Servizi
Contatti

Eventi



Carmelo Ciccia

Saggi su Dante
e altri scrittori

• Gioacchino da Fiore • Petrarca • Boccaccio • Goldoni •
• Leopardi • Manzoni • Mazzini • Nievo • Verga •
• Fogazzaro • Carducci • Pascoli • D'Annunzio • Pavese •
• Autori che hanno unito l'Italia •

1a edizione - 2007 • Luigi Pellegrini Editore, Cosenza
2a edizione riveduta - 2009 • literary.it

© Tutti i diritti riservati all'autore

In copertina: ritratto di Dante, opera di Luca Signorelli (Cortona, circa 1445-1523)

 

Per i 50 anni della mia laurea,
conseguita fra varie difficoltà
a causa di
povertà di famiglia,
carenza di libri,
complessità di programmi,
severità di docenti.

Catania 1957-Conegliano 2007

pag. 1 Indice

pag. 2

  • Dal Cane di Gioacchino al Veltro di Dante (Inf. I)
  • Dante e Celestino V (Inf. III)
  • Il folle volo d’Ulisse anticipato da Luciano (Inf. XXVI e altri)
  • L’onore e il disonore di Sicilia e d’Aragona (Purg.. III e VII, Par. X IX e XX)
  • “La gloria di colui che tutto move…” (Par. I)
  • Omaggio alla donna nel canto di Piccarda (Par. III)
  • Giustiniano e Romeo: impero ed esilio (Par. VI)
  • Fede e religiosità in Dante Alighieri

pag. 3

  • Dante e la coscienza nazionale
  • Dante nelle arti figurative
  • Il De Gloria Paradisi di Gioacchino da Fiore e la Divina Commedia di Dante Alighieri
  • La Chiesa e gli ebrei: Dante e Gioacchino da Fiore
  • Petrarca, Laura e l’umanesimo
  • Boccaccio, Lisabetta e la poesia popolare
  • Goldoni e Verga
  • La grande poesia del Leopardi
  • Fede e religiosità in Alessandro Manzoni
  • Giuseppe Mazzini e Gioacchino da Fiore

pag. 4


L’italianità del Nievo

Nel suo breve arco di vita (1831-1861) Ippolito Nievo compose una quantità cospicua di opere che va ben oltre il notissimo romanzo Le confessioni di un Italiano. Nato a Padova e cresciuto fra Verona, Mantova e il Friuli, affascinato dall'apostolato mazziniano, il giovane scrittore ebbe l'occasione di dimostrare i suoi alti ideali patriottici e filantropici negli scritti e nella vita pratica, combattendo nella guerra del 1859 e nella spedizione garibaldina del 1860, e morendo in naufragio nel mar Tirreno l'anno dopo, al ritorno da una missione di pace a Palermo.

Fra il 1855 e il 1856 uscirono in vari giornali alcuni suoi racconti e novelle che avrebbero dovuto costituire il suo progettato Novelliere campagnuolo, un'opera che poté essere realizzata soltanto postuma. C’è in questi racconti e novelle non solo un ritorno all'Arcadia, con l'esaltazione della vita agreste, semplice e primitiva, ma anche un impegno sociale dell'autore che quasi ne fa un precursore dei veristi. In realtà il Nievo vive nell'atmosfera dei romantici, da cui assume anche l'esigenza di valorizzare tutto ciò che è popolare. Ma questo lo spinge oltre, fino alla consapevolezza della questione contadina e sociale.

Nel racconto La nostra famiglia di campagna (1855) una rilassante e piacevole gita in campagna dà il pretesto per una sentita riflessione sulla condizione contadina: "Voglio rappresentarti, o ingenuo lettore, per ischizzi e profili, quella parte più pura dell'umana famiglia che vive nei campi, e per vivere intendo io lavorare in essi di braccia, non passeggiarvi in essi pei freschi della sera come tu per avventura costumi.... Quando io t'abbia sincerato della cosa, e dimostratoti splendidamente quanto a te sovrastino per bontà d'animo e rettitudine di coscienza quelle genti che grida maestre di malizia, scioperate e imbestialite, allora non potrai più adagiarti all'ombra di simili calunnie lasciando le cose rovinare alla peggio per quei poveretti". Nel racconto si mettono in luce le prepotenze dei padroni; e qui il Nievo si differenzia da altri scrittori consimili dell'epoca, non limitandosi al folclore anche con l'inserimento di termini dialettali per mero colore locale, ma andando al di là di questo aspetto puramente formale per costituire una coscienza politica e richiamare l' attenzione degl'intellettuali sulla realtà delle masse contadine.

Il Varmo, “novella paesana” di ben 75 pagine (1856), prende il titolo da un affluente del Tagliamento ed è la storia dell'idillio di due fanciulli sullo sfondo di una natura vergine e fiabesca. Movendo da un proemio di sapore manzoniano come “Quel ramo del lago di Como...”, la novella ha non soltanto quadretti paesaggistici incantevoli, in cui autore e lettore possono andare a rifugiarsi come in unanuova Arcadia, ma anche vita semplice e rude dei protagonisti, antichi mestieri, abiti caratteristici, tradizioni e costumanze, modi di dire locali. Tutto ciò potrebbe essere definito folclore, magari in consonanza con le novelle della scrittrice friulana Caterina Percoto (1812-1887). Ma, lungi dal folclore, nel cap. VII un certo ser Giorgio “affermava egli che quante campagne stanno sotto il sole, tutte sono per origine comunali, e perciò a stretto diritto divisibili un tanto per capo; anzi aspettava giorno per giorno non so da qual buon vento certi personaggi dalle gran barbe nere che doveano, per dirla con lui, affettare la torta”. Proprio in quegli anni (1848) era uscito il Manifesto del Partito Comunista di Marx-Engels, cui evidentemente qui si fa riferimento. Di queste dottrine “affatto originali” che “sfriggolavano nel capo” a ser Giorgio si parla più volte verso la fine della novella, senza che appaia chiaramente la posizione del Nievo; anzi qui queste affermazioni potrebbero essere viste con ironia.

Il Nievo non aderì all'idea della lotta di classe: il suo fu piuttosto un populismo simile a quello di certi scrittori russi della seconda metà dell' Ottocento. Egli notò la frattura fra borghesi e contadini e perciò assegnava agl'intellettuali il compito di educare e istruire, ma anche di risolvere la questione sociale eliminando le disparità economiche. Per capire ciò basta leggere qualche brano del suo Frammento sulla rivoluzione nazionale, scritto probabilmente nel 1860-1861, cioè dopo l'esperienza siciliana (campagna garibaldina, questione contadina, fatti di Bronte...): “Prima di istruire, prima di educare, bisogna procurare quell'assetto di vita comoda, indipendente, dignitosa, che rende possibili educazione e istruzione… In una parola, fate degli uomini fisici e morali con una saggia economia, fatene degli esseri uguali a voi, colle leggi, coi codici, coi costumi, prima di far dei saccenti e dei fratelli colle chiacchiere…”

Dunque, è dei borghesi-intellettuali la responsabilità delle disparità sociali, del perpetuarsi dello stato di sottosviluppo del proletariato. E contro questo sottosviluppo il Nievo insorge, non predicando la lotta di classe, ma ispirandosi a principi di riformismo liberale sull'onda dell'azione di Giuseppe Mazzini che nel riscatto della patria (unità e indipendenza) vedeva il riscatto del proletariato e la sua elevazione alla dignità umana e sociale. Così anche per il Nievo rivoluzione nazionale è tutt'uno con rivoluzione economico-sociale. Perciò il Nievo è vicino alle aspirazioni dei rivoltosi di Bronte della novella Libertà del Verga, per i quali Garibaldi e liberazione dai Borboni avrebbero dovuto significare liberazione dal bisogno economico, riforma agraria, suddivisione e distribuzione delle terre ai poveri.

Questa posizione del Nievo è documentata anche in alcune lettere e nel suo diario, e rivela un'innata simpatia verso il popolo, intesa come condivisione di sorte. Essa è riscontrabile in altre sue opere.

In Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia (1854) il Nievo sostiene che la letteratura deve rifarsi al popolo, con un linguaggio che tenga conto delle peculiarità regionali. “La lingua italiana sta come un gran serbatoio in cui di secolo in secolo si vanno depositando gli elementi più puri di ben dieci vocabolari… Le frasi dialettali tendono a passare dall'uso provinciale al generale, sia per la crescente uniformità delle opinioni italiane, sia per naturale attitudine d'ogni segno che vesta acconciamente il concetto.” Dunque qui il Nievo rifiuta la teoria manzoniana dell'unitarietà linguistica, preferendo piuttosto una lingua nazionale variegata, con l'apporto dei singoli dialetti; ed egli stesso frequentemente scrisse in un italiano farcito di espressioni tipiche della sua regione, vicino al Verga anche sotto questo punto di vista, pur seguendo a volte il modello manzoniano.

Infine anche nel romanzo Il conte pecoraio (1857) vi sono espressioni di simpatia per gli umili: si esaltano la sapiente umiltà ed il sentimento di fiducia come fattori di futura concordia e ragione civile; e nel bozzetto Il pescatore d'anime (1859) lo scrittore torna sul riscatto delle plebi.

Come si vede, questo aspetto del Nievo è meritevole di approfondimento, anche per collocare lo sfortunato scrittore in una giusta posizione di rilievo nell'asse Manzoni-Verga letterariamente parlando e in quello Mazzini-Pisacane politicamente parlando.

Dunque, Ippolito Nievo diede un fulgido esempio d’italianità nella teoria (scritti) e nella pratica (gesta). Nato padovano, avrebbe voluto morire veneziano, ma ebbe la ventura di vivere “italiano” e morire sulla rotta marittima Palermo-Napoli. L’italianità del Nievo anticipa in un certo senso quel concetto che oggi hanno della patria le persone che ben ragionano: accanto alla piccola patria che ci ha visti nascere esiste una grande patria che si chiama Italia. Insomma, il Veneto-Friuli strettamente legato all'Italia. Perciò egli, esaltando con grande amore la sua piccola patria (luoghi, storia, lingua, costumi), seppe esaltare con altrettanto amore la grande patria italiana fino al sacrificio personale. Basti pensare che concepì la parola come mezzo di diffusione delle nuove idee di patriottismo, di riscatto, di civiltà.

Già il titolo stesso del capolavoro del Nievo ci richiama questo concetto di patria. E, se per la paura che il libro potesse apparire come opera di propaganda politica la curatrice Erminia Fuà Fusinato e l’editore Le Monnier nel 1867 lo pubblicarono come Le confessioni di un ottuagenario (titolo ben familiare nella nostra giovinezza, il quale figura al n° 260 nell’opera-catalogo di Adriano Andreani per l’editore Le Monnier intitolata I libri che hanno fatto l’Italia, edita nel 1994), giustamente dopo alcuni anni è stato ripristinato il titolo di Le confessioni di un Italiano che, oltre ad essere quello originario dato dal Nievo, rispecchia esattamente il contenuto del libro. Questo in effetti, oltre ad essere un libro di memorie, un intreccio di vicende e sentimenti personali, di scorci paesaggistici, usi e costumi, è anche un grandioso mosaico di un secolo di storia italiana, dalla metà del '700 alla metà dell'’800, dal nord al sud della penisola, comprese le cospirazioni e le guerre d'indipendenza.

Il protagonista, partecipando alle lotte per la repubblica partenopea del 1799 e ai moti napoletani del 1821, conosce prima la prigionia dei sanfedisti e poi l'esilio a Londra, città dove c'erano altri esuli italiani, compreso il Mazzini che il Nievo ammirava e che vi arrivò nel 1837. E dopo la morte della Pisana la storia dell'ottuagenario Carlino Altoviti continua insieme con quella dei suoi figli e delle vicende italiane.

Le confessioni di un Italiano sono un romanzo-fiume, a volte dispersivo e stancante; ma, a parte la bellezza di certi personaggi ed. episodi, hanno un grande respiro: il Nievo sa cogliere l'essenza dell’italianità, quell' anelito profondo che fa riconoscere come connazionali meridionali e settentrionali e come propria terra qualsiasi lembo d'Italia. C'è quindi anche in quest' opera quell' idea di nazione così cara al Mazzini, anche lui definitosi  fra l ' altro  semplicemente “Un Italiano”. E questa è un'altra riprova del forte legame Nievo-Mazzini.


Venezia e Oderzo nella narrativa di Giovanni Verga

Introduzione

Pochi sanno che Giovanni Verga (Catania, 1840-1922), inserito dalla casa editrice Mondadori nella collana “I giganti della letteratura mondiale”, prima che per la Sicilia simpatizzò per l’America, la Calabria e il Veneto. In mancanza a quell’epoca di scuole secondarie egli, come tanti giovani studiò con insegnanti privati: fra i suoi si ricordano certi Abate, Castorina e Torrisi. In particolare Antonino Abate (1825-1888), suo lontano parente, era — oltre che letterato — un fervente patriota, mazziniano e maestro della loggia massonica catanese, che partecipò con onore ai moti del 1848. Ebbene, fu costui ad inculcare nell’animo del giovane Verga (anche con l’ausilio di adeguati giornali, opuscoli e poemetti) quei sinceri sentimenti patriottici che specialmente nel periodo giovanile, quando mente e cuore si plasmano facilmente, furono l’essenza del pensiero e dell’opera del Verga.

Qui è d’obbligo ricordare che il Verga, subito dopo la liberazione della Sicilia da parte di Garibaldi, s’arruolò e prestò servizio nella Guardia Nazionale per il mantenimento dell’ordine pubblico, fondò e diresse alcuni periodici insieme letterari e patriottici, compose i primi romanzi a carattere romantico-patriottico. Per completare il quadro bisogna precisare che l’Abate gl’inculcò anche un forte romanticismo, alimentato dall’allievo anche con l’attenta lettura di opere famose di quel momento, prevalentemente a carattere romantico.

Amore e Patria

La produzione iniziale del Verga appartiene, dunque, al primo romanticismo italiano, movimento in cui — com’è noto — il sentimento espresso era insieme amoroso e patriottico. Le opere verghiane di questo periodo sono Amore e Patria, I carbonari della montagna, Sulle lagune. E proprio “Amore e Patria”, dal titolo del primo romanzo, noi possiamo chiamare questo primo ciclo verghiano, in cui si avverte l’influsso di scrittori come il Foscolo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis e il Dumas dei Tre moschettieri.

Amore e Patria è un grosso romanzo di ben 672 fogli manoscritti che fu scritto fra i 16 e i 17 anni d’età. L’opera, che rimase inedita a causa di parecchi errori anche ortografici e quindi può considerarsi solo un’esercitazione, tratta della guerra d’indipendenza americana ed è piena di continui colpi di scena, in cui dominano romantici eroi ed eroine, patrioti e traditori, banditi e benefattori. Alcuni brani sono stati pubblicati postumi in appendice agli “Studi verghiani” a cura di Lina Perroni, fascicolo II-III, Edizioni del Sud, Palermo, 1929.

I Carbonari della Montagna ha l’ambientazione in Calabria al tempo di Gioacchino Murat e descrive cospirazioni carbonare e lotte antifrancesi ed antigiacobine. Anche questo romanzo, scritto fra i 19 e i 21 anni, è un “mattone” e fu pubblicato dal Verga nel 1861-1862 in quattro grossi volumi, col denaro stanziato per la sua laurea in giurisprudenza. Il Verga, che aveva superato bene il primo biennio nell’università di Catania, con l’accordo del padre rinunciò alla laurea e quindi ad una promettente carriera giuridica per questa pubblicazione che vale ben poco e dimostra immaturità e incapacità. Il romanzo, recensito il 23.5.1862 sul giornale fiorentino “La nuova Europa” diretto dallo scrittore mazziniano Alberto Mario, fu poi sceneggiato per il cinema. Il Verga ne donò copia anche ad Alessandro Dumas figlio: la dedica dice : “A Lei amico di Garibaldi più che un omaggio è un tributo di ammirazione che io reco”.

Sulle lagune è il terzo romanzo di questo ciclo, scritto a Catania nel 1862. Il relativo manoscritto (non lungo come i precedenti) fu inviato e raccomandato il 26.5.1862 (quindi tre giorni dopo la precedente recensione) a G. Sornani per la pubblicazione in appendice a “La nuova Europa”, giornale nel quale le prime due puntate uscirono rispettivamente il 5 e il 9.8.1862, mentre l’intera opera (quindi ripartendo dalla prima puntata) uscì dal 13.1 al 15.3.1863. Incalzato dall’urgenza di pubblicare altre sue opere e anche perché egli stava mutando interessi letterari, il Verga tralasciò di pubblicare in volume quest’opera. Soltanto nel 1973, esattamente 110 anni dopo, l’opera fu pubblicata in volume a cura di G. Niccolai (S. T. E. M. Mucchi, Modena, pagg. 136): ed è a questo testo che ci riferiremo nella sua analisi, ovviamente particolare perché si tratta non solo della prima opera — organica e d’un certo valore, pur se i critici l’hanno praticamente ignorata — ma anche del romanzo veneto del Verga, ambientato proprio fra Venezia e Oderzo (TV). Naturalmente dopo sono uscite varie edizioni di questo romanzo.

Sulle lagune

Nel volume Ispirazione ed arte (Firenze 1858) il Tommaseo aveva sancito che il romanzo perfetto dev’essere un misto di narrazione, descrizione, dialogo e lettere. E a questo canone il Verga si adegua in questo romanzo, che più che storico, può essere definito contemporaneo, in quanto che la contemporaneità era un altro requisito di quel momento letterario.

Nel 1861 viene proclamato il Regno d’Italia, ma ne restano fuori Mantova e il Veneto, che continuano ad appartenere all’Austria fino al 1866. In questo romanzo l’autore coglie le delusioni per la mancata annessione e i forti fermenti d’unione all’Italia e li associa ad una romantica storia d’amore, proprio come aveva fatto il Foscolo. Ma anche il Manzoni è presente in certe situazioni, personaggi ed espressioni.

Il cupo conte austriaco Kruenn un giorno ad Oderzo vede la graziosa diciannovenne Giulia Collini e s’invaghisce fortemente di lei. Nella sua perfidia egli da una parte fa arrestare il padre di lei accusato di sentimenti italiani e lo fa imprigionare ai Piombi, dall’altra fa assegnare alla parrocchia di Giulia il torbido prete Gontini, venduto all’Austria, il quale, divenuto confessore della ragazza, le consiglia di trasferirsi a Venezia, in casa del conte, che offre ospitalità a lei (perché possa visitare e seguire il padre prigioniero) e alla madre paralitica. Senonché la ragazza si rifiuta di cedere alle insistenti voglie del conte, come pure all’amore del soldato Stefano De Keller, ungherese ma di sentimenti antiaustriaci, amico fraterno del fratello di Giulia già esule politico in Lombardia. Scoperto dal conte, il soldato è sfidato a duello, in attesa del quale si reca al veglione (è il Carnevale del 1861) in un teatro veneziano, dov’è avvicinato da una mascherina, che poi si manifesta per Giulia. Nel duello Stefano rimane ferito e nell’alloggio dell’amico è visitato da Giulia, sfrattata dal conte (furioso per la delusione e la gelosia), la quale gli svela i suoi sentimenti per lui. Poiché il conte perseguita non solo Stefano, ma anche Giulia e tutta la famiglia, il fratello di Giulia (chiamato col solo cognome e che soltanto ora ha riconosciuto la sorella e appreso la triste storia) fa ritornare sorella e madre ad Oderzo. Seguono una serie di lettere di Giulia da Oderzo e del fratello da Brescia. Giulia, a cui nel frattempo era morta la madre paralitica, ormai convinta di non potere realizzare il suo amore per tutta la vita, concorda con Stefano (ormai guarito ma braccato dal conte nel suo nascondiglio) una notte di amore-morte e si reca a Venezia. Nel suggestivo scenario veneziano i due realizzano in gondola il loro momentaneo sogno d’amore, fra effusioni sentimentali e frasi antiaustriache; ma quando Giulia sta per lanciarsi in mare, con un finale a sorpresa, Stefano l’afferra e fa dirigere la gondola verso Chioggia. Poi non si sa più nulla di loro: chi dice che i due sono stati catturati, chi che sono riusciti ad approdare a Ravenna su un legno con bandiera tricolore, chi che i corpi sono stati trovati in un fiumicello vicino ad Oderzo. Ma nel frattempo il conte è morto di cancrena a causa delle ferite riportate in seguito all’attentato vendicativo da parte del fratello di Giulia. E il romanzo si conclude con l’esecrazione della dominazione austriaca.

In questo romanzo, che non è da buttar via anche se presenta alcune incertezze grafiche e grammaticali, oltre al romanticismo patriottico ci sono i prodromi della futura arte del Verga: scapigliatura, psicologismo, realismo, studio della lingua e dei costumi, ricerca del colore locale, certi effetti teatrali. Quello che colpisce anzitutto è la perfetta conoscenza che il Verga dimostra dei luoghi descritti: quando descrive i percorsi nelle calli e nei rii veneziani e perfino l’orientamento delle ombre, dà l’impressione che egli sia, se non un veneziano vero e proprio, almeno un turista abituale; e invece non ci sono prove d’una sua visita a Venezia né prima né dopo il 1861. Il vedutista veneziano Guglielmo Ciardi (1843-1917) giunse a Firenze nel 1868 e quindi solo dopo la pubblicazione del romanzo fu conosciuto dallo scrittore nell’ambiente dei macchiaioli frequentato pure dal Verga, il quale in quell’occasione così disse: “A Firenze, udendo parlare quei pittori ho imparato più che a Venezia vedendo dipingere tutti i professori dell’Accademia”. Sicuramente egli si è documentato, come del resto fu solito fare anche per le opere future e come si è documentato per la lingua. Egli non solo inserisce termini tipici quali selizada, paron, sior, felza ed altri, ma dimostra una grande simpatia per il Veneto e i veneti. In lui la poeticità di Venezia esce dall’ovvio e dall’oleografico per sublimarsi nell’aureola d’un sogno inseguito come un paradiso terrestre.

