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Petrarca, Laura e l'Umanesimo

C.R.E.S., Catania 2004, pp. 17.

Quando si riteneva che la durata della vita media fosse di 70 anni (e si ricordi il dantesco “mezzo del cammin di nostra vita”) Francesco Petrarca ebbe la ventura d’avere la completezza di vita: dal 20 luglio 1304 al 19 luglio 1374.

Trovatosi a vivere a cavallo fra l’Alighieri e il Boccaccio, il Petrarca fu un intermediario fra cielo e terra. Le grandi lotte fiorentine fra ghibellini e guelfi e fra bianchi e neri non lo riguardarono che indirettamente: fu perché il padre (guelfo bianco) era andato in esilio ad Arezzo che egli nacque in questa città, ma ebbe da Firenze i genitori e la lingua. E giustamente il Foscolo, quando si rivolse a Firenze, fra l’altro le disse: “e tu i cari parenti e l’idïoma | desti a quel dolce di Calliope labbro | che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma | d’un velo candidissimo adornando | rendea nel grembo a Venere Celeste” (Dei Sepolcri, 175-179). Insomma, per il Foscolo il Petrarca fu la bocca stessa della poesia e ricoprì con un candidissimo velo di pudore l’amore sensuale dei poeti greci e romani per restituirlo alla Venere Celeste, metafora dell’amore spirituale di Platone.

Ma più che ad Arezzo la formazione del Petrarca avvenne ad Avignone (dove la famiglia, grazie alle conoscenze del padre, che poi ebbe un incarico in Curia, si trasferì nel 1312, tre anni dopo il trasferimento della Sede Apostolica) e a Bologna, pur con tappe a Pisa e in altre località, come Carpentras (dove alloggiava il padre) e Montpellier (dove aveva cominciato gli studi universitari). A Bologna, studiando giurisprudenza, egli venne a contatto con un ambiente impregnato di classicità, che lo stimolò a diventare lui stesso poeta classico. E alla morte del padre, quando poco mancava alla laurea, abbandonò Bologna per rientrare ad Avignone, stabilendosi poi nella quieta Valchiusa, lambita dalle poetiche “chiare, fresche e dolci acque” del fiume Sorga. Non si sposò mai, ma ebbe due figli e una nipote. Nella Curia fu chierico con ordini minori che non lo obbligavano a gravosi impegni ecclesiastici; anzi gl’impegni diplomatici, come servizi cavallereschi, ambascerie e missioni varie, gli consentirono d’avere benefici economici e di dedicarsi alla sua passione preferita: l’otium letterario, che egli considerò la più alta espressione di vita pratica.

Perciò il Petrarca intese la letteratura non solo come ornamento intellettuale, ma come misura della propria vita e di quella degli altri: per conformare ad essa la sua vita e valutare l’altrui. In tale visione rientra la scelta della solitudine, che, al di là d’influenze ascetiche, risultava la condizione esistenziale più idonea all’attività letteraria.

Ricerca e scoperta di codici, analisi filologiche, imitazioni dei classici fecero del Petrarca il primo umanista, quasi rinascimentale: e a lui si devono scoperte clamorose, come il De gloria di Cicerone, l’orazione Pro Archia dello stesso, le lettere Ad Atticum sempre dello stesso, alcune commedie di Terenzio e parte delle Institutiones di Quintiliano. Praticamente il Petrarca fu l’inventore della filologia come noi oggi la intendiamo. I viaggi e gl’incontri con persone importanti, quali il re di Napoli Roberto d’Angiò, fecero sì che egli, dopo aver rifiutato l’analoga occasione offertagli a Parigi, nel 1341 in Campidoglio ottenesse quello che Dante non aveva potuto mai avere nel suo bel battistero di San Giovanni: oltre alla cittadinanza romana, la laurea di poeta e storico, la quale non era ad honorem, bensì un’abilitazione alla docenza universitaria: e fu una cosa tanto importante per lui che la citò sulla copertina dei suoi Rerum vulgarium fragmenta, definendosi “poeta laureato”.

