro-reggino; Rohlfs, calabrese; Valente, manfredoniano; ecc.), mi rifaccio particolarmente a quanto il Battisti-Alessio (1975) scrive alla voce impregnare: “Voce dotta comune a tutto il romanzo occid., lat. tardo imprægnare; cfr. franc. imprégner (a. 1690, ant. franc. empreignier), -ation (XIV sec.); vedi “pregno”; italiano meridionale mprenare = ingravidare.” E si ricordi anche che “ingravidare” etimologicamente significa rendere grave o pesante, perché “gravidanza” viene dal latino gravitas = “peso, gravità, gravezza, gravidanza, pesantezza, difficoltà, stanchezza, debolezza, malessere, indisposizione, condizione morbosa” (Calonghi 1990).

Peraltro al citato dizionario Battaglia che fa derivare imbranare da brana/brena “con allusione al mulo lento e impacciato quando ha i finimenti” possiamo obiettare che i finimenti sono non le sole briglie, ma “quanto serve a bardare il cavallo da sella o ad attaccare al veicolo la bestia da tiro (comprese le redini)” (Devoto-Oli 1996): bardatura e altri oggetti che procurano appesantimento all’animale e specialmente in salita possono indurlo nella condizione di cui alla suesposta etimologia di “gravidanza”, anche se non è realmente in stato di gravidanza. Insomma se c’è un freno questo proviene dal complesso dei finimenti, che per il peso e l’impaccio ne sono la causa efficiente e rendono la cavalcatura appesantita e quindi lenta e impacciata come in gravidanza.

Ed ecco ora una testimonianza personale. A cavallo della seconda guerra mondiale, in Sicilia, l’uso linguistico generale per indicare la femmina degli animali pregna era di dire prena o anche mprenata, mprinata, mpranata, mbrenata, mbrinata, mbranata, secondo la spontanea modulazione fonica di ciascun parlante. Per lo più ci si riferiva ad animali domestici, da cortile o da stalla (gatte, cagne, coniglie, asine, giumente, pecore, capre, mucche, scrofe, ecc.), che per il gonfiore della pancia avevano un modo di camminare lento, impacciato, circospetto, goffo; sicché il concetto di “animale in attesa di partorire” era strettamente connesso a quello di “animale lento, impacciato, circospetto, goffo”. E in questo secondo significato la voce veniva usata anche per animali non in attesa di partorire, anche al maschile o addirittura anche per bambini, ragazzi e uomini: il che è proprio l’uso attuale diffusosi in Italia.

Ma c’è di più: questa voce, al contrario, veniva usata solo in caso spregiativo per le donne, essendo ritenuta volgare e comunque impudica, perché evocava l’idea o di possesso corporale o di superiorità maschile. Per indicare la donna incinta si preferiva dire eufemisticamente mpacciata, cioè “impacciata”, secondo l’uso spagnolo del vocabolo embarazada = “ingravidata, impacciata”, perché al concetto di gravidanza è associato quello d’impaccio.

Quando poi dalla zona etnea si giungeva per il servizio militare in caserma, magari in Puglia o in Abruzzo, si veniva continuamente bersagliati dai superiori con l’epiteto imbranato!: epiteto che in quegli ambienti veniva inteso esclusivamente nel senso di “lento e impacciato come una femmina incinta”. Il che offendeva moltissimo perché intaccava la virilità. Altro che “frenato”! Questo ha in sé poca carica offensiva; per “incinto” basta la parola ad appioppare la diversità sessuale (femmina) ed eventualmente anche l’animalità (bestia), oltre che l’impaccio dovuto ad un’avanzata gravidanza. Inoltre c’è da tener presente che di solito viene apprezzata la cavalcatura “frenata”, perché risponde agli ordini del conducente, non quella “sfrenata” che può essere ribelle e imbizzarrita: e Dante ricorda come Giustiniano con le sue leggi “racconciasse il freno” alla sfrenata cavalla Italia “indomita e selvaggia” (Purgatorio VI, 88 e 99). E sarebbe il caso di provare ad apostrofare un subalterno prima con la qualifica di “Frenato!” e poi con quella di “Incinto!” o peggio ancora “Bestia pregna, appesantita dalla gravidanza!” per constatarne le reazioni e sincerarsi che è stato il Meridione a fornire alla lingua italiana una delle più gravi ingiurie: cosa della quale certamente non c’è da vantarsi, ma da prendere atto.