La Venezia poetica del Verga s’incontra quasi ad ogni pagina, e diventa arduo fare delle citazioni. Venezia è una “gondola da odalisca, dolcemente cullata su queste rive incantate dell’Adriatico, profumata e superba, che accoglie tutto un fremito di voluttà, un molle sogno d’amore nella limpida trasparenza della sua laguna” (pag. 21); quando viene la sera “un debole venticello increspa le acque della laguna che scintilla ai raggi di una luna magnifica; quell’oceano di luce mesta e diffusa si stende da un capo all’altro dei canali e disegna l’incantata prospettiva coi suoi profili neri e bizzarri spiccanti sull’orizzonte lucido e terso come un cristallo.” (pag. 126); e infine per realizzare il sogno d’amore-morte “gli parve che dormire per sempre d’amore, là, abbracciati, in fondo a quel mare sì bello, circondati da quelle acque sì trasparenti, dovesse essere la realizzazione dell’estrema felicità a cui possa aspirare l’amore...” (pag. 127). Venezia, dunque, diventa la tomba ideale e perciò cercata.

Anche per Oderzo ci sono parole di simpatia: “nostro paesello” (pag. 105), di cui si lodano la campagna, la bell’aria, il cielo e il sole. Non si riesce a capire come il Verga abbia scelto proprio Oderzo per ambientarvi circa metà di questo romanzo: d’acchito si penserebbe alla suggestione del Dall’Ongaro che era di questa zona e che — come vedremo — fu protettore del Verga; ma il Verga si recò per la prima volta a Firenze dopo la pubblicazione di questo romanzo; a meno che la suggestione non derivi dall’anticipata lettura d’opere del Dall’Ongaro. Fatto sta che Oderzo è nominata ben quindici volte e che una partizione del romanzo s’intitola proprio “Da Oderzo alla Giudecca”. I due giovani opitergini onorano veramente Oderzo: la diciannovenne Giulia per la sua bellezza, la sua onestà e i suoi caldi sentimenti; lei e il fratello anche per il forte anelito d’italianità.

Eppure, né Venezia né Oderzo hanno dedicato a Giovanni Verga qualche salizada/calle/rio/via/piazza, come invece ha fatto Treviso. Per questo i due Comuni, che finora non l’hanno fatto, dovrebbero ricordarsi che lo scrittore siciliano per la sua prima produzione scelse luoghi e personaggi di Venezia e d’Oderzo, i quali così furono ancor più conosciuti e amati da tanti italiani.

Naturalmente è impossibile citare tutte le espressioni e i brani patriottici, che si ritrovano quasi in ogni pagina. Il romanzo si conclude con un episodio d’amore-morte, ma anche con una certezza d’italianità: “Quando ai liberi italiani sarà dato di spezzare le catene dei fratelli schiavi; quando l’inno nazionale risuonerà sotto il palazzo dei Dogi, si vedranno, forse, due giovani, nelle prime file dell’avanguardia, che corrono a spezzare le porte delle prigioni, e chiameranno un nome, e una voce fievole e tremante [del padre] risponderà loro da dietro le grate... Se, disgraziatamente, sarà un solo questo giovane avventurato [il fratello], egli andrà ad inginocchiarsi sulla terra [Oderzo] ove quattro croci nuove indicheranno quattro altre vittime [Stefano, Giulia e i suoi genitori] del giogo austriaco.” (pag. 134).

Forse oggi sembrano fuori luogo le esaltazioni sentimentali e patriottarde, ma il Verga era patriota convinto e fedele; e nonostante l’abuso di concetti, termini ed espressioni che sembrerebbero convenzionali, Sulle lagune rimane a nostro avviso un apprezzabile romanzo, che ci svela un Verga sicuramente inconsueto, per non dire ignorato, e che meriterebbe di essere più conosciuto e valorizzato, anche perché se ne potrebbe ricavare un bel film storico. Inoltre con questo romanzo e col suo spirito fortemente patriottico il Verga voleva contribuire a destare un movimento d’opinione a favore della liberazione del Veneto dall’Austria; e perciò egli va doverosamente annoverato anche fra gli scrittori del Risorgimento.

Rita Pitt dell’università di Bristol ha così scritto di questo romanzo nella rivista americana “Italica” (Columbus, Univ dell’Ohio, vol. 52, n° 2, estate 1975): “Le notevoli positive caratteristiche del lavoro, quindi, sono da trovarsi nella chiara delineazione dei personaggi, nella introspezione psicologica, nella credibile descrizione di una situazione politica drammatica, commovente e fortemente sentita; i due aspetti più negativi sono chiaramente lo stile insicuro, spesso verboso o esagerato (particolarmente l’artificiosità nelle descrizioni di Venezia) e, per il nostro gusto, le appassionate lettere di Giulia durante la sua separazione da Stefano [...] Ma non dovremmo dimenticarci che si tratta di un lavoro scritto da un giovane di soli 22 anni, un lavoro ciononostante interessante non solo come curiosità letteraria.” (Traduzione dall’inglese di Corrado Pittari.)

Dall’Ongaro e Percoto

Nel quadro della conoscenza e simpatia del Verga per il Veneto e i veneti, è il caso d’accennare anche ai rapporti fra Verga e il Dall’Ongaro e fra il Verga e la Percoto, la quale, pur essendo friulana, rientra estensivamente nell’area veneta.

Francesco Dall’Ongaro nacque a Mansué (TV) nel 1808 e morì a Napoli nel 1873. Dopo aver frequentato il seminario di Vittorio Veneto ed essere stato ordinato sacerdote, ben presto abbandonò il sacerdozio e abbracciò le idee patriottiche e mazziniane, dedicandosi alla letteratura e al giornalismo. A Trieste diresse il giornale “La favilla”. Nel ’48 partecipò ai moti di Venezia, nel ’49 a quelli di Roma e dopo la caduta di quest’ultima fu esule in Svizzera e in Belgio per un decennio, rientrando in Italia nel 1859. Fu collaboratore del Cattaneo, nonché scrittore, dantista e drammaturgo. Incaricato di letteratura drammatica a Firenze, aprì il suo salotto a letterati, politici e filosofi (Prati, Aleardi, Fusinato, Imbriani, Capuana, Rapisardi, ecc.), prediligendo il Verga, che fra l’altro egli sollecitò a scrivere per il teatro. Per i suoi atteggiamenti anticlericali fu costretto a lasciare Firenze e a trasferirsi a Napoli, dove, pur con qualche soggiorno all’estero, visse definitivamente.

Dal 1847 il Dall’Ongaro scrisse versi dialettali, stornelli, canzoni popolari e patriottiche, novelle, memorie risorgimentali, ballate e liriche romantiche, sociali, umanitarie (famose Poveri fiori, poveri cuori e La perla nelle macerie), opere teatrali, fra cui Il fornaretto di Venezia, tratta dall’omonima leggenda popolare; e fu intorno al 1848 che inneggiò al tricolore, scrivendo:

Il bianco è l’Alpi, il rosso i due vulcani,
il verde è l’erba dei lombardi prati.

Nel 1849 a Roma il Dall’Ongaro fu testimone importante della rivoluzione patriottica: per incarico redasse l’elenco dei volontari d’ogni parte d’Italia che si offrivano di partecipare alla liberazione di Roma e comunque dei cittadini solidali con la repubblica, di cui riconoscevano la potestà, e attestò che essi erano uomini e donne (significativa la presenza di molte donne!) delle più svariate condizioni economiche, in massima parte umili: e ciò, per smentire quanti per denigrazione affermavano che la nostra fosse una rivoluzione aristocratica, mentre in realtà — come risulta dalla documentazione da lui lasciata — era un vero e proprio moto popolare.

Nel 1865 il Verga si reca una prima volta a Firenze e vi trova tutto il fasto della prossima capitale (lo diventò nel 1867), ne intuisce la fervida vita culturale e partecipa alle celebrazioni del centenario dantesco. Rientrato in Sicilia, quattro anni dopo ritorna a Firenze deciso a rimanervi a lungo. Questa volta ha una lettera di presentazione per il Dall’Ongaro da parte del poeta catanese Mario Rapisardi, anche lui a Firenze nel 1865 e poi rivale del Verga in amore. Il poeta veneto non solo accoglie familiarmente questo meridionale, ma diventa il suo primo ammiratore, consigliere, protettore. Da alcune lettere del Verga alla famiglia apprendiamo qual era l’entusiastica amicizia dei due:

• “Ora vi narrerò le affabilissime accoglienze che ho avute dall’illustre Dall’Ongaro” (23.5.1869);
• “Dall’Ongaro, il quale mi fa mille cortesie” (26.5.1869);
• “non potreste immaginarvi la distinzione con cui son ricevuto nelle case dove mi ha presentato Dall’Ongaro” (29.5.1869);
• “Il giudizio di Dall’Ongaro sulla mia commedia [Rose caduche] è stato favorevole” (2.7.1869);
• “Intanto mi affretterò a dargli [al Dall’Ongaro] la copia del mio romanzo [Storia di una capinera] per farlo collocare da lui presso Civelli” (5.8.1869).

La Storia di una capinera, scritta a Firenze nel 1869, fu pubblicata a puntate nel giornale milanese “La ricamatrice” e uscì poi in volume sempre a Milano nel 1871 (edit. Lampugnani) con una prefazione del Dall’Ongaro sotto forma di lettera alla Percoto.

Col trasferimento della capitale a Roma (1870), Firenze perse un gran fascino e gl’interessi culturali ed economici del Verga si spostarono verso Milano, città in cui egli si trasferì nel 1872. Ma quello di Firenze fu il suo miglior periodo di formazione ed introduzione nel mondo culturale, un periodo indimenticabile, grazie anche ai salotti come quello di Ludmilla Assing, alle amicizie e a tutta l’attività artistica e culturale fiorentina, animata pure dalla Percoto, amica del Dall’Ongaro, oltre che per un certo tempo (dal 1864 al 1868) da un altro siciliano grande amico del Verga, Luigi Capuana. Il Verga allora non solo conobbe varie illustri personalità del mondo letterario e politico e venne a contatto con lo stile fiorentino ma fece anche esperienze sentimentali e galanti. Inoltre allora e dopo fu certamente influenzato anche dalle Novelle vecchie e nuove e dai Racconti del Dall’Ongaro.

Caterina Percoto (S. Lorenzo d’Udine, 1812-1887), di nobile famiglia, rimase presto orfana di padre e studiò a Udine, dove poi si dedicò alla famiglia e all’educazione infantile. Fin da giovanissima scrisse novelle che il Dall’Ongaro pubblicava nel giornale “La favilla” di Trieste, incoraggiandola a continuare a scrivere. Soggiornando per un periodo a Firenze, lei presentò al pubblico la verghiana Storia di una capinera, in cui sono evidenti alcuni influssi dei suoi Racconti, pubblicati da Le Monnier a Firenze nel 1858 con prefazione del Tommaseo. Questi racconti, ispirati dalla vita delle campagne friulane, a volte sono leggende popolari con delle istanze sociali, specialmente quando presentano la contrapposizione tra i poveri della campagna e i ricchi della città: il che la rende vicina al Nievo, il quale aveva praticato una letteratura rusticana e sociale insieme. Di lei si ricordano inoltre A Jalmicco 1848, Episodio dell’anno della fame e La donna di Osoppo. Scrittrice di sentimenti profondamente antiaustriaci, la Percoto nelle sue opere riversò anche il malessere provocato dalla dominazione austriaca.

La calorosa accoglienza e la frequentazione del Dall’Ongaro e della Percoto, in cui egli trovò i suoi protettori, non soltanto aprirono al giovane Verga un mondo nuovo, ma anche gli fornirono preziose conoscenze sull’ambiente, i costumi e il modo di vivere delle genti venete e friulane.

Ma non finisce qui la simpatia del Verga per il Veneto: ci sono da considerare anche gl’influssi del Goldoni nella narrativa verghiana. È il caso della commedia Le baruffe chiozzotte, tenuta presente e a volte ricalcata dal Verga (che ne aveva visto la rappresentazione a Catania) nella stesura dei Malavoglia, per quanto riguarda ambiente marinaro, nomi e vicende.


L’eruzione etnea del 1886 nella pagine di Verga e Aniante

«Bollettino dell’eruzione! Il fuoco a Nicolosi!». Con queste parole fra virgolette comincia il racconto verghiano “L’agonia di un villaggio”, per la verità uno dei meno noti dello scrittore catanese, che coglie in esso un momento dell’eruzione etnea del 1886. Fu, questa, una delle eruzioni più pericolose per l’uomo, perché arrivò alle porte di paesi come Belpasso e Nicolosi: nei punti in cui la colata si arrestò sorgono delle cappelline devozionali, tuttora meta di pellegrinaggi e preghiere, in quanto che l’arresto della colata fu attribuito all’intervento miracoloso di S. Lucia o della Madonna Immacolata a Belpasso e di S. Agata a Nicolosi. All’episodio di Nicolosi si rifà nel suo racconto “Il velo d’Agata” anche Antonio Aniante, uno scrittore della zona etnea, che, pur essendo nato a Viagrande nel 1900, ne visse quasi sempre lontano.

“L’agonia di un villaggio” e “Il velo d’Agata” sono praticamente due atti di uno stesso dramma, per fortuna conclusosi a lieto fine: una loro rilettura è interessante non solo per vivere anche noi quell’esperienza, peraltro più volte ripetutasi nella storia delle eruzioni etnee, ma soprattutto per fare un confronto fra i due scrittori.

“L’agonia di un villaggio” è un breve racconto, di due pagine soltanto, che il Verga scrisse di getto dopo una sua visita ai luoghi dell’eruzione e che fu incluso nella raccolta Vagabondaggio, apparsa l’anno dopo (1887) per i tipi di Barbera a Firenze. Il racconto si apre con un titolo da giornale ed ha in effetti l’andamento di un reportage non soltanto per la sua brevità ed essenzialità, ma anche per la serie di diapositive che, metaforicamente parlando, il Verga ha scattato. È, questa, la tecnica dell’impersonalità, una tecnica che si rifà proprio all’arte fotografica allora nascente: e non è senza significato il fatto che il Verga ci abbia lasciato anche una sua produzione fotografica, nella quale ha ritratto i volti dei familiari, aspetti del paesaggio, momenti di vita.

Nonostante le premesse dell’impersonalità, però, qui come altrove si sente che il Verga, il quale scrive a caldo, soffre per questo dramma che si sta consumando: è dalla parte dei diseredati, come sempre, e vive la loro agonia; ma soffre soprattutto nel constatare ancora una volta come i vinti siano abbandonati ad un destino senza Provvidenza.

Nicolosi è un paese in smantellamento: la gente parte come può, sfollando in colonne e portandosi dietro masserizie e derrate sotto la pioggia insistente della cenere vulcanica. Perfino imposte e ringhiere vengono portate vie. Che squallore fra le case abbandonate, aperte e vuote! Soltanto qualche vecchierella si attarda ad attaccare immagini miracolose agli stipiti.

A questo squallore si accompagnano i boati dell’Etna, gli schiamazzi dei bambini, l’andirivieni di soldati e pompieri, i rumori degli operai che costruiscono baracche per gli sfollati.

Eppure in mezzo a tanta tristezza non manca chi trova il suo buon tempo: le signore venute a vedere lo spettacolo, che danno spettacolo esse stesse sul marciapiede facendosi vento, gli uomini del Casino di campagna che fumano tranquillamente, il sorbettiere che vende acqua fresca. E più su, sullo stradone verso l’Etna, torme di curiosi formicolano, sciamano per i sentieri, sostano alle baracche dei venditori di gassose, birra, uova e limoni, si avvicinano al fronte lavico, gridano quasi di gioia quando un blocco di magma guadagna la discesa, saltano muretti e fossati, si spandono per le vigne, stringendosi al braccio delle loro compagne e suscitando in loro «un fremito religioso», mentre queste, tirandosi su le vesti, fanno ondeggiare veli e ombrellini, al crepuscolo di una sera che forse vedrà la morte di un paese.

Certo, c’è la religione che può dare conforto e speranza in queste circostanze; ma, a parte il pio quadretto della vecchia che attacca le immaginette sacre, il suono delle campane è lugubre, la statua del santo patrono sta luccicante sotto il baldacchino «come un fantasma atterrito», il baldacchino del Santissimo è abbandonato al muro «colle aste in fascio», i santi luccicano dorati in fondo all’altare in lutto, la processione dei penitenti segue «un Cristo di legno, affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli uomini che affondavano nella sabbia». Nulla d’incoraggiante, insomma.

C’è un parallelo fra il santo patrono e il Cristo di legno: l’uno è come un fantasma atterrito, l’altro quasi sinistro. E nel barcollare del Cristo è la stessa fede che barcolla di fronte all’ineluttabilità della catastrofe. Qui ritorna il pessimismo verghiano in fatto di religione: accanto ad una potenza formale (apparato, statue dorate e luccicanti, ecc.) c’è una impotenza sostanziale. Il Verga non irride, non denigra; osserva e descrive: ma non riesce a non fare trasparire il suo stato d’animo sconsolato, la sua visione pessimistica della vita, il suo mondo senza Provvidenza.

Se il Verga non irride e non denigra, lo fa invece Antonio Aniante nell’apparenza di una fredda obiettività, riportando la religione ad una superstizione vera e propria, almeno nelle manifestazioni qui descritte, giungendo a falsare nomi e situazioni in un continuo spirito satirico e addirittura sarcastico.

“Il velo d’Agata” dell’Aniante è - come detto - la continuazione di “L’agonia di un villaggio” del Verga. Ora l’intervento miracoloso avviene e ferma la lava; ma come?

“Il velo d’Agata” è un racconto di cinque pagine, anche questo poco noto perché non fu pubblicato dall’autore; Pasquino Crupi lo incluse (insieme ad un altro inedito dello stesso Aniante) nell’antologia di scrittori siciliani contemporanei La mala terra, apparsa nel 1974 per i tipi di D’Anna a Firenze. È scritto anch’esso con caratteri d’essenzialità. La concisione dell’autore a volte arriva a costruire periodetti di mezza riga.

Il racconto si apre con l’accenno alle sette distruzioni subite da Catania nel corso dei secoli per terremoti, maremoti e colate laviche; e ciò, nonostante che la città sia affidata al patrocinio di S. Agata, «bellissima bionda nel suo busto di porcellana, sfolgorante dì gioielli a miliardi», «che porta addosso più tesori del Banco di Sicilia», tanto che hanno dovuto chiuderla in una cameretta protetta da sette porte di ferro. E qui l’Aniante espone la vita di S. Agata con un tono da favola o mito. I ladri più volte hanno alleggerito il suo tesoro, ma non hanno toccato il suo velo o meglio la sua veletta (come dice l’autore), che ha il potere dl fermare la lava dell’Etna. Perciò, adesso che c’è una nuova eruzione e sulla città piovono lapilli e cenere scottante, e tanti cittadini vivono chiusi in cantina o sono partiti per la Piana di Catania, lungo il Simeto, o verso l’isola di Malta, poveri e ricchi della minacciata Catania chiedono l’esposizione di questa veletta; ma il cardinale Fràncica Nava, «la cui proprietà di non so quanti ettari è lì per venire coperta dal fiume dì fuoco», decide addirittura di portare colà la santa.

Una marea di gente, «oltre centomila anime», forma il corteo che accompagna nella sera il fèrcolo «con la santa pesante a tonnellate» sul quale stanno come in trono il cardinale «mitrato e imporporato» e altri dignitari ecclesiastici. La processione descritta dall’Aniante è quella delle feste agatine dell’l-5 febbraio: fèrcolo, candelore, cittadini col camice bianco e il cordone nero «della penitenza», torce, bombe, ecc. Giunti al fronte lavico, il cardinale spiega e leva più volte il velo di S. Agata; ma la lava non si ferma. E allora il cardinale, al quale caddero le braccia per lo scacco subito, «da quel sant’uomo che era, piegò la testa e chiuse gli occhi, anche per non vedere la sua villa che spariva sotto l’ignea ondata».

Il popolo vorrebbe che si mettesse il fèrcolo davanti al fronte, ma al sacrificio dei miliardi dei gioielli il santo cardinale preferisce incredibilmente un sacrificio umano. Poiché lui si dichiara peccatore (ma l’autore aggiunge che «peccatore non lo era, tutt’altro, dato che morì in odore di santità»), il cardinale manda a prendere una verginella da un orfanotrofio per mezzo del Cònsolo il Mafioso, e le ordina di camminare tra il fuoco, tenendo levato il velo di S. Agata.

La piccola Aita (che poi è il nome dialettale Agata) obbedisce, le fiamme le lambiscono le vesti e fanno un’aureola (di martirio?) intorno a lei, ma finalmente al suo ordine la lava si arresta. Il cardinale grida il classico «Cittadini, viva S. Agata!», le campane suonano a festa e tutti osannano al miracolo.