Noi siamo abituati a considerare il Petrarca come grande poeta lirico, che grazie alla vicenda di Laura ci ha lasciato un Canzoniere imitato per secoli da uno stuolo di petrarchisti d’ogni dove. Le sue Rime sparse, che lui aveva meglio intitolato Rerum vulgarium fragmenta, e i Trionfi in vita e in morte di Madonna Laura sono l’espressione d’un inguaribile tormento interiore che ha sfidato i secoli, configurandosi tuttora come grande poesia dell’Italia. Eppure per lui questa produzione altro non erano che nugae. Per lui e per i suoi contemporanei la sua grandezza consisteva invece nelle opere in lingua latina: il De viris illustribus, la poderosa Africa, l’agostiniano Secretum ovvero De secretu conflictu curarum mearum, i Rerum memorandarum libri, il De vita solitaria, il De ocio religioso, il Bucolicum carmen, i Psalmi penitentiales, il De remediis utriusque fortunae, l’Itinerarium Syriacum, il De sui ipsius et multorum ignorantia, lettere familiari e altro.

Non possiamo qui seguire il Petrarca nei suoi spostamenti in Italia e all’estero (Liegi, Roma, Parma, Napoli, Padova, Milano, Pavia, Praga, Parigi, Venezia, Arquà) né nei suoi entusiasmi politici per Cola di Rienzo, il quale nelle aspettative di molti avrebbe potuto riunire l’Italia e ricostituire l’antica repubblica romana: ricordiamo soltanto l’idea di fondare coi suoi libri, fra cui centinaia di codici poi in realtà andati dispersi, una “biblioteca pubblica” (da lui così definita) presso la basilica di S. Marco di Venezia (praticamente l’attuale biblioteca Marciana, che poi a lui ha dedicato la sua principale sala) e l’affettuosa amicizia per il Boccaccio, si può dire da padre-maestro a figlio-allievo. La morte del Petrarca, al quale il Boccaccio, che era più giovane di nove anni, sopravvisse d’un solo anno, rappresentò per il sopravvissuto, già minato dai mali fisici, un’autentica iattura; e quest’amicizia spinse il Petrarca non solo ad alleviare la miseria del Boccaccio col dono di qualche buon mantello accompagnato da qualche buona parola, ma soprattutto a salvare il Decameron che il suo autore voleva mandare al rogo a causa dei rimorsi, ma che il Petrarca salvò guardando al suo valore estetico e letterario, anche se lui stesso era in preda a continui ripensamenti e rimorsi. E ricordiamo la sua casa e la sua tomba ad Arquà (PD), oggetto di venerazione da parte di molti, ed in particolare del Foscolo, nonché la tomba della figlia Francesca nella chiesa di S. Francesco di Treviso, per uno strano caso vicina a quella d’un figlio di Dante, il giudice Pietro.

Dai titoli delle opere del Petrarca si capisce, infatti, che c’è in lui una commistione fra elementi classici, diciamo pure paganeggianti, ed elementi religiosi, tipicamente cristiani. In effetti il Petrarca è l’uomo dei contrasti: da un lato esalta la classicità, dall’altro s’abbevera al cristianesimo. In lui c’è l’aspirazione al cielo, ma è forte anche l’attrazione della terra. Il carattere ondeggiante del personaggio è già evidente nella cronaca dell’ascensione al monte Ventoso: un’ardente spiritualità frenata da consistenti richiami terreni. Ecco perché canta Laura, che è insieme cielo e terra. La Beatrice dantesca era tutta in cielo, un’eterea santa; la Fiammetta del Boccaccio sarà tutta in terra, una libertina; la Laura del Petrarca è sospesa fra terra e cielo, e perciò è una donna più concreta perché ben s’assommano in lei qualità materiali e spirituali, fisiche e morali.