Il fatto che il vocabolo fosse così diffuso nel gergo militare è dovuto alla notevole presenza di meridionali che occupavano posti di comando nei campi di battaglia, nelle trincee e nelle caserme. In particolare durante le due guerre mondiali il vocabolo veniva usato per gli animali che, arrancando, stentavano ad arrampicarsi sulle montagne: non importa se la maggior parte di tali animali fossero muli o mule, quindi sterili, dato il significato estensivo del vocabolo stesso. Dal significato letterale di “ingravidato, incinto” si è passati a quello metaforico di “pesante, lento, impacciato” implicito nel vocabolo stesso.

Tuttavia è possibile che il messaggio (“lento e impacciato come femmina incinta, appesantita dalla gravidanza”) emesso sulla base dell’etimologia latino-meridionale dal meridionale combattente sulle Alpi sia stato recepito dall’alpino settentrionale nel senso di “lento e impacciato perché imbrigliato o frenato” sulla base dell’etimologia veneto-friulana e in questo senso sia stato da lui ripetuto (ammesso che originariamente l’alpino conoscesse l’esistenza di vocaboli dialettali obsoleti come imbrenao). In questo caso si è verificata una rimotivazione del vocabolo per contaminazione fra prena e brana/brena: due significati affini (provenienti uno dal sud e l’altro dal nord) confluenti in imbranato. Ma, data la limitata diffusione di brana/brena veneto-friulana a fronte dell’enorme diffusione d’imprægnare-mprenare, la preminenza spetta all’etimologia latino-meridionale. Ciò, anche perché le bestie da soma difficilmente erano senza briglia e quindi avrebbero dovuto essere tutte imbranate nel senso veneto-friulano; mentre la logica vuole che con questo vocabolo si volesse distinguere dalla massa delle bestie (tutte regolarmente imbrigliate) solo quelle “lente e impacciate perché pregne o come se fossero pregne”.

Purtroppo oggi, con il declino del mondo contadino, si vanno perdendo esperienze, immagini, ricordi, significati. È probabile che causa dello smarrimento o della confusione dell’etimo sia la quasi totale scomparsa d’animali dalla vita quotidiana, mentre una volta gravidanze, parti e allattamenti erano cose frequentissime per tutti, con le quali si conviveva benissimo.

Quanto al passaggio dalla forma dialettale a quella italiana è da ricordare che fra gli umili del Meridione c’è stato sempre il desiderio di parlare meglio, parlare non rustico, parlare italiano, magari venendo ad assumere un parlare inconsapevolmente ridicolo, come dimostrano le commedie dialettali del siciliano Nino Martoglio (1870-1921). Nella fattispecie il militare popolano, anziché usare l’italiano impregnato, ritenuto arcaico e di difficile comprensione nel senso di “ingravidato” (ammesso che originariamente conoscesse l’esistenza di questo vocabolo italiano), preferì (perché gli riusciva più facile e immediato) italianizzare con leggeri ritocchi fonetici un vocabolo molto frequente nella sua infanzia e nel suo ambiente contadino o paesano, e tuttora vivo. Inoltre impregnato è in qualche modo un termine raffinato, mentre per un’ingiuria ci voleva qualcosa di volgare come imbranato.

Ma se in Sicilia e nella fascia tirreno-ionica del Meridione prevale la pronuncia con mpr (e tuttavia il Piccitto-Tropea del 1985 registra la pronuncia mbrinari nelle province di Catania ed Enna), nella fascia adriatica prevale la pronuncia mbr. Infatti il Vocabolario dei dialetti salentini di Gerardo Rohlfs (1926) registra mbrenà, che non ha nulla a che vedere col significato veneto-friulano, rimandando al meridionale mprenare = “ingravidare”; mentre il dizionario abruzzese e molisano d’Ernesto Giammarco (1969) registra chiaramente mbranà, mbrinà, mbrané nel senso di “ingravidare, ingravidata”. A sua volta lo scrittore molisano Vincenzo Rossi mi ha dichiarato che in certe zone del Molise per indicare la femmina incinta sia degli animali che degli uomini durante gli anni ’30-40 del sec. XX tutti dicevano mbranata o imbranata, mentre oggi solo gli anziani dicono così e si preferisce dire “incinta” o “gravida”, dato che mbranata o imbranata è passato a significare “impacciata, confusa”: aggettivo usato anche per i maschi.