Come si vede, l’atteggiamento dell’Aniante nei confronti della religione è diverso da quello del Verga: nell’Aniante c’è irriverenza, aperta polemica, faziosità. L’autore, volendo fare non un documentario, ma un’opera d’invenzione artistica, non si è preoccupato di accertare nomi e fatti e ha mescolato o inventato personaggi e situazioni di eruzioni diverse in un unico racconto. È così che spunta il nome di Fràncica Nava al posto di quello di Dusmet che recò il velo di S. Agata a Nicolosi nel 1886, dove ora sorge una cappella votiva. E non ci sembra che il Dusmet potesse essere così attaccato ai beni materiali da decidere una processione e da fremere per una sua villa - ammesso che l’avesse - inghiottita dalla lava. Fràncica Nava resse l’arcidiocesi di Catania posteriormente a Dusmet; e il sant’uomo, morto in odore di santità, altri non è che Dusmet. Perché allora Fràncica Nava? Perché l’Aniante confuse Dusmet, vissuto prima, con l’arcivescovo della sua adolescenza, appunto Fràncica Nava, durante la quale peraltro avvennero altre eruzioni minacciose con simili episodi di religiosità.

Catania ha esaltato la bontà, la povertà e la generosità di Dusmet; un monumento a lui dedicato dice: «Finché avremo un panettello lo divideremo col povero»; per anni si è pregato nelle chiese per il «pastore per ventisette anni, quell’angelo della carità che fu il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet» e la causa di beatificazione fu aperta subito dopo la sua morte. Né ci risulta che il nominato Fràncica Nava fosse un cinico feudatario.

Ma quello che più sconcerta è l’invenzione del sacrificio umano: non avevamo mai sentito parlare di un episodio così orrendo, tanto più grave e assurdo quanto attribuibile ad un cardinale definito «santo».

Il fatto poi che l’ordine di cercare la verginella Aita sia affidato ad un mafioso potrebbe far pensare ad una collusione fra mafia e potere.

Eppure, a parte queste riserve di natura storica e morale, non possiamo non definire bello questo racconto “Il velo d’Agata”. In poche pagine e con poche pennellate, l’Aniante ha colto l’anima della Sicilia. La successione delle scene è rapida e concisa, la parola pronta e precisa, la psicologia della gente profondamente scandagliata. Guardate com’è descritta bene S. Agata; guardate il Mafioso che corre sul suo calessino, lui solo in una via Etnea deserta ed enorme; guardate come avanza decisa verso il fuoco la verginella Aita, «tutta sola, minuscola e fragile», col velo miracoloso sopra la testina!

Nessuno inorridisce, nessuno tenta d’impedire questo sacrificio; ognuno pensa al suo «particulare»; e l’innocente, come in una tragedia greca o in un episodio biblico, è pronta ad immolarsi in questo olocausto. Ma per fortuna la lava si ferma.


Antonio Fogazzaro fra arte e propaganda

1. Introduzione

Nella produzione del Fogazzaro c’è un oscillare fra arte e propaganda, che si può anche chiamare polemica, oratoria, predica o comizio: in particolare la sua predicazione religiosa è resa torbida da una congerie d’idee né ben organizzate né chiare. Egli col suo spiritualismo tormentato, che è anche un contrasto fra dovere morale e passione erotica, rispecchia l’inquietudine della fine del secolo XIX e dell’inizio del XX, in cui si diffondevano anche altre correnti di pensiero, quali il darwinismo-evoluzionismo, il positivismo, il materialismo-socialismo, il liberalismo, il modernismo. E in questa temperie il Fogazzaro, fra discussioni e battaglie, seppe farsi una fama di gran narratore che all’inizio superò perfino quella dei “rivali” Verga e D’Annunzio: essa col passare dei decenni si è ridimensionata, ma è rimasta su un rispettabile livello, nonostante che ora sia il Verga a stare al di sopra, confermando il giudizio di Luigi Russo che nel suo saggio verghiano ha affermato essere il Verga il più grande scrittore del sec. XIX dopo il Manzoni: posizione da intendersi in senso cronologico e non di merito.

2. Cenni biografici

Antonio Fogazzaro nacque a Vicenza nel 1842 da famiglia benestante, frequentò il liceo a Vicenza (dove fu allievo di Giacomo Zanella) e l’università a Padova e Torino, laureandosi in legge a Torino nel 1864, ma praticamente non fece mai l’avvocato. La sua formazione religiosa passò dal rigido cattolicesimo iniziale al panteismo e all’agnosticismo, per ritornare poi ad un sincero cattolicesimo, che si manifestò anche nella partecipazione ad opere pie, quali la Congregazione di Carità e il Mutuo Soccorso; ma fu in seguito ad una serie d’intense letture di contenuto dottrinario, morale, filosofico, teologico, storico e scientifico che egli acquisì quella formazione la quale fa da supporto ai suoi libri. Nel 1848, in seguito all’assedio della sua città, la famiglia s’era spostata prima a Rovigo e poi a Oria, in Valsolda (CO), ridente località d’origine della madre, in cui egli ritornò anche dopo la laurea (facendone la sua terra sognata e lo scenario del romanzo Piccolo mondo antico e di pagine dei romanzi successivi) e in cui poi fondò due asili infantili. Dopo un periodo di residenza a Milano, si stabilì a Vicenza, dove divenne socio e presidente della prestigiosa Accademia Olimpica. Il padre dello scrittore, già esule a Torino nel 1859, era stato deputato del nuovo Regno d’Italia, mentre lo stesso scrittore ebbe cariche politico-amministrative comunali e provinciali, e nel 1896 fu nominato senatore. In campo scolastico egli fu membro del Consiglio Scolastico Provinciale e poi del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Si sposò con la ricca contessa Margherita di Valmarana ed ebbe tre figli. Morì a Vicenza nel 1911.

3. Il Fogazzaro poeta

Anzitutto è bene tener presente che il Fogazzaro non fu soltanto narratore, ma anche poeta, novelliere, saggista, drammaturgo, autore di testi per musica e oratore. Fra i suoi discorsi, importanti furono le conferenze che tenne a Parigi sulla funzione del poeta e sul modernismo; mentre fra le opere teatrali ce ne fu una in dialetto veneto. Quanto al poeta, basta ricordare la sua lunga novella in versi Miranda (1874), dedicata al padre, con la quale egli esordì, e le raccolte di liriche Valsolda (1876) e Poesie scelte (1897).

Le poesie del Fogazzaro per lo più manifestano atteggiamenti che si riscontrano anche nei suoi romanzi: diffusa e indeterminata malinconia, accessi spirituali e fantastici, attrazione materiale e nel contempo mistica nei confronti d’una natura in cui è chiaramente percepibile il disegno divino. A quest’ultimo riguardo basta ricordare la corale lirica “Campane a sera” della raccolta Valsolda, il cui motivo è presente pure in una pagina del romanzo Piccolo mondo antico. In questa composizione vengono chiamate in causa di strofa in strofa le campane d’Oria e degli altri paesetti della Valsolda ad esprimere la loro voce, poi amplificata dagli “echi della valle” nella coscienza del poeta; il quale, fondendo poesia e musica sulla base d’intonazioni formanti un’onda lirica, tra pitture paesaggistiche raffinate e con un senso ora mistico ora panico della natura, gioca coi termini “Oria” e “Oriamo”, mentre gli echi hanno suggestioni che ricordano il suono delle campane di composizioni pascoliane quali "Alba festiva", "Sera festiva" e “La sera di Barga”:

        Le campane di Oria
Ad occidente il sol si discolora,
vien l’ora — de le tenebre.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
Oriamo.
        Le campane di Òsteno
Pur noi, pur noi su l’onde
moviam da queste solitarie sponde
voci profonde.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
        Le campane di Pùria
Pur noi remote ed alte
tra le buie montagne
odi, Signore.
Da gli spiriti mali
guarda i mortali!
        Echi delle valli
Oriamo.
        Tutte le campane
Il lume nasce e muore;
che riman dei tramonti e de le aurore?
Tutto, Signore,
tranne l’eterno, al mondo
è vano.
        Echi delle valli
È vano. [...]

E per inciso osserviamo che naturalmente le suggestioni provate dal Fogazzaro e dal Pascoli purtroppo oggi, a parte l’inquinamento acustico e le distrazioni, non sono più percepibili là dove sui campanili, per una nuova moda, siano stati installati impianti elettrici o elettronici per il suono delle campane che diffondano soltanto motivetti preconfezionati del tipo “Christus vincit”, “Ave, Maria”, “La squilla di sera”, ecc., con cui non è possibile alla fantasia dell’ascoltatore dare al suono quel significato recondito che il proprio animo concepisce e realizza.

4. Il Fogazzaro narratore

Ma se si parlò tanto del Fogazzaro in Italia e all’estero, perché in realtà ai suoi tempi egli fu uno scrittore d’avanguardia e alla moda, ciò è dovuto essenzialmente ai suoi romanzi. Poi, a causa non tanto delle condanne all’Indice dei libri proibiti quanto del cambiare dei tempi, dei gusti e delle problematiche, egli perse progressivamente quota, fino ad essere considerato un minore. Eppure, se si guarda con occhi scevri di pregiudizi, ci si accorge che opere come Malombra e Piccolo mondo antico si pongono quasi alla stregua dei Promessi sposi e dei Malavoglia, romanzi che peraltro sembrano ricalcati dal Fogazzaro almeno in alcuni tratti.

La sua attività di scrittore a tempo pieno gli diede la possibilità d’incontrare vari personaggi famosi, fra cui anche Matilde Serao a Napoli. Tali incontri s’intensificarono quando egli abbracciò il modernismo, divenendo inviso alle gerarchie ecclesiastiche, sebbene fosse stato educato nella più rigorosa formazione cattolica da un suo zio sacerdote, tanto che egli stesso sembrava un mancato sacerdote (cfr. nei suoi libri le frequenti citazioni bibliche e liturgiche). Si legò poi in stretta amicizia col vescovo cremonese Geremia Bonomelli, liberale, nemico dell’esteriorità e della grossolanità della religione, nonchè aperto alle istanze di rinnovamento. E in realtà egli si professava contemporaneamente “cattolico rigido, severo, convinto”, “liberale, liberalissimo, per [...] convinzione e per tradizioni familiari” e “socialista cattolico, [in quanto] la parola di Cristo è il Verbo del socialismo più sano, più retto e anche più audace”: e in ciò anticipava le posizioni d’Ernesto Bonaiuti, che poi nel Vangelo trovò la possibilità di conciliazione fra socialismo e cristianesimo e parlò di “socialismo cristiano”, incorrendo nella scomunica. Ecco perché nella produzione fogazzariana il cattolicesimo, troppo personale ed esasperato, risulta lontano dalla limpida serenità manzoniana.

I suoi romanzi più rinomati sono: Malombra (1881), Daniele Cortis (1885), Il mistero del poeta (1888), Piccolo mondo antico (1895), Piccolo mondo moderno (1900-01), Il santo (1905) e Leila (1910). Per un’approfondita conoscenza del pensiero fogazzariano si ricordano poi i Discorsi pubblicati postumi a cura di Piero Nardi (1941) e comprendenti anche la raccolta Ascensioni umane pubblicata dallo stesso Fogazzaro (1899), nonchè le Lettere scelte pubblicate postume a cura di Tommaso Gallarati-Scotti.

Diciamo subito che il Fogazzaro, per mancanza d’idonei mezzi espressivi, non scrisse in una lingua italiana del tutto corretta, tale che potesse come quella del Manzoni costituire un modello scolastico. Ugo Fleres ha affermato che della triade Fogazzaro Capuana Verga “nessuno dei tre giunse al dominio tranquillo della lingua, se non forse talvolta il Verga, quando però fu più secco nella frase, più angusto nel vocabolario”.

La produzione narrativa fogazzariana s’inscrive in un contesto storico-letterario che va dal romanticismo al verismo (colore locale, impersonalità, regionalismo), dall’idealismo al positivismo (anche se questo fu poi avversato dallo scrittore), dal decadentismo allo psicologismo. Il romanticismo del Fogazzaro è un tardo-romanticismo, che si può intuire dal tipo di sentimenti, dai paesaggi che rispecchiano l’animo dei personaggi e da una gestualità talora enfatica. La tendenza al realismo, invece, si nota anche dalla scrupolosità della documentazione: la villa Carrè di Daniele Cortis è praticamente la villa Valmarana (già Velo, ora Ciscato-Cortis) di Seghe di Velo d’Astico (VI), cioè quella di proprietà dei suoceri del Fogazzaro; il cognome Carrè è assunto dall’identico nome della località Carrè distante una diecina di chilometri dalla suddetta villa; e due fotografie pubblicate dall’Asor Rosa provano che lo scrittore per documentarsi fece una gita in barca col Boito all’orrido d’Òsteno (CO), uno degli scenari di Malombra, e per le pagine della cena nella villa della marchesa Maironi in Piccolo mondo antico (cap. I) preparò uno schizzo con il disegno della tavola e l’assegnazione nominativa dei posti ai singoli convitati.

S’è discusso a lungo se si debba considerare capolavoro del Fogazzaro il romanzo d’esordio Malombra ovvero il successivo Piccolo mondo antico, anche se, per la maggiore diffusione nelle scuole, la palma della vittoria viene solitamente attribuita a quest’ultimo. È certo, però, che entrambi possono essere considerati classici della letteratura italiana.

5. Malombra

Di Malombra, che si ritiene parzialmente autobiografico, soltanto pochi hanno capito che era questo il romanzo più originale del Fogazzaro, quantunque poco proporzionato e con altri difetti, come la carenza d’unità. Giovanni Alfredo Cesareo affermò: “La Malombra del Fogazzaro a me sembra il miglior romanzo che sia stato scritto in Italia dopo i Promessi sposi.” Lo scrittore, che sembra chiedere risposte alle sue inquietudini, ha subito dimostrato delle qualità elevate, specialmente nella costruzione, oltre che di certi paesaggi e di certe figure di contorno, del personaggio della protagonista: una donna malata, che avrebbe avuto bisogno dello psicanalista o meglio dello psichiatra, per quella sua follia di vedere — peraltro attraverso vari indizi misteriosi — la reincarnazione di suoi antenati: in sé stessa Cecilia, nello zio benefattore il marito di lei, il quale la segregò e fece morire a causa d’un tradimento, e in uno scrittore amico l’amante di Cecilia. E nella sua follia arriva a far morire lo zio e ad uccidere lo scrittore-amico che “non ricorda” la sua presunta vita precedente. Ma, oltre a questo, tutti gli altri personaggi sono ben costruiti: e l’autore ne ha sapientemente colto il gioco dei sentimenti, nonchè le imposizioni del destino, il senso del cupo e del mistero, il fascino dell’orrido. In più brilla di misteriosi aneliti anche l’ambiente paesaggistico, che, risolvendosi in quadretti lirici, anticipa quello di Piccolo mondo antico, dato che è fatto di simile lago, simili monti e simili abitanti. Il Fogazzaro sembrerebbe credere a reincarnazione, predestinazione, telepatia ed esoterismo, ma in realtà questi elementi servono a costruire la torbida vicenda e a caratterizzare la psicolabile protagonista, in una morbosità che sa di decadentismo, anche per l’autobiografismo e per il credito dato alle forze medianiche e spiritiche. C’è poi in nuce quel dissidio tra fede e ragione che scoppierà più apertamente nelle opere successive, ma fin da ora è bene avvertire che i conflitti interiori degli aristocratici appaiono più come un lusso che come effettivi problemi esistenziali e morali.

6. Piccolo mondo antico

Piccolo mondo antico, che nell’iniziale dedica alla “carissima, devota e fedele” amica e ispiratrice Luisa Venini Campioni è configurato come un libro di “sacre memorie”, è un romanzo storico e velatamente autobiografico. Il suo ambiente è quello del Lombardo-Veneto durante gli ultimi anni della dominazione austriaca e delle lotte dei patrioti fervidamente tendenti all’unità d’Italia. Per molti aspetti il libro si colloca sulla scia dei Promessi sposi: qui l’opposizione al matrimonio è esercitata da don Rodrigo e lì dall’austriacante marchesa Maironi. Inoltre ci sono somiglianze con gli episodi manzoniani dell’addio ai monti, di Renzo nottetempo nella selva e della madre di Cecilia. Vicini a quelli del romanzo manzoniano sono l’analisi psicologica, il realismo e l’umorismo, nonchè i sentimenti religiosi e morali, anche se nel Fogazzaro sono sempre presenti i dissidi fra fede e ragione e fra religione e sensualità. Tuttavia, lungi da ogni bigotteria e dalla successiva polemica, qui lo scrittore ha saputo trasfigurare in afflato artistico la religione, ancorché espressa da anime semplici e quasi primitive; e le discussioni fra i coniugi protagonisti non sono sofisticate e quasi avulse dalla narrazione, come nei romanzi successivi, ma servono a determinare artisticamente i personaggi, evidenziandone l’elevatezza morale e la dolente umanità. C’è poi tutto il discorso patriottico tendente all’unità d’Italia che ha contribuito al più che secolare successo di questo romanzo fogazzariano, il quale certamente ha una valenza morale, anche se alcuni ne hanno trovata una esclusivamente umoristica. Il romanzo, in cui vengono presentati vari eventi e personaggi reali, ha anche note di nostalgia ed elegia per quel pittoresco piccolo mondo antico, fatto di paesaggi incantevoli (anche se con turbolenze atmosferiche), profumati risotti e tartufi, accese partite a carte, figure a volte macchiettistiche, rosari e altre forme di religiosità (che talora sfociano nell’occultismo), semplicità e patriottismo. Questo fu il mondo idilliaco dello scrittore, il quale spesso vi si era rifugiato, facendone anche oggetto di commosse poesie. Piccolo mondo antico ha fatto piangere generazioni di lettori, non soltanto per la morte della tenera Maria-Ombretta Pipì e in successione di quella di tutti i suoi cari, ma anche per il pathos che vibra in molte pagine, le quali per la loro musicalità si possono sicuramente definire di poesia. Perciò esso è stato formativo e commovente insieme, sapendo raggiungere i vertici dell’arte. È importante precisare che la commozione non scaturisce da sdolcinatezze, ma da obiettiva e artistica analisi di sentimenti. Le frequenti espressioni in dialetto (lombardo, veneto, piemontese, ecc.), che il Fogazzaro usò per un bonario umorismo (quasi alla Goldoni), per mettere in luce il lato comico dei conflitti interiori e per creare un distacco fra due ceti sociali, nonchè le citazioni in latino e in altre lingue, che più opportunamente avrebbero dovuto essere tradotte almeno in nota, rappresentano un’apertura al verismo e alla sua esigenza di concretezza e di colore locale; ma lo scrittore non seppe trasfigurare il dialetto in un’apposita lingua sua, come invece fece il Verga. Del resto anche il D’Annunzio abusò di frasi dialettali; e perfino il Gozzano ne inserì in certe sue pagine.

Riguardo a tale dialetto il trevigiano Giovanni Comisso molto opportunamente e perentoriamente ha sentenziato: “Fogazzaro [...] si è servito del dialogo dialettale fino al ridicolo. Il maestro assoluto per il dialogo nel contesto della prosa è Verga. Non si sa quale santo ringraziare per averlo tenuto lontano dalla tentazione di dare i dialoghi dei suoi personaggi nel dialetto di Acitrezza. Egli ebbe il saggio equilibrio di farli parlare in un italiano temperato lasciandovi appena sentire una cadenza siciliana sufficiente per accettarla senza disturbo.”

Quanto rilevato a proposito della mancanza di note esplicative vale non soltanto per Piccolo mondo antico, ma anche per le altre opere fogazzariane e vale anche a proposito della mancanza d’indicazione delle fonti nelle numerose citazioni (bibliche, liturgiche, letterarie, storiche, musicali, ecc.). È il caso della celebre strofetta

Ombretta sdegnosa
del Missipipì
non far la ritrosa
e baciami qui

per la quale una nota avrebbe dovuto chiarire che non è un’invenzione del Fogazzaro, ma risale al secondo atto del melodramma La pietra del paragone di Luigi Romanelli - Gioacchino Rossini (1812). In sostanza tali note avrebbero consentito una migliore fruizione delle opere fogazzariane, anche se questa e la precedente appartengono già alle più alte creazioni della letteratura.

7. Daniele Cortis

A parte queste riserve, una così elevata qualità non si riscontra più nelle altre opere fogazzariane, a partire dal pur pregevole e famoso romanzo Daniele Cortis, pubblicato fra i due precedenti. Ma qui è da verificare se alla popolarità, dovuta più che altro alla risonanza presso i lettori delle istanze agitate dallo scrittore, corrisponda l’arte. Anzitutto è rilevante la commistione linguistica fra italiano, veneto e presunto siciliano: il Fogazzaro vuole attingere dal Verga, e così ripete espressioni d’ascendenza verghiana quali “Gesummaria” e “santo diavolo”, che il Verga stesso — pur apprezzando l’opera — non giudicò bene. La vicenda riguarda l’amore impossibile del protagonista per la cugina Elena Carrè, moglie d’un abietto aristocratico siciliano, che si risolve in una misticheggiante rinuncia d’entrambi. Essi continueranno ad amarsi, sostenuti dagl’incoraggiamenti d’un santo: e in questo santo c’è l’anticipazione d’un futuro romanzo. È — questo — un tema che sarà ripreso nei romanzi successivi, ma che dà l’occasione allo scrittore per esternare i suoi conflitti fra misticismo e sensualità, fra lecito e illecito, in un’interminabile ambiguità, i quali segnarono la sua vita e la sua attività: infatti l’opera, in cui non mancano interessi medianici, è velatamente autobiografica, avendo avuto lo scrittore stesso un’esperienza del genere. Inoltre essa è un po’ ambigua, perché la rinuncia procura un piacere sensuale, più che spirituale; e poi non s’amalgamano bene i drammi presenti nel libro: la religione (piuttosto personale), l’amore (sapientemente tratteggiato), la politica (piuttosto confusa). A quest’ultimo riguardo, è da dire che degl’intendimenti ideali del libro fanno parte quelli politici, che — a prescindere dai negativi esiti artistici — si rivelano molto interessanti: nel suo programma elettorale il protagonista s’impegna a battersi per la monarchia, un governo forte capace d’agire anche al di sopra del parlamento, la divisione dei poteri fra Stato e Chiesa Cattolica, la conciliazione col papato; e arriva a propugnare, probabilmente per primo (il libro uscì nel 1885), una democrazia cristiana, che definisce “un luminoso e possibile ideale”. A parte il fatto che il suo discorso, come quelli di simili oratori d’altre opere, è poco lineare, con aperture anche al liberalismo e al socialismo — anche se si tratta d’un socialismo umanitario tendente a quella giustizia sociale che era l’obiettivo pure dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e degli scritti del trevigiano Giuseppe Toniolo, fra cui appunto La democrazia cristiana (1900) — tutto ciò è comizio, e quindi propaganda, oratoria, retorica; e non può essere definito arte, anche se servì a tranquillizzare sia la borghesia, preoccupata dalle agitazioni socialiste, sia le masse cattoliche, che vedevano di buon occhio un partito popolare d’ispirazione cristiana.