Ma il tormento del Petrarca e la sua inquietudine anche nel continuo viaggiare, come riconobbe il Carducci, lo rendono poeta moderno. Circa il suo peregrinare, il Petrarca in una lettera familiare (I, 1) affermò d’aver errato più a lungo e più lontano d’Ulisse, col quale tuttavia non si paragonava, non avendone la celebrità d’imprese e di nome. E si può dire di più: il Petrarca, com’è il primo umanista, così è il primo romantico ante litteram, in ciò seguito da quell’altro spirito inquieto che fu il Tasso, a lui tanto simile nei conflitti interiori. Entrambi aspirano fortemente alla beatitudine del paradiso, ma spesso si ritrovano nella sofferenza del peccato e dell’inferno. E alla resa dei conti anelano alla misericordia di Dio, abbandonandosi a lui.

Il Canzoniere comprende 366 composizioni, fra cui 4 madrigali, 7 ballate, 9 sestine, 29 canzoni e per tutto il resto sonetti, i quali ultimi quindi ne formano il nerbo. Già il sonetto d’esordio “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” è la chiave di lettura, cioè la sintesi di contenuto, forma e intenti moralistici dell’intera raccolta, che qui il poeta, traducendo il titolo latino, definisce rime sparse per il fatto che furono scritte in varie occasioni e poi riordinate secondo il filo logico che egli ha voluto dare:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,

spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente

di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno.

Nell’incipit, dunque, egli si rivolge ai lettori, chiamati ad ascoltare il suono di quei sospiri di cui egli nutriva il suo cuore durante il suo giovanile smarrimento amoroso, quand’egli era in parte diverso da quello ch’è al momento di presentare l’opera; e spera di trovare pietà e perdono dello stile (incostante nella forma e nei sentimenti espressi, in cui piange e ragiona) presso tutti coloro che per esperienza sanno che cosa vuol dire essere innamorati. Egli stesso s’accorge che per gran tempo è stato oggetto di derisione fra la gente; e di ciò si vergogna; e questa vergogna è frutto dell’essersi dedicato a cose vane, del rimorso e del considerare “che quanto piace al mondo è breve sogno”. Così quella che avrebbe dovuto essere una rievocazione degli alti e bassi d’un amore si trasforma in una solenne meditazione religiosa, intesa ad infondere gravi sentimenti nei lettori.

Ma su tutto domina la facilità di verseggiare d’un poeta che sa unire la raffinatezza del lessico e la cesellatura dei versi alla sottesa musicalità. E da ora in poi il Canzoniere oscillerà fra descrizioni ed esaltazioni, rimpianti e rimorsi, pentimenti e ammaestramenti; mentre sulla stessa linea, con un’accentuazione dell’aspetto gnomico, si colloca il poema dei Trionfi nella sua sia pur macchinosa scansione di Amore, Castità, Morte, Fama, Tempo, Eternità.

Scorrendo il codice autografo (anche in edizione anastatica o fac-simile) o un’edizione integrale del Canzoniere come ad esempio quella (comprendente anche i 6 Trionfi) curata dal Leopardi, altro spirito inquieto vicino al Petrarca e ancor più al Tasso, troviamo ovviamente tante altre composizioni presenti nelle antologie scolastiche e rimaste famose, fra cui: “Movesi ’l vecchierel canuto e bianco”, “Solo e pensoso i più deserti campi”, “Nella stagion che ’l ciel rapido inchina”, “Benedetto sia ’l giorno e ’l mese e l’anno”, “Padre del ciel, dopo i perduti giorni”, “Chiare, fresche e dolci acque”, “Di pensier in pensier, di monte in monte”, “Pace non trovo e non ho da far guerra”, “Passa la nave mia colma d’oblio”, “Rapido fiume che d’alpestra vena”, “I dolci colli ov’io lasciai me stesso”, “Il mal mi preme e mi spaventa il peggio”, “O cameretta che già fosti un porto”, “La vita fugge e non s’arresta un’ora”, “Se lamentar augelli, o verdi fronde”, “Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente”, “Levommi il mio pensier in parte ov’era”, “Zefiro torna e ’l bel tempo rimena”, “I’ vo piangendo i miei passati tempi”, “Vago augelletto che cantando vai”, “Vergine bella che di sol vestita”, “Spirto gentil che quelle membra reggi”, “Piangete , donne, e con voi pianga Amore”, “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno”.

