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Onda per onda

Il mare, sogno e rimpianto dell’infanzia lontana e favolosa

Il libretto Onda per onda della lombarda Giorgina Busca Gernetti, esplosa come poetessa nel 1998 dopo una vita dedicata all’insegnamento d’italiano e latino al liceo classico, contiene una scelta di liriche ispirate al mare e al suo ambiente, già pubblicate — oltre che in una rivista — in quattro più voluminose sillogi (tutte edite da Genesi, Torino), che qui praticamente si rispecchiano e sintetizzano: Asfodeli (1998), La luna e la memoria (2000), Ombra della sera (2002) e Parole d’ombraluce (2006).

La decisione di questa ripubblicazione è giustificata dalla stessa autrice con l’amore per il mare e per la poesia ad esso ispirata da parte del poeta Carlo Michelstaedter (Gorizia 1887-1910), del quale in apertura riporta alcuni emblematici versi inizianti proprio con le parole “Onda per onda” di questo titolo. E leggendo quest’opera (che in copertina reca una Tempesta di Claude Monet e nel contesto la prefazione di Paolo Ruffilli e la postfazione di Pierangelo Rocchi) si possono avere saggi dell’intera produzione dell’autrice, tenendo conto anche delle successive pubblicazioni: la silloge di liriche L’anima e il lago (Pomezia-notizie, Pomezia, 2010) e quella di racconti Sette storie al femminile (nel volume collettaneo Dedalus, Puntoacapo, Novi Ligure, 2011).

Nella poesia della Busca Gernetti il mare si configura anzitutto come rimpianto dell’infanzia, lontana e favolosa età in cui lei ha visto per la prima volta questo regno del sogno e del mito: “pochi anni felici | tra una guerra feroce | e la scoperta | amara della vita” (p. 22). Ma molte altre sensazioni e riflessioni accompagnano il girovagare dell’autrice: quando il mare è placato e calmo, immensità/infinità, geografia e storia, colori, odori, pace, rilassamento, acquietamento delle proprie ansie, vita; quand’è agitato e rabbioso, turbolenza, inquietudine, sofferenza, pericolo, senso del proprio limite, sconfitta, morte. E dopo la morte c’è il nulla: infatti a volte la luna amica getta un ponte d’argento sul mare fino all’orizzonte e all’autrice piacerebbe andare lontano “verso il Nulla, nel Nulla | assoluto, eterno, infinito…” (p. 20).

La sabbia scivola veloce dalle mani come la vita, anche se l’estate può dare l’illusione dell’eternità; e, se talora all’alba sul mare svaniscono i mostri notturni della coscienza, talaltra l’autrice avverte il tormento dell’esserci, una sofferenza riflessa nelle cose in cui s’imbatte: una conchiglia rimasta sulla sabbia, un pino contorto, un ippocampo agonizzante sotto il sole a picco. E, se i gabbiani dominatori del mare “ignorano l’angoscia | e volano appagati d’infinito” (p. 36), l’autrice incontra anche le diomedee, che a ricordo dell’eroe da cui prendono il nome gridano in modo straziante.

Naturalmente il mare è veicolo di civiltà e vuol dire anche coste, località e paesaggi. I tremuli paesaggi marini nella delineazione poetica della Busca Gernetti spesso assomigliano a certi quadretti di tenui acquerelli: e, se a volte le zone sono anonime, caratterizzate soltanto o da vecchie case corrose o da spiagge e abitazioni eleganti, a volte invece esse hanno precisi nomi, che sono Cinque Terre, Versilia, Argentario, Isola del Giglio (dove “forse si sfaldano le pene“), Isole Tremiti, Gargano, necropoli di Merinum, Riace, Reggio di Calabria, Messina, Tindari… Nel mare Jonio i pesci danzano, guizzando festanti, mentre i tormenti della poetessa s’acquietano, e lei si sente “una creatura marina” (p. 42), anche se sullo Stretto non riesce a percepire il miraggio della Fata Morgana, come se questa volesse celarglielo tra brume celtiche.

L’espressione linguistica della Busca Gernetti non soltanto è del tutto corretta, ma si può definire perfetta. L’autrice, rispettosa di tutte le norme grammaticali, è molto attenta alla punteggiatura e agli accenti, che ai fini d’un’esatta pronuncia troviamo segnati anche là dove non ce li saremmo aspettati. E, fra tante stramberie dilaganti nel panorama letterario, lei produce dei testi esemplari, confermando il suo ruolo d’insegnante tanto nel lavoro quanto nell’arte. Nelle sue composizioni c’è poi una sottesa musicalità, che spesso attinge all’endecasillabo; e non mancano espedienti diversi, come la posizione dei vocaboli, rime, assonanze e altro: ad esempio, lo scarto in “serena, | la sera”, dove sera è la riduzione di serena, e il chiasmo di “tra i fitti… | fra i timi”, in cui le iniziali t e f s’alternano (p. 37 ).