Infine in merito a questo romanzo si segnala una curiosità: in alcuni libri (Basile-Pullega, pag. 557; Dizionario D’Anna, pag. 645; Enciclopedia Universale Curcio, pag. 6119) il cognome della protagonista Elena risulta Carrer, e non Carrè: ciò probabilmente è dovuto all’influsso del diffusissimo cognome veneto Carrer (appartenuto anche a un pittore e a un letterato) e del fortunato film del 1947 Daniele Cortis realizzato dagl’intellettuali Mario Soldati, Luigi Comencini e Diego Fabbri (con Sarah Churchill, figlia dello statista inglese, Vittorio Gassman e Gino Cervi). In ogni caso, dal punto di vista dell’onomastica, Carrè (latino quadratus, francese carré = “quadrato”, ma anche “tarchiato, tozzo, robusto, massiccio”) non ha nulla a che vedere con Carrer (veneto carer/carrer = “fabbricante e/o venditore di carri”).

8. Il mistero del poeta

Il tema dell’amor platonico o sublime che dir si voglia, capace d’elevare gli animi spiritualmente e moralmente, quasi sulla scia del dolcestilnovo, è svolto anche nel romanzo Il mistero del poeta, oltre che in altre opere. Questo romanzo ha un profumo orientale ed è basato su un presunto manoscritto dell’autore-protagonista stranamente pervenuto nelle mani dello scrittore. Esso contiene anche delle poesie attribuite allo stesso autore-protagonista; e il Fogazzaro ha l’occasione per sbrigliare la sua fantasia e dedicarsi alla descrizione di paesaggi da fiaba (lago di Como e fiume Reno), nonchè dei costumi della Germania; però la vicenda del poeta che racconta i suoi tormentati casi ad un’amica, con varie complicazioni, mirabolanti avventure e colpi di scena — quali certi prodigiosi incontri e la morte della sposa nel giorno delle nozze — hanno dell’artificioso e dell’incredibile, anche se il successo del libro, in cui aleggia il senso del mistero e della passione, fu tale che esso fu subito tradotto in francese e diede inizio alla fortuna del Fogazzaro in Europa. In pratica il libro, sebbene immune da divagazioni retoriche o ideologiche, sembra intriso degli elementi deteriori del romanticismo, con un sentimentalismo traboccante e fantasticherie parossistiche.

9. Piccolo mondo moderno

Piccolo mondo moderno, che torna all’atmosfera sensuale del Cortis, mostra vari segni di stanchezza e flessione, anche perché alla descrizione della vita vicentina unisce vari problemi intellettuali, complessi e distorti. Insomma accentua la problematica (dissidio tra fede e ragione) che sempre serpeggia nelle opere fogazzariane. È con quest’opera che lo scrittore passa definitivamente dal ruolo di narratore a quello d’ideologo e propagandista. Nonostante che il titolo si rifaccia al precedente Mondo antico, scarsi sono i legami con esso e ogni appiglio appare forzato. L’autore stesso dichiarò che lo spunto a continuare la vicenda, sul modello del verghiano ciclo dei Vinti, gli fu dato dalla presunta gravidanza di Luisa alla fine di quel romanzo; ma qui lo scrittore sembra più interessato agli ambienti aristocratici e frivoli, con ville sontuose, scaloni monumentali, dame incipriate, carrozze profumate, chiacchiere e pettegolezzi, situazioni ambigue. E s’accentuano anche i dissidi tra fede e ragione, cielo e terra. Tuttavia non mancano le pagine riuscite: ad esempio, anche se un po’ caricate, quelle relative al vecchio sacerdote Giuseppe Flores e alla morte della povera Elisa. Difetti notevoli sono la prolissità e il continuo cambiamento di scena, che rendono l’opera nel complesso piuttosto pesante. E, come in precedenza, anche in questo romanzo convivono male la sensualità e il misticismo, tanto che da ora in poi si può parlare d’un erotismo fogazzariano sotto mistici veli: come pure si può parlare d’un evoluzionismo mistico (concezione filosofica di vita senza basi scientifiche) non coincidente con la teoria del Darwin. Certe affermazioni fogazzariane, difettando di logica, si qualificano soltanto come effusioni liriche o affermazioni aprioristiche d’individui al bivio tra fede e sensualità.

10. Il Santo

Questi difetti s’amplificano nel romanzo Il Santo, che fin dalle prime pagine rivela scarsissimi legami coi precedenti del ciclo. In quest’opera, più che i fatti, dominano le parole, essendo inconsistente l’azione. Il Fogazzaro, che qui sembra credere davvero a visioni, premonizioni e miracoli vari, avrebbe fatto meglio a scrivere un saggio d’adesione e propaganda sul modernismo, anzichè fingere d’imbastire un romanzo per propinare al lettore centinaia di pagine di prediche, più o meno utili. E la grande campagna pubblicitaria che precedette l’uscita di questo libro, non fece altro che procurare spasmodiche attese e favorire le numerose traduzioni all’estero (anche in caratteri ideografici), per poi generare una grande delusione a causa della fiacchezza dell’opera. Alla resa dei conti, quindi, Il Santo è artisticamente un’opera letteraria fallita, perché si risolve in un predominio d’ideologia, polemica, propaganda, anche se non mancano delle pagine in cui riaffiora il vecchio maestro: ad esempio, quelle finali relative alla morte del Santo, che sicuramente, fra concisione e sospensione, coinvolgono i lettori fino alle lacrime. Il romanzo, dunque, non è riuscito né per quanto riguarda la scarna vicenda né per quanto riguarda il contraddittorio protagonista, con il quale il Fogazzaro di fatto delinea una sorta di superuomo dannunziano, non più esteta, ma appunto santo: questo s’esprime confusamente e istericamente e — tutto sommato — non riesce ad incarnare in sé il fascino dei veri santi. In sostanza, fallito il tentativo del Daniele Cortis di vedere la Chiesa come promotrice d’un partito cattolico, lo scrittore sperava in un uomo superiore mandato dalla Provvidenza a cercare di convincere il papa con le sue idee di rinnovamento, alla fine riuscendovi. Eppure questa dev’essere considerata un’opera di tutto rispetto nel dibattito sociale-religioso che travagliò i primi anni del Novecento, anche se il mito del Santo era stato tracciato meglio dal russo Feodor Dostojevski nel romanzo L’idiota e se l’opera del Fogazzaro ebbe successo particolarmente presso la borghesia, che ne fece un idolo e che pure era responsabile di molti dei problemi denunciati dal Santo stesso. Tuttavia la condanna all’Indice dei libri proibiti, avvenuta pochi mesi dopo l’uscita, induce ad una serie di riflessioni, che, pur esulando dal campo strettamente letterario, riguardano l’ideologia, la religione e la civiltà.

Anzitutto bisogna ricordare che il Fogazzaro chiese inutilmente udienza al pontefice (suo corregionale) Pio X, ora santo, ma questa gli fu negata. E l’unica possibilità di fare arrivare le sue idee fino al Palazzo Apostolico lo scrittore l’ebbe nella sua fantasia, immaginando e descrivendo colloqui fra il Santo e il papa. Ad onor del vero, se il Santo non è un fior di filosofo, teologo e oratore, nemmeno quel papa ci fa bella figura. E forse quel che stizzì di più il santo Pio X fu il vedersi trasfigurato in quel papa immaginario, piccolo, tozzo e dall’accento meridionale, definito dal protagonista “vecchio santo del Vaticano”, il quale, sia pure titubante, accoglie le idee del Santo e insinua una tutela dei cardinali di Curia su sé stesso.

È da ricordare inoltre che Pio X sembrava tornare indietro dopo il pontificato del suo predecessore Leone XIII, il quale aveva cercato d’avvicinare la Chiesa ai fermenti morali, filosofici, scientifici e sociali del momento, aprendo gli archivi vaticani e consentendo la nascita di riviste cattoliche di discussione: cosa che aveva favorito lo sviluppo del modernismo, cioè del tentativo di rinnovare l’insegnamento cattolico confrontandolo col pensiero e con la scienza dell’epoca moderna (e la rivista dei sostenitori, fra cui parecchi sacerdoti, s’intitolava proprio “Il rinnovamento”).

11. La condanna all’Indice

Ma parliamone chiaramente: oggi come oggi si giustifica per questo libro una condanna all’Indice? o aveva ragione il Santo-Fogazzaro che voleva liberare la Chiesa dalle sue viete forme di culto e di struttura, stimolandola ad un confronto fra fede e verità scientifica? Se così fosse, allora sarebbe necessaria una riabilitazione dello scrittore. Esaminiamo alcune problematiche sollevate nel libro, tenendo conto che esso fu condannato da parti opposte: non soltanto dalla gerarchia ecclesiastica, ma anche dai liberali.

Si disse che malamente il Fogazzaro volesse conciliare Darwin e S. Agostino, positivismo, idealismo e cattolicesimo. Lasciando stare Pio X, che trovò ridicolo quel papa delineato nel romanzo, il liberale Benedetto Croce (che pur affermava che “non possiamo non essere cristiani”) si vergognava d’essere ritenuto in qualche modo credente. Infatti l’affermazione principale presente nel romanzo è che anche gli atei possono salvarsi, se, pur non avendo praticato culto formale di Dio, sentono nella coscienza e praticano nella vita il culto della Giustizia, della Verità e dell’Amore-Carità, per conseguire il Bene assoluto: cose tutte che sono una maniera di manifestarsi dello stesso Dio, in quanto che alcuni ritengono che esso Dio consista proprio in queste cose. Era un’affermazione derivata dal modernismo, per il cui metodo dell’immanenza non si negava la trascendenza di Dio, ma se ne riscontrava l’origine in un’esigenza intima dell’uomo. Il modernismo era stato condannato nel Sillabo di Pio IX (1864), con condanna ribadita nell’enciclica Pascendi Domini di Pio X (1908), e il metodo dell’immanenza fu condannato dallo stesso Pio X (1907), che impose ai sacerdoti il giuramento antimodernista (1910). Eppure recentemente il papa Giovanni Paolo II ha dichiarato che anche gli appartenenti a religioni non cristiane e addirittura gli atei possono salvarsi se hanno perseguito il Bene pressappoco nei termini suddetti.

In pratica la Chiesa Cattolica ha recepito le perorazioni e sollecitazioni del Fogazzaro, che ne criticava l’immobilismo: ha recepito la divisione dei poteri fra Stato e Chiesa, la semplificazione dei riti, l’introduzione in essi della lingue nazionali, l’abolizione di certe esteriorità relative a papi e cardinali (addobbi faraonici, flabelli, obbligo di non andare a piedi, ecc.), la possibilità per i cattolici di recarsi a votare e d’inserirsi nella politica, il riconoscimento d’un partito popolare a democrazia cristiana (che poi per un lungo periodo è diventato addirittura il braccio secolare della Chiesa, mentre il Fogazzaro lo proponeva non confessionale e assolutamente indipendente dall’autorità ecclesiastica); soprattutto ha recepito (sia pure obtorto collo) il principio della povertà sostanziale con l’abbandono delle pretese temporalistiche del papato, senza le quali — come patrioti, pensatori e lo stesso Fogazzaro sostenevano — essa può svolgere meglio le sue funzioni spirituali. Sulla scorta dell’opera Delle Cinque piaghe della Chiesa d’Antonio Rosmini, pensatore tanto ammirato dal Fogazzaro, c’è nel Santo un’elencazione dei mali della Chiesa d’allora: la menzogna, lo spirito di dominazione del clero, l’avarizia, l’immobilismo. Addirittura vi si auspica la democrazia anche all’interno della Curia, proponendo la riforma della gerarchia ecclesiastica, la partecipazione dei fedeli all’elezione dei vescovi e la riforma dell’elezione e delle funzioni del papa, espressamente invitato dallo scrittore ad uscire dal Vaticano e a recarsi dov’è necessaria la sua presenza, ad esempio fra ammalati, carcerati e bisognosi vari. Tutte cose che oggi sembrano ovvie e che invece costarono la condanna all’Indice.

In definitiva c’è nel Santo un auspicio di ritorno della Chiesa alla semplicità delle origini, al vero spirito evangelico che ne caratterizzò i primi passi: e ciò sulle orme di quel grande apostolo dello Spirito Santo che fu Gioacchino da Fiore, al quale sembra rifarsi il Fogazzaro quando, per biasimare i nuovi e benestanti “frati gaudenti”, parla di “spiritualismo” e della sua intenzione di voler costituire una legione di “poeti spirituali”, quasi “cavalieri dello Spirito Santo”, contro la miseria e l’ingiustizia. Praticamente il poeta dovrebbe portare il socialismo (che tende alla felicità terrena) ad una visione cristiana (Giustizia, Verità, Amore, Bene assoluto). Se le ragioni della condanna all’Indice sono state queste, e non ce ne sono state altre che sfuggono a chi non sia chierico e/o teologo, allora tale condanna oggi non ha più motivo d’esistere; e, anche se l’Indice stesso è stato abolito, è necessario un decreto d’abrogazione del decreto del 5 aprile 1906, soprattutto considerando la profonda serietà e buona fede del Fogazzaro, il quale credeva nelle sue idee ed era convinto che nella Chiesa servisse il dialogo, più che la scomunica, in modo che gl’innovatori e riformatori vari potessero pensare e agire nell’ambito della Chiesa stessa anzichè al di fuori d’essa, contribuendo alla sua vitalità, senza esserne emarginati e/o espulsi. Del resto anche il Rosmini, pur condannato all’Indice dalla Curia vaticana e costretto al silenzio, poi ha avuto il processo di beatificazione.

Certamente il Fogazzaro sbagliò nel voler fare di tutte le sue idee un romanzo, anzichè un trattato; ma questa è una considerazione che riguarda lo scarso valore artistico dell’opera, non il suo contenuto etico-religioso, anche perché quella condanna fu accolta da lui, che si riteneva buon cattolico, con piena sottomissione alla gerarchia ecclesiastica, la quale invece, oltre a condannarlo all’Indice, sconsigliò o dichiarò “per adulti maturi” quasi tutti i suoi libri. E ciononostante Il Santo è stato uno dei romanzi più letti e più discussi del mondo: segno del suo grande successo, soprattutto per quella sua idea di religione dello spirito, che sembra rifarsi al riformatore polacco Andrzej Towianski e in certa misura al nostro pensatore e patriota Giuseppe Mazzini.

12. Leila

Lo stesso giudizio negativo dal punto di vista artistico può darsi del romanzo Leila, per lo più scialba satira rivolta a quelli che lui, ricordandosi del verso “Lo principe de’ nuovi Farisei” da Dante riferito al papa Bonifacio VIII (Inf. XXVII 85), definisce “i nuovi farisei del cattolicesimo”: opera che — dopo il poderoso lancio pubblicitario che creò un clima d’attesa — per i pesanti attacchi lanciati fu condannata all’Indice poco dopo la morte dello scrittore, anche se in certi passaggi sembrava ritrattare quanto sostenuto nel Santo: una ritrattazione — questa — che fu ritenuta ironica. Il nome della protagonista che dà il titolo al romanzo sembrerebbe avere qualche collegamento col titolo dell’incompiuta opera La duchessa di Leyra, alla quale il Verga, dopo averne parlato agli amici per una diecina d’anni, lavorò intensamente nel 1907; ma più verosimilmente esso è d’origine letteraria e teatrale, derivando dall’eroina della novella in versi The Giaour (in turco “L’infedele”) di George Gordon Byron (1813) e del melodramma I pescatori di perle di Henri Meilhac / Ludovic Halevy e Georges Bizet (1863), e più lontanamente d’una leggenda arabo-persiana dei secc. XII-XIV; ma alla moda di questo nome femminile successivamente influì anche quest’ultimo romanzo del Fogazzaro, che rappresenta il suo testamento spirituale e artistico. In esso praticamente si narra la fine del Santo e l’acquisizione-diffusione della sua eredità spirituale da parte dei nuovi discepoli; ma qui risultano accentuati i caratteri negativi di quel romanzo. Turbato dalle calunnie a causa della sua predicazione e dal formalismo religioso che lo circonda, il discepolo prediletto Massimo Alberti perde la fede, ma poi la ritrova grazie alla miscredente Leila, della quale s’innamora e che poi lo farà ritornare alla stessa fede. La conversione sarà piena quando lui assisterà alla traslazione della salma di Benedetto-Piero Maironi nel piccolo cimitero d’Oria, alla presenza anche di Jeanne Dessalle, l’ex amante dello stesso Santo ora purificata. L’opera così si collega a Piccolo mondo antico non soltanto per questi particolari, ma anche per il ritrovamento del mondo della Valsolda e per lo stile: questo ritorna al realismo con la presenza di buffi personaggi, quasi macchiette, e del fraseggiare in dialetto che — pur con le suddette riserve sull’abuso del dialetto — non disturba tanto perché ci riporta al clima di calma quotidianità di quel mondo antico. Ma, a parte queste pagine felici, nel libro non c’è equilibrio fra il dramma interiore della coppia e il circostante degrado esterno; cosicchè la lettura risulta faticosa. Inoltre c’è il solito connubio (che poi diventa dissidio) fra fervido misticismo e torbida sensualità, non sempre artisticamente reso, perché lo scrittore non era capace di fondere i motivi religiosi con quelli estetici. Infatti s’è parlato per lui d’un estetismo cattolico, nel senso d’un uso della religione a fini quasi sensualistici, volendo egli suscitare sensazioni intense, mistiche e sensuali nel contempo.

13. Rivalutazione del Fogazzaro ideologo

A questo punto è doveroso fare una rivalutazione del Fogazzaro e in particolare delle posizioni ideologiche da lui espresse circa il rinnovamento della Chiesa Cattolica: la quale questo rinnovamento, anche se non al 100%, ora lo ha fatto grazie proprio alle ideologie, alle perorazioni e agli stimoli di personaggi come lui (vedi Antonio Rosmini, Romolo Murri, i fratelli Mario e Luigi Sturzo e molti altri), che purtuttavia sono rimasti condannati o ammoniti dalla suddetta Chiesa.

Col suo attivismo il Fogazzaro, più che un semplice aderente al modernismo, appare un appartenente a quel vasto movimento di pensiero teologico e filosofico che, sia pure fra molte difficoltà, cercava di portare la religione dall’apologetica alla consapevolezza del moderno sentire. E giustamente il marxista obiettivo Luigi Russo — a differenza del marxista fazioso Carlo Salinari che ha bollato quali reazionari sia il Verga sia il Fogazzaro — ha assolto entrambi gli scrittori e per il Fogazzaro ha così scritto: “Il Fogazzaro deve essere assolto invece da tutte le altre accuse che gli sono state fatte, di essere un possidente retrivo ed egoistico, di essere un uomo insensibile ai problemi sociali che si agitavano nel suo tempo, perché questo è assolutamente falso [...] Bisogna anche per la sua fede di credente non aver dubbi sul suo cattolicesimo: e il suo modernismo non era modernismo nel senso vulgato, ma era un’insorgenza di cristiano tormentato che voleva rompere gli schemi del cattolicesimo gesuitico [...] Il povero Fogazzaro [...] era un critico spregiudicato di tante grettezze dei clericali del suo tempo.”

È vero che in una tavola rotonda tenutasi nel teatro Olimpico di Vicenza nel 2000 il vescovo diocesano Pietro Nonis, già pro-rettore dell’università di Padova, ha dichiarato che la Chiesa Cattolica oggi avverte il bisogno d’una “purificazione della memoria” nei confronti del Fogazzaro. E ovviamente un risarcimento concreto da parte della Chiesa ci vorrebbe — oltre che nei confronti dei pensatori sopra citati — anche nei confronti di Gioacchino da Fiore, Arnaldo da Brescia, Dante Alighieri, Girolamo Savonarola e molti altri ideologi e riformatori incorsi in disinvolte sanzioni ecclesiastiche. Ma è anche vero che certe dichiarazioni restano soltanto intenzioni di buona volontà se non sono seguite da provvedimenti ufficiali e soprattutto se non comportano il riconoscimento d’eventuali errori della Chiesa stessa, nella fattispecie addebitabili a san Pio X e alla sua curia. Ed è da chiarire se sia più valido e più utile per il bene della Chiesa d’oggi il modello di santità ieratico-teocratico offerto da un papa intransigente o quello — sia pure un po’ sgangherato ma più vicino alla gente — offerto dall’umile Santo fogazzariano condannato dallo stesso papa.