Quest’ultima composizione ci ricorda il grande amore del Petrarca per l’Italia, della quale, come Dante, egli sentì l’unità nazionale e tracciò i confini: “Ben provvide Natura al nostro stato | Quando dell’Alpi schermo | Pose tra noi e la tedesca rabbia...”

A volte il poeta si diverte a giocare col nome di Laura: “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi”, “L’aura celeste che ’n quel verde lauro”, “L’aura, che ’l verde”, “L’aura e l’odore”, “L’aura gentil”, “L’aura mia sacra”, “L’aura serena”, “L’aura soave”, “Là ver l’aurora, che sì dolce l’aura”, “l’aureo”. Come osserva il Contini, nell’espressione “l’aura” c’è “l’aura-parola” intesa come vocabolo allusivo alla persona in oggetto, “l’aura-immagine” di valore quasi figurativo e “l’aura situazione” come tema definito. Con questi giochi di parole il Petrarca ha creato allusioni e risonanze che accarezzano l’orecchio e la mente, ma soprattutto — sotto l’influsso del trobar clus dei poeti provenzali — ha creato il mito di Laura, che poi come nome è il femminile italiano della già femminile forma latina laurus, cioè “lauro, alloro”, pianta aromatica e corona “per triunfare o cesare o poeta” (Dante, Par. I 29) e poi per incoronare i sapienti e gli studenti che concludono gli studi universitari col conseguimento del titolo accademico, ma anche simbolo di vanità umana, compresa quella dello stesso autore che si gloriava della “(corona) laurea”: e la parola “laurea” ci riporta ancora a Laura, la cui presenza formale (cioè linguistica) e sostanziale è sottesa anche in passi del poema Africa. Perciò ai riferimenti classici s’uniscono elementi moralistici, trasformando il mito in un coacervo di profonda cultura e sensibilità.

La cultura del Petrarca, dunque, s’innesta con la vicenda di Laura, in onore della quale il Canzoniere è diviso in vita e in morte di Laura. Essa, fin da quando era in vita il poeta, da alcuni fu ritenuta immaginaria: il Boccaccio stesso pensava che essa potesse essere allegoria della (corona) laurea; ma per la pregnanza degli elementi realistici, e soprattutto per l’intensità dei sentimenti dell’amante, ora tende sempre più ad apparire concreta, identificata com’è stata con Laura de Noves, poi sposa d’Ugo de Sade (dal quale ebbe undici figli), precocemente morta per la peste del 1348. Certamente si può costruire un poema su un personaggio immaginario: ma non si può godere e tormentarsi come fa il Petrarca per una donna completamente finta, cioè un fantasma. Il fatale incontro del venerdì santo 6 aprile 1327 nella chiesa di S. Chiara di Avignone sembrerebbe collocare il personaggio sulla scia della dantesca Beatrice: una donna angelicata, degna del dolce stil nuovo; ma a poco a poco, leggendo il Canzoniere, si scopre che Laura si connota anche di terrenità. Di lei il poeta non solo traccia i caratteri fisici, ma soprattutto mette in luce lo sconvolgimento che provoca nell’amante. Le sue forme, il suo portamento, il suo spirito: tutto è divino in lei. Quando lei è viva, è bella e rende ancor più bello ciò che per natura è già bello: alberi, fiori, uccelli, acqua, firmamento, paesaggio... E quand’è morta costituisce l’occasione per frequenti ritorni all’indietro e continui rimpianti, rimanendo dal poeta fissata in quello stupendo ritratto con “cavei d’oro a l’aura sparsi” ovvero nell’apoteosi della canzone “Chiare, fresche e dolci acque”:

Da’ be’ rami scendea
(dolce nella memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: qui regna Amore.