Ed è proprio da questa fascia del Meridione che è pervenuto all’italiano il vocabolo imbranato, dalle voci dialettali mbranà, mbranata, imbranata = “ingravidare, ingravidata”; voci — come abbiamo visto — presenti in tutto il Meridione con leggere varianti fonetiche. Imbranato/a, sfumando o perdendo il senso originario di “ingravidata/o”, ha assunto quello metaforico di “lento/a, impacciato/a, confuso/a”. Praticamente c’era un vocabolo dialettale, corrente in varie regioni, il quale, varcando gli ambiti regionali, è transitato prepotentemente nella lingua nazionale, dove poi s’è imposto come metafora per qualificare ingiuriosamente.

A conferma di ciò, basterebbe girare per i paesi e le campagne del Meridione e domandare a paesani, pastori e contadini, possibilmente d’età avanzata, quando una bestia è mprenata, mprinata, mpranata, mbrenata, mbrinata, mbranata, imbranata, per sentirsi rispondere, magari con colorite espressioni, che essa è pregna ovvero come se fosse pregna. Ciò, anche se il vocabolo imbranato/impregnato va perdendo frequenza, diffusione e significato originario anche nel Meridione, non solo perché è fortemente diminuito il numero dei militari e delle caserme, ma anche perché l’equazione “gravidanza = impaccio” nelle mutate condizioni sociali d’oggi riesce difficilmente proponibile e accettabile, anche se — come si sa — le alterazioni della salute e le limitazioni dell’efficienza lavorativa della donna prodotte dallo stato di gravidanza sono state oggetto di specifiche leggi che giustamente tutelano la maternità.

D’altra parte, assodato che il coniglio è pauroso, se ad un uomo si dice “sei un coniglio” non c’è bisogno di documentazione letteraria per capire e affermare con certezza che metaforicamente si vuol dire “sei come un coniglio”, dato che la metafora è una similitudine abbreviata. Così “sei un imbranato”, cioè un impregnato (ingravidato), sta con certezza per “sei come una femmina incinta”.

Volendo schematizzare, si può dire che il vocabolo in questione è passato attraverso sei fasi o momenti storici, qui indicati con approssimazione:

1) dal sec. III-IV in poi imprægnata = “impregnata, ingravidata, incinta”;

2) dal sec. XIII alla prima metà del sec. XX (e)mprenata, (i)mprenata, (i)mprinata, (i)mpriné, (i)mprinete, (i)mpranata, (i)mbrenà, (i)mbrenata, (i)mbrinata, (i)mbrinà, (i)imbrinata, (i)mbranà, (i)mbranata = “impregnata, ingravidata, incinta”;

3) nelle due guerre mondiali, sulle Alpi vengono detti imbranati i muli che si muovono stentatamente, come se fossero in stato di gravidanza;

4) negli anni ’50-’80, nelle caserme e negli accampamenti i superiori qualificano “imbranato!” ogni militare lento e impacciato come femmina incinta;

5) negli anni ’70-’80 esplode l’uso del vocabolo nella vita quotidiana ed è “imbranato/a” chiunque agisca con lentezza e impaccio;

6) negli anni ’90 l’uso del vocabolo è in notevole diminuzione, tendendo forse a scomparire.

Dunque, l’etimo d’imbranato non è il lombardo-veneto-friulano brana/brena, ma il latino e antico italiano plena/prena, divenuto poi il meridionale prena, con la seguente evoluzione: plena + prægnans > prena > (im)prægnata > impregnata/o > emprenata/o > mprenata/o (con tutte le varianti fonetiche sopra esposte) > imbranata/o. Solo per contaminazione fra prena e brana/brena, poi, s’è avuta una rimotivazione del vocabolo nel senso d’“imbrigliato, frenato”. Questa mia tesi è già stata accolta favorevolmente da alcuni linguisti: Arrigo Castellani (“con molto interesse”), Enzo Caffarelli (“interessante”), Luca Serianni (“fondata e meritevole di essere fatta conoscere al pubblico specializzato”).

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