Per quanto riguarda l’arte letteraria, invece, rimangono validi gli orientamenti della critica militante, finora espressi pressoché unanimemente, e cioè che il Fogazzaro narratore ha fatto vera arte soltanto in Malombra e in Piccolo mondo antico, dove la narrazione spesso cede il posto alla poesia, sciogliendosi in pathos e musica ed elevandosi ad un livello molto vicino a quello raggiunto dal Manzoni e dal Verga. E senza dubbio ciò è più che sufficiente per fare annoverare il Fogazzaro fra i grandi scrittori.

Con gli altri romanzi egli, che per il suo apostolato civile può anche essere definito un post-carducciano e quasi mazziniano, ha fatto più che altro una propaganda ideologica (filosofica, religiosa, politica, ecc.) fondata su valide ragioni, anche se non sempre chiara. Per questa propaganda, da lui esplicitamente svolta anche con l’istituzione a Vicenza d’un centro o scuola di “letture fogazzariane” tenute da vari intellettuali, fra cui il sacerdote Giovanni Semeria, per spiegare l’ideologia dei suoi libri, egli ha avuto avversari su due fronti opposti: da una parte i clericali da lui pungolati e presi in giro, dall’altra gli anticlericali (fra cui liberali, pragmatisti, agnostici e massoni) che ci tenevano a vedere la Chiesa come perenne oscurantista e contraria a ragione e scienza.

E questa polemica ha offuscato perfino quella parte di bello che c’era in Leila, dato che il successo delle opere propagandistiche è dovuto più che altro alla presentazione e fusione di tanti problemi politici, intellettuali e sentimentali di quel momento, i quali prospettavano una rigenerazione morale e sociale.

14. Fogazzaro e Verga

Una considerazione particolare ora meritano i rapporti di sincera stima reciproca fra il Fogazzaro e Verga (fra l’altro pressoché coetanei), dato che essi erano i due narratori più in vista di quel periodo.

Pochi forse sanno che il Fogazzaro pubblicò il suo libro Sonatine bizzarre: prose disperse presso l’editore Nicolò Giannotta di Catania, facendone due edizioni, la prima nel 1899 e la seconda nel 1901. I libri del Fogazzaro solitamente uscivano presso case settentrionali. La scelta d’un editore catanese è dovuta ad una particolare circostanza: egli, che viaggiò molto in Italia e all’estero, nel suo soggiorno milanese incontrò noti letterati quali Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Emile Zola e Giovanni Verga, coi quali strinse amicizia. Quest’ultimo, che visse e operò per una quarantina d’anni a Milano, nel 1882 aveva pubblicato il suo Pane nero proprio presso Giannotta, uno storico editore-libraio di Catania; e, ammirato e a volte imitato dal Fogazzaro, lo influenzò (particolarmente in Daniele Cortis), come lo influenzarono anche gli scapigliati e il D’Annunzio. Al riguardo si può aggiungere per curiosità che il Verga nella libreria della sua casa di Catania, contenente oltre duemila volumi, possedeva due libri del Fogazzaro: Un pensiero di Ermes Torranza (un bozzetto con spiritismo del 1882) e Piccolo mondo moderno (ediz. del 1901). E d’ascendenza siculo-spagnola è il cognome Ribera d’un importante personaggio di Piccolo mondo antico: si ricordi che Ribera (in spagnolo significante “riviera”) è anche il comune in provincia d’Agrigento (così chiamato da una Maria de Ribera, moglie del principe di Paternò Luigi Moncada), nel quale nacque Francesco Crispi, politico di spicco di quell’epoca; e che esso è collegato al cognome Rubiera (in dialetto Rubera/Rubbera) presente nel Mastro-don Gesualdo verghiano (1888).

E una coincidenza fortuita fra i due scrittori è che un curatore delle loro opere sia stato poi lo stesso studioso: il vicentino Piero Nardi, che fra l’altro curò l’opera omnia del suo grande concittadino.

È interessante leggere alcune lettere, per coglierne rispetto e collaborazione fra i due scrittori. Il 27.IX.1881 da Milano il Verga scriveva al Fogazzaro: “Fra tanti giudizi contraddittorii che avrà visti del Suo libro [Malombra], Le farà piacere il sentire l’impressione ch’esso ha suscitato in uno che segue un indirizzo artistico diverso dal Suo.” Ed era una grande ammirazione, la quale fu ripetuta il 13.II.1885 quando da Milano così gli scrisse per il Cortis: “Caro Fogazzaro, Finisco adesso di leggere Daniele Cortis e voglio dirvene subito, come posso, la bella e profonda impressione che ne ho ricevuto [...] Abbiamo parlato molto di voi e del vostro lavoro con Gualdo e Giacosa, tutti entusiasti [...] A quell’uomo del santo diavolo convenzionale e spesso inopportuno avete soffiato dentro tanta verità, la vera verità artistica, da farlo il più siciliano dei siciliani [...] Che diavolo siete voi, caro Fogazzaro, e come mi turbate tutte le mie idee!”; alla quale impressione — a quanto riferisce il Gallarati-Scotti — egli fece seguire la seguente opinione: “questo non è solamente il primo romanziere d’Italia, ma dei primissimi in Europa”.

E il Giacosa in una lettera al Fogazzaro in data 11.VII.1893 affermava: “Dopo di te e vicino a te viene Verga, e poi, a debita distanza, vengo io. D’Annunzio è un arricchito che sfoggia i suoi milioni, dei quali gli invidio il possesso, non l’uso che ne fa.” Il 6.II.1894 lo stesso Giacosa invitò il Fogazzaro alla rappresentazione d’una sua commedia a Verona, facendogli presente che ci sarebbero stati anche il Verga e altri; e tre giorni dopo il Fogazzaro così gli rispose: “Verrò senza dubbio. Avrò un gran piacere di riveder Verga e Boito.” E la sera di quella rappresentazione si trovarono a cena una trentina di commensali, fra cui appunto il Verga e il Fogazzaro. Alcuni anni dopo, in data 27.XI.1905 il Verga da Catania scriveva al suo traduttore Edouard Rod: “Salutatemi tanto costì [cioè a Parigi] l’amico grande e caro Fogazzaro.” E in data 4.IX.1912, scrivendo da Catania a Francesco Geraci, con modestia continuava a riconoscere la superiorità del defunto Fogazzaro: “Lei ha esagerato, e molto, nell’assegnarmi il secondo posto dopo il Manzoni. Ha dimenticato che c’è il Fogazzaro prima di me.”

A ciò si può aggiungere che Federico De Roberto, in occasione della nomina del Verga a senatore, in una lettera da Roma del 14.VII.1920 a Nino Martoglio immaginava il Verga stesso accolto al senato dagli “spiriti magni” di Verdi, Boito e Fogazzaro: e non si capisce perché all’inizio dell’elenco non abbia indicato il Manzoni, che pure era stato nominato senatore nel 1859. Ma alla festa per la suddetta nomina — a quanto riferisce Francesco Biondolillo — avendo chiesto al Cesareo un giudizio critico sulla sua opera, alla risposta “Voi siete il più grande narratore del nostro tempo!”, il Verga obiettò: “E il Fogazzaro, dove lo mettiamo? A me par grande lui, piuttosto: specialmente nella creazione di figure femminili”. A sua volta il Nardi ha riconosciuto che il Fogazzaro s’era distanziato dal verismo del Verga e compagni: giudizio confermato da Antonio Piromalli, per il quale i personaggi fogazzariani sono al polo opposto di quelli verghiani. E Gaetano Trombatore ha annotato che “I Malavoglia e Mastro-Don Gesualdo furono subito dimenticati proprio in quegli stessi anni in cui Malombra e Daniele Cortis erano accolti con tanto favore”. In sostanza la fortuna letteraria, intesa come popolarità e guadagno economico, mentre i due scrittori furono vivi arrise nettamente al Fogazzaro e non al Verga. Ma Gino Raya giustamente ha precisato che nel rapporto Verga-Fogazzaro “lo spartiacque tra poesia e retorica risalta facilmente”, e il passare dei decenni gli ha dato ragione.

15. Conclusione

Il Fogazzaro, dunque, è stato una figura di primissimo piano a cavallo dei due secoli, al centro di vivaci contrasti e su cui s’appuntavano simpatie e antipatie, speranze e timori: uno dei cattolici che hanno inciso profondamente nella coscienza degl’italiani; un patriota, nel senso che ha contribuito notevolmente a fare questa Italia. Tuttavia oggi si riconosce che egli non seppe gestire bene i sentimenti di cui era oggetto: le sue migliori opere, per quanto drammatiche, sono ispirate piuttosto da un gusto idillico, da una partecipazione alla vita della natura, dalla caratterizzazione di personaggi semplici e alieni dalle tempeste esistenziali. Col volersi fare propagandista e predicatore d’una nuova età egli cercò di rispondere a vaste e sentite aspettative sociali, ma di fatto tradì le sue migliori inclinazioni artistiche, che con tanta maestria aveva espresso nelle prime opere.

Bibliografia

ALBERTO ASOR ROSA, Storia della letteratura italiana, La Nuova Italia, Firenze, 1985.

RICCARDO BACCHELLI, Saggi critici, Mondadori, Milano, 1962.

BRUNO BASILE - PAOLO PULLEGA, La cultura letteraria in Italia e in Europa, vol. III, Zanichelli, Bologna, 1980.

FRANCESCO BIONDOLILLO, Amici e maestri, “L’osservatore politico-letterario”, Milano, sett. 1969.

GIUSEPPE BORGESE, Leila, “Corriere della sera”, Milano, 10.XI.1910.

CARMELO CAPPUCCIO, Storia della letteratura italiana, Sansoni, Firenze, 4a ediz., 1961.

GIOVANNI CASATI, Manuale di letture, casa ed. già Romolo Ghirlanda, Libreria Pontificia Arcivescovile, Milano, 1944.

GIOVANNI ALFREDO CESAREO, Il romanzo in Italia, “La domenica letteraria”, Roma, 14-21-28.XII.1884.

GIOVANNI COMISSO, Lingua e dialetto in letteratura, “Il gazzettino”, Venezia, 20.IV.1960; e “Settimo giorno”, Milano, 16.VI.1960.

BENEDETTO CROCE, La letteratura della Nuova Italia, vol. IV, Laterza, Bari, 3a ediz., 1950.

EGIDIO CURI, Storia della letteratura italiana, vol. III, Zanichelli, Bologna, 1958.

VINCENZO DE CAPRIO - STEFANO GIOVANARDI, I testi della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1993.

EUGENIO DONADONI, Antonio Fogazzaro, Laterza, Bari, 1939.

UGO FLERES, Per Luigi Capuana, “Nuova antologia”, Firenze, 1.I.1916.

FRANCESCO FLORA, Storia della letteratura italiana, vol. IV L’Ottocento, Mondadori, Milano, 1958.

TOMMASO GALLARATI-SCOTTI, La vita di Antonio Fogazzaro, Baldini e Castoldi, Milano, 1920.

ENRICO GHIDETTI, Le idee e le virtù di Antonio Fogazzaro, Liviana, Padova, 1974.

GIUSEPPE L. MESSINA, Disegno storico della letteratura italiana, Signorelli, Roma, 1957.

PIERO NARDI, Fogazzaro su documenti inediti, Iacca, Vicenza, 1929.

UMBERTO PANOZZO, Storia della letteratura italiana, vol. III, Paravia, Torino, 1956.

GIUSEPPE PETRONIO, L’attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1987.

PIETRO PANCRAZI, Ragguagli di Parnaso dal Carducci agli scrittori d’oggi, Ricciardi, Milano-Napoli, 1967.

ANTONIO PIROMALLI, Fogazzaro e la critica, La nuova Italia, Firenze, 1952.

GINO RAYA, Storia della letteratura italiana, vol. II, Ciranna, Roma, 3a ediz., 1965.

“ “ Bibliografia verghiana, Ciranna, Roma, 2a ediz., 1972.

VITTORIO ROSSI, Storia della letteratura italiana, vol. III, Vallardi, Firenze, 1954.

LUIGI RUSSO, La poesia di “Piccolo mondo antico”, “Belfagor”, Firenze, 4/1956.

MARIO SANSONE, Disegno storico della letteratura italiana, Principato, Milano, 1963.

NATALINO SAPEGNO, Compendio di storia della letteratura italiana, vol. III, La Nuova Italia, Firenze, 1954.

GAETANO TROMBATORE, Il successo di Fogazzaro, “Belfagor”, Firenze, 2/1955.

Dizionario degli autori italiani, D’Anna, Messina-Firenze, 1974.

Dizionario degli autori, Bompiani, Milano, 1987.

La nuova enciclopedia della letteratura, Garzanti, Milano, 1985.

Index librorum prohibitorum SS.MI D. N. Pii P. P. XII iussu editus, Typis Poliglottis Vaticanis, MDCCCCL.


Carducci: "La nebbia agl'irti colli piovigginando sale..."

11 Novembre: ricorrenza di san Martino. La nebbia, lasciando cadere minutissime gocce di pioggerella, si spinge verso i colli, la cui vegetazione a causa del freddo è ridotta a sterpi rigidi e stecchiti; e il mare, agitato dal vento nord-occidentale, urla come un essere umano e biancheggia per la schiuma.

Ma per le strade del paesello il pungente odore dei vini, che fermentano nei tini, va a rallegrare gli animi.

Sui tronchi accesi del focolare lo spiedo gira, scoppiettando per il bruciarsi di olio e grasso: il cacciatore, fischiando, sta sull'uscio ad osservare tra le nubi rossastre stormi d'uccelli neri che nella sera vanno lontano come i pensieri dell'esule colto dalla malinconia nell'ora del tramonto. E qui la malinconia è scacciata dalla prospettiva quantomeno di un ricovero caldo e di una cena lauta, accompagnata da qualche bicchiere di vino buono.

“San Martino” appartiene alla raccolta Rime nuove, edita nel 1887, ed è una delle più note e celebrate poesie del Carducci. In essa 1'autore oppone due ambienti e due sentimenti: 1'ambiente esterno, tempestoso come 1'animo del poeta e cupo e triste come 1'animo di ogni uomo all'approssimarsi dell'inverno, e 1'ambiente interno, profumato dal mosto, accogliente, allietato da presenze familiari.

Eppure il Carducci non è che abbia fatto chi sa che, non è che abbia usato dei mezzi eccezionali: i suoi sono mezzi semplici, versi appena abbozzati, situazioni appena accennate; ma il tutto è pervaso da un grande sentimento della natura, della vita agreste, semplice e quotidiana, quale si può avere in un paese della Maremma, che non importa che sia Bòlgheri o Castagneto perché potrebbe essere un paese qualsiasi delle nostre regioni in questa stagione, con lo stesso orizzonte, lo stesso scenario, le stesse figure, gli stessi atteggiamenti, le stesse emozioni: il paese dell'anima. In sostanza è la stagione stessa che coi suoi colori, i suoi umori, i suoi aromi si fa poesia.

Se si dovesse fare un confronto con un'analoga composizione del Pascoli, “Novembre”, questo poeta ne uscirebbe certamente sconfitto, se non altro (ma è bella, anche questa del Pascoli) per quel senso di mestizia e squallore che la domina e che si compendia in quel “È 1'estate, / fredda dei morti” che definisce seccamente la ricorrenza di san Martino, accostandola alla festa dei morti e in generale a ciò che muore, e conclude tutta la composizione. Ma del poeta romagnolo si può dire che fu un altro spirito, con un altro stile e un altro carattere, sebbene allievo e successore del prof. Carducci.

C'è in “San Martino” — come disse il De Robertis nel saggio “Nascita della poesia carducciana” (inserito nel volume Saggi con una noterella: Poliziano, Parini, Alfieri, Foscolo, Carducci, Severino, Serra, Soffici, De Lollis, Le Monnier, Firenze, 1939) — “una fantasia gracile e pur tutta vibrante”, e — aggiungiamo — il sentimento romantico che felicemente convive in mezzo ad immagini realistiche. E il Carducci, se pure legò il suo nome alla retorica, spesso nel senso deteriore del termine (ma questo era nei gusti dell'epoca), tanto da poter essere definito “trombone della nuova Italia”, si salva proprio per composizioni come questa, incluse in Rime nuove e altrove: “Il bove”, “Funere mersit acerbo”, “Traversando la Maremma toscana”, “Pianto antico”, “Idillio maremmano”, “Davanti San Guido”, “Alla stazione in una mattina d'autunno”, “Ave”, “Nevicata”, “Mezzogiorno alpino”...

Lo stesso poeta, nella breve composizione “Alla signorina Maria A.”, posta quasi come una dedica in apertura della raccolta Rime e ritmi, edita nel 1899, scrisse che la poesia nasce “Quando malinconia / Batte del cor la porta”. Si noti che in tutta la produzione in versi d’un poeta come lui, teoricamente antiromantico, la parola malinconia figura soltanto questa volta, anche se praticamente — come abbiamo visto — di romantica malinconia sono venate varie sue composizioni. Ma egli ha voluto apertamente riconoscerla qui, quando l’età, il precario stato di salute e le immancabili delusioni della vita la rendevano palese e ineludibile: e — come chiosò il Flora in una sua conferenza (poi riportata nella rivista “Il Cristallo”, Bolzano, n° 1 del 1960) — “è la malinconia stessa del vivere, quando avverte che l’azione trapassa d’attimo in attimo nel senso del passato, e soltanto continuerà a vivere nella poesia”.

<>Non è che con ciò si voglia sminuire la grandezza storica del Carducci, dovuta al suo magistero morale e civile e al suo ruolo di intellettuale colto e impetuoso; ma se si vuole trovare il vero poeta bisogna cercarlo in certe composizioni intimistiche, apparentemente semplici e meno impegnate. E bastano queste, ancorché poche, a consacrarlo per i posteri vero poeta.


Pascoli e gli uccelli

Per comprendere la notevole presenza d’uccelli nella produzione poetica del Pascoli bisogna tener presente la sua teoria del “fanciullino” esposta in Pensieri e Discorsi, secondo la quale dentro ciascuno di noi c’è un fanciullino, che, anche se cresciamo, non cresce mai e resta com’è. È quello che quando siamo adulti ci fa guardare il mondo con occhi innocenti, che ci fa avere paura del buio, che a volte ci fa piangere e ridere senza perché, che ci fa parlare con gli animali, gli alberi, i sassi, le nuvole, le stelle. Si tratta, dunque, d’un individuo primigenio, istintivo, innocente e non smaliziato, che ignora le convenienze della civiltà. Egli resta incantato davanti ai prodigi della natura, dal nascere del filo d’erba al volare e cantare degli uccelli. Non per nulla il Pascoli è il poeta più amato dai fanciulli, almeno di quelli d’una volta.

Solo per fare un’esemplificazione si citano qui i titoli di tutti i componimenti ispirati agli uccelli e le specie d’uccelli che si incontrano in varie raccolte, con fra parentesi i relativi numeri dei versi.

Myricae: in “Romagna” ci sono la tacchina (10), l’anatra (12), il cinguettio d’uccelli (45), le rondini tardive (47), il cuculo (54); in “Il bosco” gli uccelli (4); in “Arano” il passero (7) e il pettirosso (10); “Galline”; in “Mezzogiorno” i tordi (5); in “O vano sogno” il merlo e il beccaccino (11); in “Nozze” il rosignolo (18) e tre originali versi onomatopeici degli uccelli di Aristofane (9-11); in “Il mago” le rondini (1); “Un rondinotto”; in “X Agosto” la rondine (5-12); “Il passero solitario”; “L’assiuolo”; in “Temporale” il gabbiano (6); in “Benedizione” l’uccellino (9), il falco e il falchetto (12), il corvo (14); in “I due cugini” i lucherini (3); in “Canzone di nozze” l’usignolo (6), le rondini nere (7).

Primi poemetti: in “L’alba” il fringuello (14); “La cincia”; in “Nei campi (La sementa)” le anatre (9) e il gallo (25); “La calandra”; in “Digitale purpurea” i tordi (13); in “La quercia caduta” la capinera (9), in “L’aquilone” il pettirosso (19); in “L’asino” il fringuello (75); in “Italy” il luì (I 71 e 73), il gallo (I 137). il fringuello (II 29 e 30), la cincia (II 30), la rondinella (II 74 e 84), le rondini (II 75).

Nuovi poemetti: “Il pittiere”; “Il solitario”; “La rondine”; “La cinciallegra”; “Il torcicollo”; “Il cuculo”; “La capinera”; “La lodola”; “L’usignolo”,; “Le due aquile”; “Il chiù”; in “Le due aquile” l’uccellaccio (12), la fulva aquila (21), l’aquila che ruota (32), l’altra aquila (42), le due grandi aquile (47), gli aquilotti (58).

Canti di Castelvecchio: “L’uccellino del freddo”; in “Il compagno dei taglialegna” il pittiere (13, 23, 28, 37); “La capinera”; “L’usignolo e i suoi rivali”; “Il fringuello cieco”; “Passeri a sera”; in “La mia sera” le rondini (25); in “Un ricordo” le rondini (1 e 29), i rondinotti (3), le tortori (11, 39, 65), l’uccello (85); “Passeri a sera”; “Il nido di ‘farlotti’”; in “La servetta di monte” l’usignolo (25), il passero e la cincia (26), l’assiuolo (27), la tottavilla (30); in “Le rane” le canapine (60); in “Mia madre” il luì (12).

Odi e inni: in “La piccozza” le aquile (43); “La lodola”; “La cutrettola”; in “Andrée” la procellaria (3), i gabbiani (6 e 9), i colimbi (9), la skua (10 e 40), le alche (23), l’aquila (28).

Poemi conviviali: in “Solon” la rondine (28).