Il poeta, che non è stato ricambiato nel suo amore, idealizza la figura di Laura e s’affida alla poesia della memoria per evocare o costruire scenari suggestivi, in cui la persona umana (mitizzata e collocata in un nuovo paradiso terrestre, che è il regno d’Amore) costituisce l’oggetto d’una struggente nostalgia, che poi è la caratteristica di tutto il Canzoniere.

Egli allora va cercando in altre donne la desiderata forma vera di Laura: e nel far ciò si paragona al vecchierello che parte da lontano e, fragile com’è, si reca a Roma, a cercare di vedere la Veronica. Questa, tenendo impressa l’immagine del volto di Cristo, col suo stesso nome significa “vera icona”, cioè “vera immagine”. Già Dante in Vita nuova XL 1, nel relativo sonetto “Deh peregrini che pensosi andate” e in Par. XXXI 103-108 aveva parlato dei pellegrinaggi verso Roma in cerca della Veronica; e ora il Petrarca, riprendendo il tema nel sonetto “Movesi ’l vecchierel canuto e bianco”, sembrerebbe essere blasfemo per il fatto di voler paragonare il volto della gioiosa Laura a quello del sofferente Cristo, nonché i rispettivi pellegrinaggi d’amore. Tuttavia l’ardito accostamento si chiarisce tenendo conto della vita tormentata del poeta, delle sue fallite aspirazioni, del suo essere sospeso fra cielo e terra, tal quale e tutt’uno con la sua Laura. In sostanza l’irrangiungibilità di Laura è indizio d’un’inquietudine che, sconfinando dal profano, approda di diritto al sacro; e giocoforza i lineamenti somatici della donna si connotano della sacralità di quella via-verità-vita che Cristo rappresenta, quasi nella sublimazione della dantesca Beatrice.

Osserva il Foscolo: “Siamo indotti a pensare che in Laura ci fosse una bellezza sovrumana, se valse ad accendere l’immaginazione dell’amante a un tal grado d’entusiasmo da farla capace d’illusioni sì fantastiche, che ben ci chiariscono l’eccesso della passione: ma non possiamo dividere con lui tali estasi amatorie per beltà che né mai potemmo, né mai potremo rimirare.” E aggiunge che, mentre in Dante l’origine e la ragione della grande poesia si trovano nella persecuzione politica, nel Petrarca esse si trovano nell’amore.

Dal punto di vista strettamente letterario, dunque, Laura è uno dei personaggi più riusciti; e giustamente da lei è derivato il nome di molte donne, costituendo un filone nell’onomastica italiana: infatti tale nome contiene in sé alloro e gloria, fresco venticello e riflessi dorati, ed è portatore d’una storia che sa di cielo e di terra, di bellezza e di caducità, d’esaltazione e di delusione, di godimento e di tormento. Tale derivazione è più probabile di quella attribuibile a qualche santo o beato: san Lauro, martire illirico del sec. II (festa il 18 agosto), santa Laura, martire spagnola del sec. IX (festa il 19 ottobre) e una beata Laura Vicuna, bambina cilena morta a 13 anni nel sec. XX (festa il 22 gennaio).

E a distanza di sette secoli sono ancora molte le persone che si recano in Provenza alla ricerca dei luoghi petrarcheschi: a Valchiusa ritrovano la casa del Petrarca (oggi museo), la fonte della Sorga, lo scenario naturale e tutte le atmosfere da cui scaturirono profondi sentimenti e indimenticabili versi in onore di Laura.

Che poi la gatta imbalsamata ed esposta nella casa d’Arquà fosse stata per il poeta più cara di Laura perché teneva i topi lontani dai libri, ovviamente è una diceria, trattandosi di faceta invenzione di Girolamo Gabrielli, proprietario della casa stessa ai primi del Seicento.