Soprattutto la sua forma espressiva riecheggia tanti scrittori, con cui l’autrice instaura comunanza artistica e personale intesa, e che — anche quando non siano espressamente nominati — vivificano le liriche con espressioni divenute familiari, dimostrando che la poesia vive ab aeterno: “domator di cavalli” (Omero/Monti, Omero/Pindemonte, Virgilio/Caro, Tasso, D’Annunzio); “il tremolar della marina” (Dante, Boiardo, Trìssino, Tasso, D’Annunzio); “lontanando” (Bembo, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio); “tamerici salmastre”, “ascolta, ascolta. | Odi se mai parole umane” e “falce dorata… falce d’oro” (D’Annunzio); “la gran quiete marina” (Cardarelli); “sono creatura” (Ungaretti); “ossi di seppia” (Montale); “Il vento di Tindari” (Quasimodo).

Inoltre, a causa della sua formazione l’autrice fa tanti rimandi alla mitologia: Odisseo/Ulisse, Enea, Giàsone e gli Argonauti, Diomede, Alcyòne e Ceìce, Èrebo, Aurora dalle dita di rosa, il cocchio dell’Aurora, Selène, Afrodite/Anadiomène, Scilla, Cariddi, il regno ventoso di Eolo… E a questo vento profondo la poetessa chiede di rapirla e abbandonarla all’armonia della natura, in modo da diventare un tutt’uno con essa.

Nel girovagare in cerca d’esperienze ed emozioni, data la sua cultura classica, la poetessa si trova più a suo agio in quelle regioni in cui s’è sviluppata la civiltà dell’Occidente. Perciò riceve un grande appagamento spirituale in Magna Grecia e in Sicilia, toccando con mano le reliquie di quella civiltà.

Quanto alla sua passione per la Sicilia, basti pensare che la lirica “Il vento di Tindari” nel precedente libro Ombra della sera (così intitolato da una statuetta ex voto del sec. III a. C. conservata al museo etrusco di Volterra, la cui denominazione è attribuita al D’Annunzio) apre la sezione Elegie sicane, il cui titolo riecheggia le Elegie romane del Goethe tradotte dal Pirandello, le Elegie romane del D’Annunzio e le Elegie renane dello stesso Pirandello.

Questa sezione è introdotta da due versi della lirica “Terra” del Quasimodo (inclusa nella raccolta Ed è subito sera e riferita al mare) e comprende fra l’altro anche le liriche “Siracusa”, “Agrigento”, “Selinunte” e “Segesta”, dedicate a località sacre alla cultura classica di cui lei ricorda teatri greci, templi, colonne, telamoni e l’intera civiltà greco-sicula. C’è anche la lirica intitolata Pantocrátor, dedicata al Cristo del duomo di Monreale, ieratica figura presente pure in altre chiese, fra cui la cappella palatina di Palermo e il duomo di Cefalù. Nella lirica “Melanconia (in volo da Punta Raisi)” poi scrive: “Ero felice nel sole e nel vento | della terra sicana, tra le colonne doriche corrose | dal tempo, spezzate e riverse | in luoghi arcani cinti di silenzio, | di serena bellezza ancora pregni”; e la sua anima “rimpiange l’ineffabile gioia | di quegli attimi simili all’eterno”. Infine nella lirica “Lettera a un amico sicano”, che chiude la sezione stessa, scrive che la voce dell’amico lontano è “quasi raggio di quel sole | sicano, voce di forza e di luce”.

La Sicilia ritorna ancora nelle successive Sette storie al femminile, le quali, oltre al pregio della correttezza formale, rivelano la delicatezza d’una vera poetessa che sa scandagliare sentimenti e costruire vicende coinvolgenti: in “Via Pirandello”, narrando una strana avventura (pirandelliana di nome e di fatto), l’autrice ricorda questa ripida e tortuosa strada che dal mare porta al centro di Taormina e al suo teatro greco, in un panorama mozzafiato; e in “Miraggio a Segesta” sa ripescare il mito e abilmente trasformarlo in miraggio.

Per concludere, la scrittura creativa di Giorgina Busca Gernetti eccelle per il senso di precarietà ch’esprime, per l’assoluta correttezza formale e per gli elementi di cultura classica che la permeano, facendo sì che l’autrice possa essere considerata una delle voci più significative della nostra poesia e un punto di riferimento per altri scrittori. Il che è dimostrato anche dai molti primi premi e altri riconoscimenti da lei ricevuti nonché dalle motivazioni dei premi stessi e dagli apprezzamenti di vari critici che si leggono nei suoi libri.

Recensione
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