Poemi italici: in “Paulo Ucello” il monachino (I 4 e 21), il fringuello (I 7), gli uccelli (III 1 e 5, IX 14), le gru (III 10), i cigni (III 11 e IX 18), le rondini e l’aquila (III 14), le quaglie (III 17 e IX 16), le tortore e il colombo (III 18), i rosignoli, le forapaglie, le cincie, le verle, il luì, le fife e i cuculi (III 21-22), il ciuffolotto (IV 1), il rosignolo (V 18), i picchi e i merli (V 19), l’uccellino (V 21 e VII 8), Paulo uccello (VI 16), la lodoletta (VI 21), l’uccello (VII 5 e IX 9), il colombo (IX 9), le tortole (IX 12), l’usignolo (X 2).

Le canzoni di Re Enzio: “Lusignuolo e Falconello”; in “Il sole” il gallo (1), l’assiuolo (2 e 15), la rondinella (3), i galli (29).

Poesie varie: in “Elegie” il luì (4), in “Epistola (a Ridiverde)” la lodoletta (3), il rosignolo (4), le galline (16), le rondinelle (18); “Passer mortuus est”; “Canto dell’usignolo”; “Aquila e falco”; “L’allodola”.

Come si vede, la presenza degli uccelli nella poesia pascoliana è veramente notevole. A volte nella sorte d’un uccello si compendia una vicenda: in “X Agosto” l’assassinio del padre è paragonato all’uccisione d’una rondine, che rimane sul posto come in croce, tendendo il cibo per i figlioletti lontani, mentre in “Un ricordo” sono rondini, rondinotti e specialmente tortori a fare da contrappunto alla partenza e al mancato ritorno di lui. E in una quercia abbattuta si riscontra il dramma d’una capinera che cerca il nido che non troverà.

Nella furiosa lotta di “Le due aquile” è simboleggiata la forza cosmica di attrazione-repulsione da cui nasce il progresso, quell’irresistibile forza per la quale dai misteri del cosmo si genera la vita e l’universo si rinnova. Le aquile s’inseguono, si combattono, si feriscono, si accoppiano: e poi nascono gli aquilotti.

I Nuovi poemetti si aprono con una serie di composizioni dette “le poesie uccelline”: sono nove e ciascuna dedicata ad un uccello. Il pittiere ritorna in “Il compagno dei taglialegna” dei Canti di Castelvecchio, in cui è adombrata una leggenda. Un pettirosso, che ancora non si chiama così, sta a guardare il lavoro d’un falegname d’eccezione: san Giuseppe. Questi invita il pittiere a collaborare al lavoro tenendo col becco un capo del filo. Ma quando entra in scena la moglie Maria col figlioletto Gesù, al saluto di Giuseppe il pittiere si volta ad ammirare la visione della Sacra Famiglia; e il santo, vedendo rovinato il lavoro dalla disattenzione dell’uccello, per ira scaglia la spugna intinta di rosso che aveva in mano sul pittiere, il quale da quel momento diventa... pettirosso di nome e di fatto. Come si vede, è una leggenda semplice e popolare, alla quale il Pascoli forse ha aggiunto il particolare della distrazione dell’uccellino collaboratore di san Giuseppe, ma da cui si evince la predilezione del Pascoli per i temi cari all’infanzia.

Ma è in “Paulo Ucello” che si esprime con maggiore intensità questa simpatia. In questo poemetto c’è tutto un tripudio d’uccelli artisticamente figurati. Forse in nessun’altra composizione del Pascoli è presente un numero così elevato d’uccelli come in questo poemetto. È vero che da una parte c’è il desiderio di Paulo di avere un uccello vero, vivo e cantante: desiderio che a noi parrebbe onestissimo, ma che san Francesco poi biasima perché a tale desiderio è connessa la lamentela per la propria povertà da parte di Paulo. Eppure, dopo, il frate pittore riesce ad avere uno e tanti altri uccelli e a goderne nel sogno il magnifico canto. Perciò il poemetto si conclude con un grandioso cantico delle creature, in cui si rasserenano i desideri, ancorché semplici, degli uomini.

La tenerezza con cui è visto il frate pittore si esprime anche in certi vezzeggiativi come “bigello” e “cattivello” che fanno rima con “Paulo uccello”, l’appellativo che san Francesco gli dà. Il “cattivello” della mormorazione del santo attenua poi il rimprovero e lo trasforma in un paterno ammonimento. Siamo dunque nel campo dell’aneddotica o meglio del fioretto francescano, tant’è vero che il poemetto pascoliano, così com’è congegnato, può considerarsi un seguito dei Fioretti, di cui il Pascoli imita linguaggio e movenze.

E qui si esalta la poetica del “fanciullino”: il poeta è riuscito a farsi piccolo piccolo come un bambinello di strada, a vedere le cose con occhi semplici e ingenui, a raccontare la storiella quasi con parole infantili: segno di capacità artistica e di grandezza umana.


Il ritorno di D'Annunzio

In questi ultimi anni sembrano riacquistare terreno e prestigio la figura e l'opera di Gabriele D'Annunzio.

Il secondo dopoguerra non è stato favorevole al D'Annunzio. Non è che gli si rimproverasse soltanto di essere stato poeta della parola, verboso, retorico, imaginifico, eroico, ma gli si rimproverava soprattutto di essere stato cantore del superuomo, di avere esaltato il fascismo e il suo capo. Negli anni della democrazia e dell'antifascismo si è avuto quindi nei suoi confronti un viscerale odio o un pesante oblio.

Si è arrivati al punto che essere presidente della fondazione del Vittoriale diventasse un disonore, per tutto ciò che il Vittoriale e D'Annunzio richiamano: sicché dovette averne di coraggio Giuseppe Longo quando in punta di piedi si insediò a Gardone, dopo avere accettato la nomina conferitagli dal presidente della Repubblica (Leone).

Sembra ora che 1'aria stia cambiando direzione e che, a prescindere dalla vita privata e dall'ideologia del D'Annunzio, si torni ad apprezzare il valore intrinseco della sua produzione, compreso il culto per la parola, fine, ricercata, cesellata. Del resto si .sono rifatti al D'Annunzio, coscienti o no, tanti poeti “nuovi”, “sperimentali” o “non­sensisti”, che hanno scritto poesia solo per la forma, in una ricerca esasperata di nuove sensazioni, e che hanno lavorato solo sulla parola per ottenerne effetti fonici e visivi, mentre il D'Annunzio lavorava sí per la forma, ma non senza una base contenutistica sia pure tenue.

Egli si riteneva un poeta predestinato ad alti compiti. Nel Libro segreto, fra misticismo e oracolo, la badessa Onufria così gli dice ponendogli una mano sulla testa: “Vera è la Vergine Madre del Figliuol di Dio e di tutti i miseri mortali. E 1'annunziò l'angelo del tuo nome, che di nome pien d’annunzio sei tu nomato”. Ma qui non ci interessa il suo destino messianico (Gabriele D'Annunzio = nuovo arcangelo Gabriele che annunzia un nuovo Mistero): c'interessa il valore di tanta parte della sua produzione, ed in particolare della sua poesia.

Nell'Art poetique Verlaine aveva sentenziato: “De la musique avant toute chose!”. E il D'Annunzio mette in pratica questa regola. Ecco perché le sue composizioni poetiche sono così melodiche; e non solo le sue, ma quelle di varie generazioni di poeti, che hanno seguito il D'Annunzio.

Circa il culto per la parola, il D'Annunzio, memore del prologo del vangelo di Giovanni, che comincia con “In principio erat Verbum . . . et Verbum erat Deus”, partiva dall'idea che “divina e la parola”. E se Verlaine fondava il verso sulla musica, per il D'Annunzio “i1 Verso è tutto”. Ciò lo portava a giustificare così il suo virtuosismo formale: “C'è una sola scienza al mondo, suprema: la scienza della parola. Chi conosce questa conosce tutto, perché tutto esiste solamente per mezzo del verbo”. Per questo il suo virtuosismo spesso è fatto di fregi e arabeschi che nulla hanno da invidiare al Marino: e basta leggere la celebre descrizione del canto di un usignolo nel romanzo L'innocente.

Musicalità, ritmo, parola cesellata, onomatopee, allitterazioni, rime, assonanze, consonanze, languore e simbolismo (quest'ultimo in misura minore rispetto al Pascoli): ecco alcuni ingredienti della migliore poesia dannunziana, legata per tanti aspetti al decadentismo. Si è preferito per tanto tempo il Notturno come opera sincera, senza retorica, con poche ricercatezze, perché in essa si trovava un D'Annunzio diverso: eppure quest’opera finisce con lo stancare per eccesso d'intimismo e di monotonia. Essa può andar bene per chi è nemico di tutto ciò che sia eroico, elaborato, frutto di tecnicismi d'effetto. E invece, proprio perché eccezionali, restano più impresse composizioni come “La pioggia nel pineto”, “La sera fiesolana”, “I pastori”, “Consolazione”, “Romanza della donna velata”, “La canzone del Quarnaro” (anche se in quest'ultima quel grido “Eia . . . alalà” fu di cattivo auspicio). Di esse è la forma ricercata che ci colpisce, l'andamento melodico, il mito, 1'eroismo o il languore, secondo i casi.

E non tutto è da buttare neanche fra novelle, romanzi e teatro del D'Annunzio. Le novelle della Pescara, Il piacere e La figlia di Jorio contengono delle pagine sempre vive, piene di linfa, capaci di alimentare nuovi scrittori e di costituire per loro utili punti di rif erimento: anche se nel romanzo Il trionfo della morte ci sono pagine macabre come quelle del carnaio umano.

In conclusione, se si esagerò durante il ventennio fascista nel presentare il D'Annunzio soltanto come poeta-vate, esempio di superomismo ed eroismo, l'esagerazione opposta si è commessa nel secondo dopoguerra con 1'ignorare totalmente o denigrare la sua produzione letteraria. In realtà nell'opera dannunziana c'è molto da salvare e apprezzare: basta saper selezionare. Ecco perché, mutato il momento storico, il D'Annunzio sta tornando di diritto ad occupare nella nostra storia letteraria un posto-chiave, più meritevole del Carducci e del Pascoli stesso, coi quali in tempi non molto lontani costituiva una classica triade. La parola coltivata, cesellata, preziosa, aulica, arcaica, desueta, onomatopeica, ecc. non è qualcosa di negativo quando sia in funzione di contenuti. Le liriche sopra citate hanno anche dei contenuti. Ma tutta la produzione dannunziana in versi è piena di fascino. Per accorgersene basta accostarsi al Canto novo, al Poema paradisiaco e all'Alcyone (solo per fare qualche esempio) con animo sereno e obiettivo. Ed è un fascino che produce valore.


Il dramma di Pavese

Nel romanzo pavesiano Tra donne sole, apparso nel 1949 insieme con La bella estate e Il diavolo sulle colline, una delle donne sole, Rosetta, sceglie un modo inconsueto di morire: prende in affitto uno studio da pittore, vi colloca una poltrona davanti ad una finestra e si dà la morte guardando il panorama. Anche qui, come in altre opere di Pavese, la finestra è un simbolo e rappresenta 1'impossibilità di comunicare col mondo esterno. Per Rosetta, vittima della solitudine, il suicidio è stato una salvezza. Essa aveva più volte preannunciato questa sua intenzione, ma non era stata presa sul serio. E lo scrittore insiste: “Non si può star soli, non si può far da soli se non levandosi di mezzo”. Così Rosetta si uccide; e la sua morte, accolta con sostanziale indifferenza dalle amiche, è descritta dal Pavese in un bellissimo brano, che, pur essendo scritto col solito stile asciutto, nasconde una profonda drammaticità.

È ovvio che questa descrizione ci fa pensare alla tragica fine del Pavese, con la quale ha parecchie analogie, e al mito della solitudine, il cui motivo ricorre più volte nelle sue opere.

Perduto il padre a sei anni, Cesare Pavese trascorse l'infanzia tra le colline piemontesi delle Langhe, in campagna, e sperimentò da piccolo cosa volesse dire la solitudine, anche perché non ebbe alcun modello virile da seguire, né alcuna ragazza di cui innamorarsi. Egli quindi cominciò a crescere solo, nella speranza di trovare la possibilità di comunicare quando sarebbe andato in città. Ma il passaggio dall'infanzia alla maturità, rappresentata quest'ultima dalla città, è anch'esso una delusione: si è soli anche in città e non si riesce a comunicare né coi compagni di lavoro né con le donne. Inserimento nel mondo del lavoro e scoperta del sesso, che dovrebbero rappresentare l'inizio della maturità dell'adolescente, altro non sono che dei traumi pieni di delusione, dai quali l'individuo capisce di essere costretto ad una perenne immaturità.

La tendenza di Pavese al suicidio, così evidente negli ultimi mesi della sua vita, è latente molto tempo prima e si può notare in quasi tutte le sue opere. Gli ultimi suoi scritti ce lo fanno chiaramente capire: non ci riferiamo solamente a “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, ma anche a certe sue lettere di quell'agosto 1950, le quali ci fanno presagire l'imminenza della sua tragica fine.

Perché si uccise? È questa la domanda che ci si pone di fronte ad un suicida. In effetti, chi si uccide ha già innata la tendenza al suicidio e la manifesta più o meno chiaramente in tutta la sua vita e nelle sue opere letterarie, se è uno scrittore. Si tratta solitamente d'individui psicopatici e neurastenici, costituzionalmente preordinati a tale fine, la quale potrebbe non verificarsi se 1'ambiente e le circostanze fossero del tutto favorevoli al soggetto.

Quanto a Pavese, si sa che la debolezza del sistema nervoso gli procurava una disfunzione fisiologica a carico dell'apparato genitale; ma alcuni critici, facendosi forti delle sue idee politiche, affermano che lo scrittore fosse esasperato anche dal vedere la società ancora piena d'ingiustizie e lontana da quell'assetto e da quel modus vivendi ch'egli aveva auspicato. Tuttavia, se si riflette meglio sui motivi della solitudine e dell'incomunicabilità, che sono così frequenti ed evidenti. nelle sue opere, ci si può spiegare meglio il suicidio.

I personaggi di Pavese si muovono stancamente e svogliatamente, non hanno ideali (perlomeno veri ideali), vivono perché sono costretti a farlo, non riescono a comunicare con gli altri e restano praticamente isolati. Perfino il rapporto sessuale completo, fenomeno così facile e frequente nelle opere del Pavese, diventa qualcosa di automatico e di abituale, che offre nulla o poco all'estro e alla fantasia e non apre nessuno spiraglio alla comunicabilità, forse perché si tratta sempre di un rapporto superficiale al quale manca l’amore, che è l’unico e vero tratto d’unione per la comunicabilità.

Questi personaggi sono anche irrequieti: girano da una città all'altra, per pianure e per colline, di giorno e di notte, senza sapere essi stessi quello che vogliono; a volte vivono una vita dannunzianamente superumana; ma non credono in nulla. Se c'è in essi una larva di religione è sempre una convenienza sociale o una vecchia abitudine che si segue senza tanto pensarci. A volte, se danno l'impressione di divertirsi, in fondo restano con un gran vuoto interiore e subito si accorgono di essere ancora soli.

Alcuni lamentano che spesso Pavese sia noioso e pesante. Questa accusa troverebbe fondamento nell'aridità e nella vacuità di certi contenuti e soprattutto nello stile, sia delle prose che dei versi. Probabilmente è lo stile, specialmente quello non ancora formato delle prime opere, che tiene lontani alcuni lettori, ma i più sprovveduti. Forse dobbiamo concludere che Pavese non è uno scrittore per tutti; ma è proprio questo stile, asciutto e stanco, che crea un senso d’indifferenza e ci rivela la pena profonda del Pavese. Si pensi a Lavorare stanca, che potrebbe essere il titolo ideale di tutta l’opera pavesiana: si pensi anche a certi racconti, il cui contenuto, ricco di simboli, sembrerebbe dir nulla o poco, senza senso, ma la cui prosa ha qualcosa di musicale e di cantabile, potendosi in lunghi brani scoprire i ritmi di una metrica sottintesa. Bisogna dire che raramente Pavese vuole costruire personaggi o ambienti sociali, perché a lui interessa solamente presentarci una sfilata di avvenimenti, di esperienze, nel cui ritmo nasconde dei simboli.

Pavese era uno scrittore tormentato, e solo pochi possono capirlo a pieno. Come i suoi personaggi, anch'egli non credeva in nulla e non aveva voglia di vivere. Nelle sue opere egli ci ha descritto una società meccanizzata e priva d’umanità, i cui individui agiscono come automi, convinti di essere spinti da un destino di solitudine, enorme macchina di cui essi stessi costituiscono i congegni, separati e non comunicanti fra loro.

Il paesaggio pavesiano, poi, così disadorno e poco poetico, è per lo più quello della caotica grande città o della periferia, dei cantieri, delle fabbriche, del Po e delle Langhe; ma, nonostante porti i segni della trasformazione, sembra che l’autore e i suoi personaggi restino indifferenti di fronte all’avanzare del progresso.

La stessa tecnica della narrazione in prima persona, quasi esclusiva nel Pavese, toglie una parte all’interesse narrativo e descrittivo delle opere e ci rivela una tendenza all’autobiografismo. Con ciò non è detto che tutte le opere del Pavese siano autobiografiche; ma è certo che l’autore tende a oggettivare e generalizzare sue esperienze o a trasporsi nei suoi personaggi, dei quali vorrebbe avere le esperienze. Per questo i suoi racconti si avvicinano al diario e ci danno la possibilità d’intravedere un uomo malinconico, diffidente e sfiduciato, indifferente e introverso, vittima della solitudine e dell’incomunicabilità.

Il tema del sesso, a volte volutamente e rabbiosamente esasperato, ci fa capire che il Pavese fosse anche sessualmente insoddisfatto e perciò tendente alla misoginia (cfr. la donna-capra, il dio-caprone, la collina-mammella, ecc.). Ma in genere il sesso è visto come incapacità di comunicare.

L'incomunicabilità e la solitudine sono quasi sempre presenti nelle opere del Pavese. La solitudine è sentita come un destino che vieta di instaurare un serio rapporto con gli altri, non come superba affermazione del proprio io. La barriera fra l’individuo e gli altri spesso è simboleggiata, come abbiamo visto, dalla finestra, la quale ora rappresenta l’incapacità di accostarsi e comunicare, ora simboleggia l’ostinazione a voler rimanere nella propria solitudine, che potrebbe anche essere fonte di maturità. Nell’Intruso, ad esempio, il protagonista Lorenzo “deve” imparare a stare da solo per raggiungere la maturità; ma la solitudine porta Lorenzo alla pazzia, come il Pavese al suicidio.

L'incomunicabilità, dunque, intesa come incapacità e rifiuto a comunicare, fu forse il dramma principale di Pavese: è davvero anormale, infatti, stare con gli altri e pure non comunicare; ignorare gli altri; vivere (o meglio lasciarsi vivere) solo pensando al proprio destino di solitudine.


Le poesie che hanno unito l'Italia

Sono stati vari nei secoli i fattori che hanno contribuito alla formazione dell’unità nazionale italiana. Roma ha fornito l’amministrazione politica, le sue leggi e la sua lingua, dall’evoluzione della quale col tempo sono sorti i vari “volgari”, su cui si è imposto il toscano grazie a tre padri della lingua quali l’Alighieri, il Petrarca e il Boccaccio. La religione cattolica, poi, ha fatto sentire meglio l’identità delle popolazioni delle varie regioni, grazie allo stesso credo, alle stesse preghiere, agli stessi canti (gregoriani), alla stessa lingua (latina), agli stessi riti, allo stesso catechismo e alla stessa predicazione, dal nord al sud e dall’est all’ovest: e per religione qui s’intende la pratica religiosa, e non la presenza della curia pontificia, la quale invece impedì l’unità d’Italia per oltre mille anni, con tutti i mezzi possibili e immaginabili, spirituali (scomuniche) e materiali (incarcerazioni, patiboli e cannonate). A loro volta le numerose guerre, nonostante gl’impliciti orrori, non soltanto hanno prodotto annessioni e ingrandimenti territoriali, ma anche — mettendo in contatto popolazioni di varie regioni — hanno sviluppato il senso di fratellanza e d’appartenenza alla stessa patria. All’unità hanno contribuito infine la letteratura (e particolarmente la poesia), la scuola e il suo calendario, la stampa periodica e la radiotelevisione, la toponomastica cittadina e la segnaletica stradale.

Il risultato di questo concorso di fattori è stata la nazione italiana, frutto degli slanci ideali e dei patimenti del Risorgimento e della Resistenza: essa poi è stata delineata dalla Costituzione entrata in vigore nel 1948. La faticosa conquista di tale unità, il cui processo è stato tanto lungo e sofferto, avrebbe dovuto inculcare in tutti i cittadini il senso dell’assoluto rispetto, proprio per evitare di ricadere nella divisione e nella dipendenza, se non nel caos.

Invece verso la fine del sec. XX alcuni cittadini con incredibile leggerezza hanno cominciato a dissacrare la storia e a denigrare l’Italia e la sua capitale, il Risorgimento, la Resistenza e l’Unità stessa, allo scopo di scalfire l’unità nazionale. Allora si è cominciato a sbraitare “Roma tiranna”, “Roma ladrona” e “Roma matrigna”, ignorando ciò che il Carducci aveva scritto in un brano della sua composizione “Nell’annuale della fondazione di Roma”, appartenente alle Odi barbare, libro I, e cioè:

e tutto che al mondo è civile
grande, augusto, egli è romano ancora.
Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie
.