Ma, oltre che rivolgersi alla produzione in volgare, l’attenzione degli studiosi ora è tornata al Petrarca classicista: nel settimo centenario della nascita non solo è stata rivisitata la sua tomba, con una ricognizione scientifica del cadavere, ma anche sono state rivisitate le sue opere in lingua latina e se ne sono scoperti nuovi suggestivi orizzonti. Ed è anche per il culto della lingua latina che il Petrarca è considerato a ragione il primo umanista d’Italia.

L’uso di tale lingua da parte del Petrarca ha motivazioni diverse da quelle di Dante, perché il Petrarca voleva ridare al latino la vera classicità ormai tramontata, riportandolo allo splendore d’un tempo. Ciò naturalmente comportava un’opera di restauro, con sacrificio a volte della comprensibilità immediata cercata dai contemporanei. Il Petrarca vide nel latino la lingua della sua più genuina espressione artistica e perciò per quanto riguarda la prosa non produsse alcunché in volgare, tranne una lettera, mentre produsse abbondante prosa e poesia in latino, e perfino le note al Canzoniere (oltre che la traduzione di qualche novella del Boccaccio): un latino più ricco, più raffinato e più complesso rispetto a quello di Dante, anche se non piacque del tutto ai suoi immediati posteri, perché non scevro di medievalismi. Ma proprio per tale latino egli s’aspettava ed ebbe la gloria letteraria, anche se non conobbe la popolarità di Dante, il quale era noto e diffuso non solo nelle scuole e nelle chiese, ma anche nelle osterie, nelle botteghe e nei mercati, con una popolarità-simpatia davvero eccezionale per tutti i tempi pur fra le evidenti difficoltà di comprensione della Commedia da parte del popolino.

Il riferimento principale del Petrarca al mondo classico è rappresentato dal suo poema Africa, un’opera che vuole esaltare la Roma repubblicana seguendo quali modelli Cicerone, Virgilio e Livio e che rimase incompiuta al nono libro probabilmente perché l’autore non aveva la capacità narrativa per arrivare ai dodici libri dell’Eneide, con la quale peraltro tentava di gareggiare. L’Africa, per la quale l’autore aveva dovuto dotarsi d’una vasta preparazione storica, mostra scarse valenze epiche, perché il Petrarca, poco adatto all’epica, non è riuscito ad imprimere il necessario vigore alla pur sempre affascinante avventura di Scipione l’Africano (ripresa dal Somnium Scipionis di Cicerone); ma più consistenti sono le valenze liriche (quasi alla stregua del Canzoniere) nelle vicende amorose di personaggi come la celebrata Sofonisba, le cui fattezze fisiche e le cui movenze riprendono il mito di Laura, perfino nel ritorno di vocaboli come “auro” / “aura” / “aurea”. Soprattutto si nota la prevalenza degli aspetti formali su quelli contenutistici, data l’elevatezza dello stile e l’armonia del metro, ottenuta negli esametri dattilici:

Ille nec ethereis unquam superandus ab astris
nec phebea foret veritus certamina vultus
iudice sub iusto. Stabat candore nivali
frons alto miranda Iovi, multumque sorori
zelotipe metuenda magis quam pellicis ulla
forma viro dilecta vago. Fulgentior auro
quolibet, et solis radiis factura pudorem,
cesaries spargenda levi pendebat ab aura
colla super, recto que sensim lactea tractu
surgebant, humerosque agiles affusa tegebat
tunc, olim substricta auro certamine blando
et placidis implexa modis: sic candida dulcis
cum croceis iungebat honos, mixtoque colori
aurea condensi cessissent vascula lactis,
nixque iugis radio solis conspecta sereni.