Il senso di questo brano è chiarissimo: premesso che tutto ciò che al mondo è civile, grande e augusto, esso è anche romano, e quindi la civiltà coincide con la romanità, il poeta saluta Roma, la superiorità della quale gli sembra conferita dal fato o dalla divinità, e afferma che chi disconosce la funzione storica della stessa Roma ha la mente annebbiata, mentre nel malvagio cuore di tale detrattore si fa strada lentamente la barbarie. E questi versi, dovuti ad un così alto personaggio, stante al di fuori e al di sopra d’ogni sospetto, dovrebbero essere di lezione per tutti coloro che vogliono ridividere l’Italia in vari Stati e staterelli, magari riportandola alla situazione preunitaria dell’Ottocento o prima. Infatti le tendenze separatistiche sono frutto d’incultura o di sottocultura e si sviluppano negli ambienti in cui ci sono persone che vogliono diventare, se non proprio re o principi, almeno “governatori” (e ciò, con significato improprio, riprendendo un termine tipico del colonialismo, del fascismo, delle confraternite, dell’alta finanza, degli Stati Uniti e di certi clubs americani introdotti anche in Italia).

In certe zone già soggette all’Austria alcuni ignoranti (= che ignorano la storia) sono giunti ad esaltare il cessato regime austro-ungarico e a festeggiare tuttora il compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe in grazia dell’efficienza burocratica di quel regime, ma dimenticando le schiere di nostri connazionali che, soltanto perché patrioti, da quel regime stesso furono mandati al patibolo (con impiccagioni e fucilazioni) o al carcere duro, ad esempio al famigerato Spielberg, dove Silvio Pellico (1789-1854) — a quanto lui stesso narrò nel suo libro “Le mie prigioni” —, poiché gli era negata perfino la possibilità di scrivere, scrisse i primi versi della sua tragedia “Francesca da Rimini” con gocce del suo sangue, pungendosi una vena.

Per inciso devo confessare d’essere stato sempre convinto unitarista e d’avere per questo motivo patito violenza nel 1946, quando alcuni miei compagni separatisti mi picchiarono perché portavo la coccarda tricolore dell’unità d’Italia e non come loro quella giallo-rossa del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, che voleva fare della Sicilia uno Stato indipendente o il 49° Stato degli Stati Uniti d’America (allora tali Stati erano 48).

Il contributo dato dalla scuola alla formazione dell’unità nazionale è dovuto all’unicità di programmi, esami e valutazioni, dalle Alpi alla Sicilia. In tutte le scuole per oltre un secolo s’insegnavano le stesse cose e le stesse si pretendevano agli esami, mentre docenti e commissari provenivano dalle varie regioni italiane, garantendo l’unità dell’insegnamento e del sapere, pur nella varietà di metodi e mezzi. Perciò ora la gestione scolastica demandata alle singole regioni intacca l’unità nazionale, comportando per ogni regione la facoltà d’impostare programmi ed esami ad interesse regionalistico. Con la nuova gestione, in un mondo basato su una frenetica mobilità, un sardo che si sposti in Liguria, un calabrese che si sposti in Lombardia e un veneto che si sposti in Emilia-Romagna non troveranno più nella nuova regione la stessa scuola che avevano lasciato nella regione di provenienza.

Eppure, ci sarebbe un sistema per portare all’attenzione di scolari e studenti le varie realtà regionali senza sgretolare l’unità nazionale: basterebbe che in ogni regione si studiassero le peculiarità anche di tutte le altre regioni. Per restare nel campo letterario, basterebbe che in ogni regione si studiassero e si portassero agli esami alcuni autori dialettali come — soltanto per fare degli esempi — il lombardo Porta, i veneti Ruzante, Noventa e Marin, i laziali Belli e Trilussa, il campano Di Giacomo, il siciliano Meli, ecc. Ciò darebbe anche l’opportunità di familiarizzare con i vari dialetti italiani o addirittura d’impararli, come avvenne personalmente a me, che m’appassionai al dialetto veneto in Sicilia quando i miei docenti (rispettivamente l’uno siciliano in 5a ginn. e l’altro umbro all’università) ci fecero leggere e studiare “I rusteghi” del Goldoni e varie opere del Ruzante.

Qualcosa del genere s’è fatto finora là dove i testi adottati hanno incluso anche tali autori dialettali; e qualcosa del genere ho fatto io personalmente, quando come studente ho studiato i suddetti autori dialettali e le loro composizioni, mentre poi come docente li ho spiegati, assegnati e pretesi dagli alunni.

La scuola d’una volta aveva un pregio che col tempo non è stato più capito: quello di fare imparare abitualmente a memoria delle poesie (e a volte anche delle prose). Guido Pagliarino a pag. 86 del suo interessante libro La vita eterna (Prospettiva, Civitavecchia, 2003) biasima i nuovi metodi scolastici che escludono lo studio a memoria; e non è il solo: molti altri si associano a lui in tale biasimo, compreso me, che ne ho scritto varie volte. In realtà lo studio a memoria non era soltanto un utile esercizio mnemonico, ma serviva anche a costituire dei punti di riferimento nell’istruzione e nella vita degli alunni. E ciò, anche se c’era la paura dell’interrogazione e del voto, dato che allora la prima valutazione d’un’interrogazione d’italiano era basata sulla capacità di recitare correttamente a memoria i brani assegnati.

Per lo stesso motivo è lodevole l’iniziativa del comune di Treviso che, rinnovando la viabilità della città-giardino, nei pressi delle scuole ha fatto incidere sulle piastrelle del pavimento certi versi famosi di poeti italiani, istituendo così delle stazioni di riflessioni, nonché un richiamo d’opere e di personaggi, sebbene questi ultimi non siano indicati sotto i versi.

Ed in effetti, se la citazione è stata sempre considerata un ornamento intellettuale, la conoscenza dei versi più significativi della letteratura rappresenta una valida guida morale quando si tratta di autori come — ad esempio — Dante e Manzoni. L’immanenza dei grandi autori nelle nostre coscienze era tale che spesso si andava a ricercarne le tracce nelle più disparate località: case, tombe, monumenti, autografi e altre reliquie. E certi loro versi, a volte espressi in forma epigrammatica o aforistica, sono divenuti frasi idiomatiche a suggello della nostra lingua e costituiscono tuttora la memoria letteraria della nostra nazione.

Pertanto le poesie che hanno unito l’Italia non sono soltanto quelle esprimenti sentimenti patriottici in linea col nostro Risorgimento, che voleva dare unità e indipendenza alla nazione, ma tutte quelle che venivano studiate a memoria, attingendo a testi, antologie, fogli isolati. Infatti, per effetto dell’unicità dei programmi scolastici, il fatto che milioni di persone di varie regioni e generazioni conoscessero, imparassero a memoria e recitassero i passi più significativi delle stesse poesie, e si riconoscessero italiani in esse, costituiva nella sua coralità una forma d’espressione dell’unità nazionale.

A tale unità hanno contribuito anche il calendario scolastico (che aveva per tutto il territorio nazionale le identiche date d’inizio e fine delle lezioni, degli esami e delle vacanze), la stampa periodica (giornali e riviste) e la radiotelevisione, che ha diffuso modelli di linguaggio e di comportamento sociale, specialmente quando gli utenti siano in grandissimo numero e facilmente influenzabili per età o per scarsa cultura. Si pensi in modo particolare agli effetti della televisione, la quale giunge in tutte le case, dove quindi perfino uno scalcinato qualsiasi trova un pulpito idoneo per poter diffondere alla popolazione non tanto la corretta lingua italiana (come sarebbe auspicabile) quanto sproloqui, bestemmie, parolacce e scorrettezze varie. Anzi si ha l’impressione che per incoscienza dei dirigenti molti intrattenitori televisivi siano assunti proprio col precipuo scopo di diffondere trasgressioni e scempiaggini, fra i quali i pur frequenti casi di verbo sbagliato (indicativo invece del congiuntivo), di banalità come l’insistente “cioè” e di parole straniere come lo stupido “occhei” rappresentano il male minore.

Infine hanno contribuito anche la toponomastica cittadina e la segnaletica stradale. Infatti, quando si giunge in una qualsiasi località italiana e sulle targhe delle vie o piazze si leggono quasi sempre gli stessi nomi sia di personaggi (letterati, scienziati, artisti, politici, patrioti, storici, ecc.) sia d’altre località italiane, allora ci si rende conto che dovunque si vada, dalle Alpi alla Sicilia, si è in Italia. In queste occasioni la maggioranza della popolazione sente l’orgoglio d’appartenere alla comunità nazionale di cui fanno parte quei nomi assurti a tale importanza e posti in tale evidenza. Lo stesso accadeva quando esisteva dappertutto l’ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade) e le targhe d’indicazione delle località avevano tutte gli stessi caratteri grafici, le stesse dimensioni e lo stesso colore, conferendo omogeneità alla nazione, mentre ora ogni ente locale (regione, provincia, comune) usa caratteri, dimensioni e colori diversi (chi blu, chi bianco, chi marrone, ecc.), e a volte indicazioni stradali in dialetto, determinando la disintegrazione dell’unità italiana e quindi il caos. Nulla di male c’è se una località italiana decide d’aggiungere nella segnaletica stradale anche il suo nome dialettale, purché: 1° si tratti di vera aggiunta e non di sostituzione del nome italiano, 2° l’aggiunta sia fatta con sfondo diverso e carattere più piccolo, 3° l’aggiunta sia posposta al nome italiano e non anteposta. Tutt’e tre tali regole dovrebbero valere anche per le località italiane in cui si parlano ufficialmente lingue estere (francese, tedesco, sloveno, albanese).

Ecco, dunque, che quello che qui viene proposto è un viaggio nella memoria, alla ricerca e rivalutazione di quei punti di riferimento della nostra vita che erano le poesie imparate in tutt’Italia: e ciò, sulla base della mia esperienza personale, da una parte di scolaro, studente e candidato ad esami e concorsi, dall’altra di docente, preside e presidente di commissione d’esami e di concorsi a cattedre in varie parti d’Italia, dal sud al nord e dall’est all’ovest. Le poesie qui sono ricordate per lo più dal titolo e dall’incipit, rimasti più impressi nella nostra mente, mentre vengono sottolineati i versi a contenuto spiccatamente patriottico.

Il solenne verso Altissimo, onnipotente, bon Signore e tutto il “Cantico delle creature”, specialmente per l’anàfora Laudato si’, o mio Signore..., di S. Francesco d’Assisi (1182-1226) ci proiettavano in un mondo di profonda spiritualità, confermandoci l’attualità del messaggio pauperistico del Poverello.

E dal Poverello ha preso le mosse per il suo poema sacro Dante Alighieri (1265-1321), il quale ha fatto di quel messaggio l’essenza della Divina Commedia, ripetendo in qualche passo anche moduli espressivi del “Cantico delle creature”, che perciò egli dimostra di conoscere: basti ricordare la famosa parafrasi del Pater noster che contiene l’espressione laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore / da ogni creatura (Purg. XI 4-5), eco d’evidente matrice francescana. In questo viaggio nella memoria, dunque, uno dei primi autori non può che essere proprio l’Alighieri, e ciò non soltanto per motivi cronologici, ma anche per il ruolo occupato dalla sua personalità, tanto che tuttora dire Dante significa dire Italia, anche perché parecchi sono nella sua produzione gli aneliti di patriottismo. Anzitutto in un celebre sonetto, che ci riporta alla scuola del “dolce stil novo”, egli delinea una figura di donna angelicata ed esprime sentimenti difficilmente riscontrabili: Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta / ch’ogni lingua devèn tremando muta, / e li occhi no l’ardiscon di guardare... Ma è con la Divina Commedia che egli occupa un posto di primissimo piano nella nostra memoria: con grande emozione, e per tutto quello che rappresentano, ne ricordiamo sempre interi brani e particolarmente versi quasi proverbiali: Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita... Caron dimonio, occhi di braceGaleotto fu il libro e chi lo scrisseFatti non foste a viver come bruti • Poscia più che il dolor poté il digiuno E quindi uscimmo a riveder le stelle Per correr migliori acque alza le vele • Ahi, serva Italia, di dolore ostello • Non è ’l mondan romore altro ch’un fiato • La gloria di colui che tutto moveVergine madre, figlia del tuo figlio • L’Amor che move il sole e l’altre stelle. Sentimenti così elevati, scene icastiche, personaggi noti e versi musicali fecero sì che il poema sacro acquistasse una facile popolarità, tanto che veniva recitato nelle piazze e nelle botteghe, costituendo anche motivo di orgoglio e vanto per studenti e docenti che ne conoscessero e sapessero recitare più versi.

Il nome di Francesco Petrarca (1304-1374) è simbolo d’inquietudine, di tormento interiore, di sospensione fra terra e cielo: cose che fanno di questo poeta un antesignano del romanticismo. Il sonetto iniziale dell’opera è la sintesi di tutto il Canzoniere: Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io nudriva ’l core / in sul mio primo giovenile errore / quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono, // del vario stile in ch’io piango e ragiono / fra le vane speranze e ’l van dolore, / ove sia chi per prova intenda amore, / spero trovar pietà, nonché perdono... Quest’opera si potrebbe definire un breviario d’amore e di dolore, anche se la canzone Italia mia, benché ’l parlar sia indarno è indirizzata all’Italia, a riprova dell’attaccamento patriottico del poeta. Ma varie altre poesie del Canzoniere venivano imparate a memoria, fra cui quelle che cominciano coi seguenti versi: Movesi ’l vecchierel canuto e bianco Solo e pensoso i più deserti campi Benedetto sia ’l giorno e ’l mese e l’anno Padre del ciel, dopo i perduti giorni Di pensier in pensier, di monte in monte Passa la nave mia colma d’oblio O cameretta che già fosti un porto La vita fugge e non s’arresta un’ora Se lamentar augelli, o verdi fronde Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente Levommi il mio pensier in parte ov’era Zefiro torna e ’l bel tempo rimena Vago augelletto che cantando vai Vergine bella che di sol vestita. In particolare ci attraeva la canzone Chiare, fresche e dolci acque, in cui (come in molta parte del Canzoniere) domina la delicata figura di Laura. La popolarità di questo poeta, che fu anche l’iniziatore dell’Umanesimo, s’espresse con imitazioni ed echi che permearono le epoche successive, rendendolo sempre attuale e facilitando così, anche per la dolcezza dei versi, l’apprendimento a memoria.

Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico (1449-1492) ci ricorda il fiorente periodo del Rinascimento, in cui l’uomo (anziché Dio) fu posto al centro dell’universo. E ci vengono subito in mente i cantabili versi del suo capolavoro “Canzona / Trionfo di Bacco e Arianna” in cui l’oraziano invito Carpe diem è velato d’amara malinconia: Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia. / Chi vuol essere lieto sia: / di doman non c’è certezza...

Fu col “Morgante maggiore” di Luigi Pulci (1432-1484) e con l’“Orlando innamorato” di Matteo Maria Boiardo (1441-1494), e prima ancora con le Chansons de geste (secc. XI-XIV) che era cominciata l’epopea dei poemi cavallereschi, la cui fortuna si manifestò con una lunga popolarità, tanto che le vicende narrate divennero oggetto di letture domestiche al lume di candela o di petrolio, drammi teatrali e recite in piazza da parte di contastorie e cantastorie, e in Sicilia oggetto dell’opera dei pupi e di scene pittoriche dei famosi carretti siciliani.

I solenni versi Le donne, i cavallier, l’arme e gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto..., con cui s’apre l’ampio poema “Orlando furioso” di Ludovico Ariosto (1474-1533), riecheggiano quelli di Dante di Purg. XIV 109-110: le donne e’ cavalier, li affanni e li agi / che ne ’nvogliava amore e cortesia. Essi ci richiamano in mente le mirabolanti avventure d’Orlando e della sua amata Angelica, ma anche gli ambienti cortesi in cui le coinvolgenti ottave venivano recitate, dalle quali risaltavano nobili sentimenti (Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!), fughe come quella d’Angelica (Fugge tra selve spaventose e scure...), follie come quella d’Orlando (Pel bosco errò tutta la notte il conte...), viaggi fantascientifici come quello d’Astolfo sulla luna (Tutta la sfera varcano del fuoco...).

A questo genere apparteneva anche “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso (1544-1595), ma con qualcosa di nuovo e di diverso: un’inquietudine e un tormento che intrecciano religiosità e sensualità (altri elementi dell’opera), richiamandoci da una parte il Petrarca, morto già da due secoli ma sempre vivo fra i petrarchisti, e dall’altra il Leopardi, che più di due secoli dopo amò tanto questo poeta da piangere sul suo sepolcro nel convento romano di S. Onofrio sul Gianicolo. I versi Canto l’armi pietose e il capitano / che ’l gran sepolcro liberò di Cristo... sono l’esordio di questo fortunato poema, nelle cui ottave — molte delle quali imparate a memoria — storie come quella di Tancredi inutilmente amato da Erminia (Intanto Erminia infra l’ombrose piante...) e dello stesso personaggio che uccide l’amata Clorinda senza saperlo (Vuol ne l’armi provarla: un uom la stima...) diventavano paradigmi d’impossibili amori.

E intanto Annibal Caro (1507-1566) rendeva in italiano la solennità dell’Eneide, cominciando l’opera con simili versi: L’armi canto e ’l valor del grand’eroe / che pria da Troia per destino ai liti / d’Italia e di Lavinio errando venne... La sua traduzione invase e dominò per secoli le scuole italiane.

Il verso di Giambattista Marino (1569-1625) Rosa, riso d’Amor, del ciel fattura ci ricorda il discusso poema “Adone” e il suo estremismo linguistico-formale che con le sue iperboliche acrobazie diede luogo al cosiddetto marinismo o secentismo (aspetto del barocco): la sua tecnica compositiva, con vari virtuosismi formali, arabeschi e fregi, sembrò poi ritornare nel D’Annunzio.

E se esagerata era la tecnica dei marinisti, all’opposto semplice o scheletrica risultò quella degli antimarinisti come Gabriello Chiabrera (1552-1638), di cui non soltanto l’anacreontica Belle rose porporine ma tutta la produzione tentava un ritorno alla tradizione classica, pur non essendo scevra di barocchismi, che tuttavia si risolvevano in un’allettante musicalità e quindi favorivano l’apprendimento a memoria.

L’accademia dell’Arcadia fornì una serie di poeti che associarono la leggerezza alla musicalità: le canzonette Se tu m’ami, se sospiri e Solitario bosco ombroso di Paolo Rolli (1687-1765), Guarda che bianca luna! di Jacopo Vittorelli (1749-1835) e Dimmi, dimmi, apuzza nica (in dialetto siciliano) di Giovanni Meli (1740-1815) agevolmente accarezzavano il nostro orecchio e s’imprimevano nella nostra mente.

Questa musicalità giunse al parossismo in Pietro Trapassi, detto il Metastasio (1698-1782), il quale nelle sue ariette da minuetto rifletteva il macchiettismo della corte viennese da lui stesso allietata coi suoi melodrammi. Ad esempio, è rimasto memorabile il dubbio d’Enea leziosamente espresso nella “Didone abbandonata”: Se resto sul lido, / se sciolgo le vele, / infido, — crudele / mi sento chiamar: / e intanto, confuso / nel dubbio funesto, / non parto, non resto, / ma provo il martire, / che avrei nel partire / che avrei nel restar.

Il commediografo Carlo Goldoni (1707-1793) lasciò pure dei versi, sparsi qua e là nelle commedie. Nella commedia “Il bugiardo” il sonetto Idolo del mio cor, nume adorato indulge al clima arcadico, ma l’epitaffio Qui giace Lelio per voler del fato sembra anticipare il realismo. A volte s’imparavano a memoria interi brani di sue commedie dialettali per recitarli teatralmente, come successe proprio a me con “I rusteghi”:

Siora mare.
— Fia mia.
— Deboto xè finio carneval.
— Cossa diséu, che bei spassi che avemo abúo?
— De Diana! Gnanca una strazza de commedia no avemo visto.
— Ve feo meravéggia per questo?...

A tutt’altro genere di poesia ci abituò Giuseppe Parini (1729-1799), che iniziò la stagione della poesia civile e morale. Del suo poema satirico “Il giorno”, contenente la caricatura del giovin signore, ci rimasero impressi parecchi brani, fra cui quello della Vergine cuccia, de le Grazie alunna, spesso recitato a memoria, per il particolare icastico del sacrilego piè del villano servo da essa morsicato, che, per difendersi da ulteriori attacchi, lanciolla in aria con un volgare calcio: e nelle tre sillabe del verbo s’intravedono con un arco visivo rispettivamente il calcio (lan-), il volo (-ciol-) e la caduta (-la).

Della vasta produzione teatrale di Vittorio Alfieri (1749-1803), ricca di fermenti civili, ben poco poteva essere imparato a memoria per la complessità dei contenuti e l’aulicità del linguaggio, ma qualcuno dei suoi sonetti, come Mesto son sempre; ed il pianto, e la noia, s’imparava perché sintetizzava il suo carattere fiero e orgoglioso, degno d’essere conosciuto dagli studenti per l’amor di patria e l’aspirazione alla libertà.

Della forse più vasta produzione di Vincenzo Monti (1754-1828) quasi nulla s’imparava a memoria, data la retorica in essa dominante, ma difficilmente poteva essere trascurata la prima parte della canzonetta “Per la liberazione d’Italia / Dopo la battaglia di Marengo” che comincia con i versi Bella Italia, amate sponde, pur vi torno a riveder! / Trema in petto, e si confonde / l’alma oppressa dal piacer.: e ciò, non soltanto per l’esaltazione della patria da parte d’un poeta che, nel cambiar continuamente gabbana tanto da essere definito “banderuola” e “il gazzettino dell’opinione dominante”, conservò sempre un forte amor di patria, ma anche per la sua onda melodica di stampo arcadico-metastasiano. Piuttosto è da precisare che di lui s’imparavano lunghi brani della fortunata traduzione dell’Iliade, a partire dalla pròtasi: Cantami, o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, / molte anzi tempo all’Orco / generose travolse alme d’eroi... Era tale la passione inculcata da tale opera eroica che a volte si facevano delle gare di recitazione fra studenti e docenti.