(V 20-34)

Indubbiamente la traduzione attenua notevolmente il valore della classicità; ma in questo caso è necessaria per rendersi conto delle analogie anche lessicali: “Quel volto non sarebbe stato vinto dagli astri celesti né avrebbe temuto confronti con Febo ad un giusto giudizio. Era d’un candore niveo la fronte che sarebbe stata ammirata dall’alto Giove e temuta dalla gelosa sorella (Giunone) molto di più di qualsiasi altra formosa concubina amata da quel suo infedele marito. Più fulgida di qualsiasi oro, e capace di suscitare pudore nei raggi del sole, la sua capigliatura pendeva libera all’aura sopra il collo, che bianco come il latte s’ergeva gradatamente in linea retta, e ora copriva diffusamente gli agili omeri, mentre un tempo era annodata con oro in piacevole intreccio e avvolta in morbidi modi: così il delicato ornamento univa il bianco al giallo, e alla bellezza di quest’abbinamento di colori avrebbero ceduto gli aurei vasetti pieni di latte e la neve perenne colpita dal raggio del sole sereno.” Così lo spirito di Laura, oltre che nel Canzoniere e nei Trionfi, aleggia anche nell’Africa, quasi per un incantesimo da parte di lei.

In quest’opera viene profetizzata l’ascesa d’un giovane toscano di nome Francesco, che rinnoverà la fama di Scipione e col suo canto richiamerà le muse dall’esilio: evidente allusione dell’autore a sé stesso, che secondo la tradizione poi spirò col capo sopra l’amato testo dell’Eneide.

Così pure risultano tuttora interessanti, anche per la chiarezza del dettato, le sue opere di meditazione religiosa, data l’inquietudine dello spirito umano, perennemente alla ricerca del perché della vita e del suo destino, nonché le sue molte lettere che oscillano fra la riflessione e il dialogo e hanno momenti di misticismo, arrivando a volte a divenire quasi dei trattati morali, mentre l’ultima d’esse, indirizzata ai posteri, traccia l’autobiografia del poeta.

Seguendo l’indicazione di Lovato de’ Lovati (Padova 1241 - 1309) e d’Albertino da Mussato (Padova 1261 - Chioggia 1329), l’umanesimo del Petrarca s’estrinsecò anche nell’andare in cerca durante i suoi viaggi delle tracce della romanità classica, piuttosto che di quella medievale, nell’indirizzare lettere a personaggi dell’antichità e nel raccogliere intorno a sé negli ultimi anni un cenacolo d’amici devoti, che chiamava con nomi classicheggianti quali Socrate e Lelio, come essi chiamavano lui Cicerone: con loro svolgeva dialoghi impostati sulla cultura classica ed essi collaboravano con lui “in umanesimo”, cioè nei suoi studi e nelle sue ricerche tese a quel sapere capace d’arricchire l’uomo di vera umanità. In questo spirito, perfino la figlia Francesca fu da lui ciceronianamente ribattezzata Tullia.

Egli stesso nella lettera ai posteri confessò che avrebbe voluto essere nato nel tempo passato e che cercava di dimenticare il presente vivendo con l’animo in mezzo agli antichi. Perciò si mise a scrivere in latino: come Cicerone trattati ed epistole, come Orazio epistole metriche, come Livio e Virgilio un poema storico-epico. E giunse a voler imparare il greco, anche se riteneva superiori gli scrittori latini.

Per lui, che avvertì profondamente un nuovo senso dell’humanitas classica, il mondo classico-pagano riscoperto e studiato non era in antitesi col mondo medievale-cristiano e col suo messaggio, anzi esso — come osserva il Petronio — “è, innanzi tutto, una fase di civiltà e di saggezza a cui egli si accosta e si abbandona con un moto di intimità affettuosa che ha pochi altri esempi nella storia... Si direbbe che egli, pur affermando con forza la propria fede cristiana, tuttavia avverta in quei grandi pagani una forza di umanità che glieli fa — se integrata con la fede — modelli di vita”. In sostanza non sono i prodromi della saggezza cristiana che lui ritrova nel mondo classico, come s’era fatto nel medioevo, ma ciò che prospetta è una specie di santità laica, secondo i modelli di vita degli autori classici che egli ammira; e, mentre disprezza la dialettica e lo studio della natura, propone una cultura intrisa della psicologia e dell’eloquenza apprese dai classici e protesa al buon agire cristiano. Ecco perché ad Aristotele preferisce Platone, Cicerone, Seneca e S. Agostino. Ed è per questo motivo che nell’atto stipulato fra il Petrarca e la Repubblica di Venezia circa la donazione dei libri in cambio d’una casa sul Canal Grande non viene più usato per il poeta il titolo di “storico”, già a lui conferito in Campidoglio con la laurea per il poema storico-epico Africa, bensì quello di “filosofo”, cioè maestro di vita, persona che ha acquistato saggezza con la frequentazione degli autori classici.

E — come osserva l’Asor Rosa — i modelli imitabili suggeriti dal Petrarca erano correlati “alla precisa intenzione di far corrispondere tali modelli alla mutata natura e funzione dell’intellettuale contemporaneo... Solo più tardi l’exemplum fornito dal Petrarca con la sua vita e le sue opere sarà apprezzato (in Italia e nel resto dell’Europa) come norma di un completo comportamento intellettuale... Egli rivendica alla letteratura e alla poesia, intese come professioni esclusive e specialistiche, una profonda ed essenziale funzione sociale; egli cioè non si limita ad affermare il diritto privato di fare degli studi letterari lo scopo e l’interesse unico di un’intera esistenza... egli arriva ad imporre, con il prestigio della propria opera, il riconoscimento istituzionale che la letteratura e la poesia in quanto tali sono arti utili alla società... L’intellettuale come lo concepisce il Petrarca, non trova più la sua funzione sociale nel farsi mediatore ed interprete di alcune fra le posizioni politiche e ideologiche già costituite, ma nel mettere la sua competenza culturale al servizio del bene comune.” E la restaurazione dei classici corrisponde in lui al desiderio di rendere la cultura autonoma dalla tradizione ecclesiastica e religiosa, dato che fino ad allora la Chiesa sembrava avere il monopolio della cultura stessa: all’intellettuale cristiano del Medioevo il Petrarca contrappone l’intellettuale laico dell’Età Moderna.

A sua volta il Contini, richiamato il plurilinguismo di Dante (intendendo con questo non solo la convivenza di latino e volgare, ma anche la poliglottia degli stili e dei generi letterari, che, con pluralità di toni e di strati lessicali, è capace d’offrire al lettore insieme il linguaggio del sublime e quello della quotidianità, in una ricerca continua di sperimentazione), concentra l’attenzione sull’unilinguismo del Petrarca, che dà “unità di tono e di lessico, in particolare, benché non esclusivamente, nel volgare. Questa unificazione si compie lungi dagli estremi, ma lontano anche dalla base, sopra la base, naturale, strumentale, meramente funzionale e comunicativa e pratica.” Ed è evidente che si vuole esaltare la fondamentale uniformità stilistica del Petrarca, pur fra le minime differenze formali.

In conclusione, si può affermare che le due grandi passioni del Petrarca furono Laura e l’umanesimo, cioè la poesia e la classicità: perciò la conoscenza di quest’autore è maggiormente importante in un periodo — come il nostro — di decadenza degli studi umanistici, alla rivalutazione dei quali egli col suo peso letterario può certamente contribuire.

Bisogna ricordare sempre che al centro dell’umanesimo c’è l’uomo con tutta la sua problematica esistenziale, spirituale, culturale, sociale; e quindi non è da sottovalutare l’opportunità della rivalutazione del Petrarca classicista nella culla dell’umanesimo, perché si spera che almeno un’eco d’essa possa arrivare nella scuola italiana, oggi affascinata dal culto del tecnicismo e degl’idoli di matrice anglo-americana, ma deplorevolmente dimentica della sua originaria vocazione umanistica.

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