La stessa cosa avveniva per l’altrettanto fortunata traduzione dell’Odissea curata da Ippolito Pindemonte (1753-1828) pure a partire dalla pròtasi: Musa, quell’uom di moltiforme ingegno / dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra / gittate d’Ilion le sacre torri... Le traduzioni del Monti, del Pindemonte e del Caro occupavano rispettivamente tre classi di studi, e quindi tre interi anni scolastici (II, III e IV del ginnasio).

Ugo Foscolo (1778-1827) volle cimentarsi anche lui nella traduzione dell’Iliade: rispetto al rivale Monti, che non conosceva il greco e che egli disprezzò con l’epigramma “Questi è Vincenzo Monti cavaliero, / Buon traduttor de’ traduttor d’Omero”, egli aveva il vantaggio d’essere nato in Grecia (come suo padre) da madre greca, ma la sua traduzione, rimasta al settimo libro, non si studiava perché è risultata artificiosa e meno efficace di quella dello stesso rivale, che poi rispose a lui con quest’altro epigramma, alludendo al cambiamento del nome di battesimo Niccolò in quello di cresima Ugo e alle disperate condizioni economiche del Foscolo stesso (facilmente portato agli sprechi), che — secondo il Monti — lo avrebbero spinto a diventare ladro: “Questo è il rosso di pel Foscolo detto / Sì falso che falsò fino se stesso, / Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto , / Guarda la borsa se ti vien dappresso”. Ma è chiaro che molto s’imparava della produzione del Foscolo, soprattutto di quella che esprimeva inquietudine e dolorante pensosità. Chi non conosceva a memoria almeno i sonetti “Alla sera” (Forse perché della fatal quiete...), “A Zacinto” (Né più mai toccherò le sacre sponde...) e “In morte del fratello Giovanni” (Un dì s’io non andrò sempre fuggendo...)? E del carme Dei sepolcri ci rimanevano impressi soprattutto i versi dell’esordio con la retorica domanda All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?; come pure indimenticabile era la terza parte che comincia con i versi A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta... Se tutto il carme c’inculcava una mesta meditazione sul destino dell’uomo, era questa parte che anche fonicamente riscattava il resto, trasportandoci in un Olimpo o Nobile Castello d’eroi, che nella nostra mente, con le ripetute recite a memoria, si trasformava presto in un pantheon della grandezza d’Italia.

Di Giacomo Leopardi (1798-1837) ci viene in mente anzitutto la dolente umanità. Qualcuno ha osato affermare che è stato meglio che quest’uomo sia stato tanto infelice e disperato, perché così ha lasciato ai posteri una grandissima poesia che varca tutti i tempi. S’imparava a memoria tantissimo di lui; e strofe e versi venivano spesso richiamati o semplicemente citati. È il caso della canzone “All’Italia” ( O patria mia, vedo le mura e gli archi...) e degl’idilli “Il passero solitario” (D’in su la vetta della torre antica...), “Alla luna” (O graziosa luna, io mi rammento...), “L’infinito” (Sempre caro mi fu quest’ermo colle...), “A Silvia” (Silvia, rimembri ancora...), “Le ricordanze” (Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea...), “Canto notturno d’un pastore errante per l’Asia” (Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai...), “La quiete dopo la tempesta” (Passata è la tempesta...), “Il sabato del villaggio” (La donzelletta vien dalla campagna...)... Con questo studio la nostra mente spaziava dal paesaggio alle riflessioni, ai sentimenti, perché ogni verso, ogni parola lasciavano una traccia profonda in noi, con risonanze affettive ed echi profondi, come nel canto “L’infinito”, di cui apprezzavamo la musicalità, la religiosità e l’universalità, e nella prima strofa della canzone “A Silvia”: Silvia, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi / e tu, lieta e pensosa / il limitare di gioventù salivi? Anche brani delle “Operette morali” s’imparavano a memoria; ad esempio, il “Dialogo d’un venditore d’almanacchi e d’un passeggere” con appropriato tono di voce veniva recitato teatralmente:

— Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
— Almanacchi per l’anno nuovo?
— Sí signore.
— Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
— Oh illustrissimo sí, certo.

Ma la certezza del venditore poco dopo, sotto la ferrea logica del passeggero-Leopardi, diventava dubbio e quindi crollava.

Della fondamentale presenza d’Alessandro Manzoni (1785-1873) anzitutto restava in mente la nobile figura che scaturiva dai versi del carme “In morte di Carlo Imbonati”: “il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida”. Quando compose questo carme l’autore non era ancora “convertito”, ma già appare il carattere fortemente morale che connoterà la sua attività letteraria, tanto che d’esso così scrisse il Foscolo nelle note ai Sepolcri: “Poesia d’un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico”. Del Manzoni s’imparavano a memoria brani degl’“Inni sacri”: Era l’alba; e molli il viso... (“La Resurrezione”) e Madre de’ santi; immagine / della città superna; / del Sangue incorruttibile / conservatrice eterna... (“La Pentecoste”). Ma s’imparavano anche le odi: “Il cinque Maggio” (Ei fu. Siccome immobile...) ci dava un’immagine meditabonda di Napoleone e “Marzo 1821” (Soffermati sull’arida sponda...) ci proiettava nel clima risorgimentale. E non si trascuravano le tragedie “Il conte di Carmagnola” e “Adelchi”, che, sebbene di difficile rappresentazione, si prestavano ad un’utile lettura, almeno in certi brani significativi: i cori avevano anche risvolti patriottici (S’ode a destra uno squillo di tromba... e Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti...) o presentavano delicate figure come quella d’Ermengarda (Sparsa le trecce morbide...). Del famoso romanzo “I promessi sposi”, di cui la lettura e lo studio — comprendente esercizi vari coi quali s’insegnava il corretto uso della lingua italiana — occupavano una o due anni, secondo il tipo di scuola frequentato, solitamente s’imparavano a memoria vari brani: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti... (I), Non tirava un alito di vento... Addio, monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo... (VIII), Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna... (XXXIV). E alcuni brani, come i dialoghi fra don Abbondio e Perpetua (I) e fra il frate Cristoforo e il signorotto Rodrigo (VI), venivano recitati come a teatro, a volte con gare e relativi punteggi.

Qui ora va menzionata la vasta produzione del fecondo periodo risorgimentale, a volte musicata e cantata, la quale per ragioni ideologiche aveva un posto preminente nella nostra istruzione: Tommaso Grossi (1790-1853) ci comunicava la sua tristezza con la simpatica Rondinella pellegrina; Niccolò Tommaseo (1802-1874) ci faceva meditare con “Le stagioni dell’universo” (Crescono i mondi a Dio, come foresta...); Giuseppe Mazzini (1805-1872), sebbene non in versi, impegnava la nostra memoria con la prosa L’angelo della famiglia è la donna (“I doveri dell’uomo”, VI); Giuseppe Giusti (1809-1850) ci deliziava con i suoi briosi “Scherzi”: Viva la Chiocciola, / viva una bestia / che unisce il merito / alla modestia (“La chiocciola”), Al re Travicello / piovuto ai ranocchi, / mi levo il cappello / e piego i ginocchi... (“Il re Travicello”), A noi larve d’Italia, / mummie dalla matrice, / è becchino la balia, / anzi la levatrice... (“La terra dei morti”), Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina (“Sant’Ambrogio”); Aleardo Aleardi (1812-1878) ci assillava con l’insistente domandaChe cos’è Dio?” (Nell’ora che pel bruno firmamento / comincia un tremolio / di punti d’oro, d’atomi d’argento, / guardo e dimando...), ma soprattutto ci faceva balenare la disgraziata sorte del decapitato Corradino di Svevia, il quale Era biondo, era bello, era beato, / Sotto l’arco d’un tempio era sepolto; Arnaldo Fusinato (1817-1888) ci lasciò la romanza “L’ultima ora di Venezia” col suo malinconico ritornello Sul ponte sventola / bandiera bianca; Carlo Alberto Bosi (1813-1886) infiammò le truppe con la canzonetta “La partenza del volontario”, che il popolo, mutando il verso iniziale Io vengo a dirti addio, cantava con le parole Addio, mia bella addio, / l’armata se ne va; / e se non partissi anch’io / sarebbe una viltà...; Giacomo Zanella (1820-1888) ci riportava alle epoche preistoriche della terra con i versi Sul chiuso quaderno / di vati famosi... (“Sopra una conchiglia fossile”); Luigi Mercantini (1821-1872) ci affascinava con l’avventura di Carlo Pisacane, la cui tragicità era espressa dal ritornello Eran trecento, eran giovani e forti, / e sono morti! ( “La spigolatrice di Sapri”), mentre col solenne “Inno di Garibaldi” inculcava vigore ed eroismo in soldati e volontari (Si scopron le tombe, si levano i morti, / i martiri nostri son tutti risorti!...); e infine Goffredo Mameli (1827-1849) con Fratelli d’Italia, / l’Italia s’è desta; / dell’elmo di Scipio / s’è cinta la testa lasciò l’eredità della sua giovane vita sacrificata e la profezia della nuova Italia, unita in unico Stato con capitale Roma.

Al Mameli, dunque, si collega Giosue Carducci (1835-1907) quando Nell’annuale della fondazione di Roma riprende il concetto della dea Roma, che — come già detto — soltanto chi ha la mente annebbiata dall’ignoranza non vuole riconoscere come storica signora d’Italia. E in senso patriottico si guardano anche alcuni ritratti carducciani, come quelli di Virgilio, Metastasio, Garibaldi e Mazzini. Ma il Carducci non fu soltanto un poeta patriottico, il vate della terza Italia, spesso ridondante di retorica, che inaugurò la stagione del realismo, bensì anche un poeta intimistico e quasi romantico, che così veniva preferito nelle scuole: “Il bove” (T’amo, pio bove; e mite un sentimento...) dipingeva la robustezza, la mansuetudine e la solennità monumentale del bue; “Funere mersit acerbo” (O tu che dormi là su la fiorita / collina tosca, e ti sta il padre a canto...) e “Pianto antico” (L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano...) c’infondevano la malinconia per due tragedie familiari; “Idillio maremmano” (Co ’l raggio de l’april nuovo che inonda...), “Traversando la Maremma toscana” (Dolce paese, onde portai conforme / l’abito fiero e lo sdegnoso canto...) e “Davanti San Guido” ( I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filare...) fornivano alle nostre menti possenti immagini di paesaggi e costumi; e “San Martino” c’incantava con la descrizione non soltanto del paesaggio autunnale, ma anche dell’animo umano in questa stagione. Infine è da dire che l’importanza del Carducci era tale che a volte se ne imparavano a memoria dei brani di prosa, come qualche passo di “Le risorse di San Miniato” (da “Confessioni e battaglie”).

Giovanni Verga (1840-1922) è uno scrittore che in senso stretto non dovrebbe stare in una rassegna di poesia, perché non lasciò versi. Eppure, chi non conosceva a memoria brani del capolavoro I Malavoglia, la cui trama si snoda in una continua musicalità, tanto che costante vi è la poesia? Basti pensare all’esordio Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza... (I) o al brano della famosa tempesta Ma a quel giuoco da disperati si arrischiava la vita per qualche rotolo di pesce... (X) o alla chiusa del romanzo E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio...: commossa poesia, ricca di sentita partecipazione, che annulla la pretesa di freddezza, estraneità ed imparzialità da parte dell’autore, proclamata dal naturalismo.

Anche d’Edmondo De Amicis (1846-1908) s’imparavano brani di prosa a memoria, tratti specialmente dai racconti mensili di “Cuore”. Ma quello che più facilmente si recitava era la poesia “A mia madre”, che, con la sua massima iniziale, ci metteva in condizioni d’osservare nostra madre ed ammirarla: Non sempre il tempo la beltà cancella / o la sfioran le lacrime e gli affanni: / mia madre ha sessant’anni, / e più la guardo e più mi sembra bella... Naturalmente a quei tempi 60 anni erano un’età in declino; ma oggi le donne generalmente sono belle anche dopo tale età; inoltre è da aggiungere che allora anche la vecchiaia aveva la sua bellezza, dignitosamente espressa dal viso assolutamente privo di belletti e dai capelli ostentatamente bianchi (e venerandi) che non conoscevano il parrucchiere.

Giovanni Pascoli (1855-1912) era considerato il poeta dei fanciulli per eccellenza: e ciò, non soltanto per la sua teoria del fanciullino, ma anche per la pratica d’essa che il poeta attuò nella vita e nell’arte. Basti pensare all’incredibile numero e varietà d’uccelli presenti nella produzione pascoliana. Ecco, dunque, ch’egli si fece fanciullo per i fanciulli, ma anche per gli adulti; e i fanciulli, anche se cresciuti, hanno ricambiato il suo amore con altrettanto amore, imparando a memoria e recitando giulivamente quelle poesie che hanno tanto contribuito all’educazione e all’unità dell’Italia. Personalmente ho tanto amato questo poeta, al tal punto che, dopo averne visitato varie volte la casa natale e la tomba, in una visione onirica ho ricevuto da lui, in amichevole colloquio, confidenze e apprezzamenti. Sicché non posso non ripensare con commozione a tanti versi pascoliani, anche per il senso decadentistico del mistero e i risvolti umani delle sventure ivi riferite: ...Romagna solatia, dolce paese, / cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta. (“Romagna”); San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla (“X agosto”); Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande / morta, né più coi turbini tenzona... (“La quercia caduta”); C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole... (“L’aquilone”); Udii tra il sonno le ciaramelle, / ho udito un suono di ninne nanne. / Ci sono in cielo tutte le stelle, / ci sono i lumi nelle capanne... (“Le ciaramelle”); C’è una voce nella mia vita, / che avverto nel punto che muore... (“La voce”); Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini! / Solo, ai piedini provati dal rovo / porti la pelle dei tuoi piedini... (“Valentino”); Al mio cantuccio, donde non sento / se non le reste brusir del grano... (“L’ora di Barga”); Il giorno fu pieno di lampi; / ma ora verranno le stelle... (“La mia sera”); “O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna... (“La cavalla storna”). Emozione, stupore, dolcezza: ecco che cosa c’invadeva e torna ad invaderci con queste poesie. Era la cullante musicalità, che a volte le trasformava in nenie, era la facilità d’apprendimento, era il senso di rilassamento e di quiete ch’esse sapevano infonderci: fatto sta che il Pascoli era uno dei nostri preferiti, a tal punto che alcuni imparavano a memoria anche qualche brano di sua composizione in latino, come “Thallusa”: Implicitos dextra pueros laevaque trahebat... E tuttora non si può non pensare con rimpianto alla nostra infanzia e a quella scuola che tanto ha saputo darci, fissando per sempre nella nostra mente parole, pensieri e immagini così pregnanti.

Ben poco si salvava della logorrea e grafomania di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), il quale scriveva anche sui fazzoletti, sulle bombe sganciate dall’aereo e nelle bottiglie lanciate in mezzo al mare. Al di là dei suoi romanzeschi superuomini si preferiva l’aspetto intimistico di certa sua poesia, affascinante per panismo, mito, stupore, languore decadentistico, cesellatura dei versi e andamento melodico: O falce di luna calante / che brilli su l’acque deserte... (“O falce di luna calante”); ...Laudata sii pel tuo viso di perla, / o sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace / l’acqua del cielo... (“La sera fiesolana”); Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane... (“La pioggia nel pineto”); Settembre, andiamo. È tempo di migrare (“I pastori”); Non pianger più. Torna il diletto figlio / a la tua casa. È stanco di mentire... (“Consolazione”); Siamo trenta d’una sorte, / e trentuno con la morte. / Eia, l’ultima! / Alalà... (“La canzone del Quarnaro”); Eravamo sette sorelle. / Ci specchiammo alle fontane: / eravamo tutte belle. / — Fiore di giunco non fa pane, / mora di macchia / non fa vino, / filo d’erba non fa panno lino — / la madre disse alle sorelle... (“La gioconda”). E per tutto ciò, nonché per il fiabesco evocato, questo poeta, dopo un’emarginazione dovuta a motivi politici, è tornato prepotentemente alla ribalta, raccogliendo nuovi consensi e simpatie, più meritati forse di quelli del Carducci e del Pascoli stesso, anche perché poeti nuovi, sperimentalisti e non-sensisti, sono derivati da lui.

Le poesie d’Angiolo Silvio Novaro (1866-1938) stavano fra l’aforisma e la filastrocca. D’esse si ricorda volentieri l’aspetto gnomico e tamburellante: basti recitare le sue poesie legate alle stagioni, al clima e al paesaggio, come Che dice la pioggerellina / di marzo, che picchia argentina / sui tegoli vecchi... (“Che dice la pioggerellina di marzo?”) o Gennaio mette ai monti la parrucca. / Febbraio grandi e piccoli imbacucca. / Marzo libera il sol di prigionia... (“I mesi dell’anno”). Sulla stessa linea, ma con tanto più sentimento, si collocava “La gioia perfetta” di Diego Valeri (1887-1976), col suo famoso inizio Com’è triste il giorno di maggio / dentro al vicolo povero e solo! / Di tanto sole neppure un raggio; / con tante rondini neanche un volo... Una sola poesia è bastata ad immortalare questo poeta, peraltro autore di varie opere apprezzate, perché d’essa ci affascinavano e tuttora ci affascinano non soltanto la musicalità, ma anche lo scenario e soprattutto quel sincero insegnamento finale: Basta un bimbo, un fiore, una culla / per formare una gioia perfetta. Invece le poesie di Guido Gozzano (1883-1916) ci riportavano alla pensosità del crepuscolarismo, con tende sbiadite, odor di stantio, pianoforti stanchi e depositi di piccole cose senza valore: si pensi alla Bellezza riposata dei solai / dove il rifiuto secolare dorme! (“La signorina Felicita ovvero La Felicità”).

Per avvicinarci ai nostri giorni, nell’archivio storico della nostra memoria troviamo anche i rappresentanti dell’ermetismo. “La capra” d’Umberto Saba (Umberto Poli 1883-1957), dove scrive Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata..., ci faceva riflettere sulla triste sorte degli ebrei, stupidamente malvisti in tutto il mondo. Giuseppe Ungaretti (1888-1970) anzitutto ci colpiva con la folgorazione della sua “Mattina” (M’illumino / d’immenso), la sentenziosità di “Sono una creatura” (La morte/ si sconta / vivendo.) e la scheletricità di “Natale”(Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade...); poi richiamava la nostra attenzione sull’assurdità della guerra con “Fratelli” (Di che reggimento siete / fratelli?...) e “San Martino del Carso” ( Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro...); infine c’incantava con la dolorosa umanità di “Giorno per giorno” (“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto.”): e il tutto ci dava l’impressione d’un grande uomo e grande poeta, il più grande poeta ermetico, a cui per assurdi motivi ideologici e quindi ingiustamente non fu assegnato quel premio “Nobel”, poi appannaggio dei due seguenti. Eugenio Montale (1896-1981), se ci affascinava con i primi componimenti, quali “Limoni” e quelli che cominciano con i versi Meriggiare pallido e assorto..., Spesso il male di vivere ho incontrato... e Forse un mattino andando in un’aria di vetro..., per i quali ad ogni modo lo consideravamo un grande poeta, dall’altra ci stancava con Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale... e prosastiche tiritere, tipiche della sua maturità. Anche di Salvatore Quasimodo (1901-1968) ci colpiva anzitutto la mesta sentenziosità: Ognuno sta solo sul cuor della sera / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera. (“Ed è subito sera”); poi ci rimanevano impressi i maestosi ruderi e i paesaggi mitizzati della Sicilia greca in “Vento a Tindari”, “L’Eucaplyptus”, “Strada di Agrigentum”; e volentieri consideravamo l’impegno partigiano di “Alle fronde dei salici” (E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore...), quasi sempre a memoria; ma le nostre simpatie andavano particolarmente alla “Lettera alla madre”, in cui sono sintetizzate la vita, le aspirazioni e le delusioni del poeta siciliano trapiantato al nord, ben evidenziate in opportune recite a memoria: “Mater dulcissima, ora scendono le nebbie, / il Naviglio urta confusamente sulle dighe, / gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve; / non sono triste nel Nord...

E a conclusione di questo viaggio nella memoria, necessariamente lacunoso, vanno almeno citati i poeti Neera (Anna Radius Zuccari, 1846-1918), Ada Negri (1870-1945), Giuseppe Fanciulli, poeta dei fanciulli anche nel cognome (1881-1951), Giovanni Titta Rosa (Giovanni Battista Rosa 1891-1972) e Renzo Pezzani (1898-1951), i cui nominativi avevano larga presenza e risonanza nelle antologie delle scuole obbligatorie; e inoltre Cesare Pavese (1908-1950) e Vittorio Sereni (1913-1983), dei quali, anche se non in tutte le scuole, venivano pure assegnati a memoria dei versi significativi.

Questa era, dunque, la scuola unitaria che noi anziani abbiamo trovato per noi, abbiamo trasmesso agli altri e ricordiamo con nostalgia, anche se alcuni di questi autori non ci erano simpatici o addirittura ci erano antipatici; e questa vorremmo che rimanesse alle future generazioni, pressappoco con gli stessi autori e gli stessi brani a memoria. Invece essa in gran parte non esiste già oggi e forse non esisterà affatto in futuro; e, quando la sua programmazione e la sua gestione passeranno ai singoli enti locali, ognuno di tali enti potrà dire che non gl’interessa nulla di questo o quell’autore, e perciò potrà escludere dai programmi alcuni capisaldi della cultura come Dante, Manzoni o Verga, nonostante che tutti siano patrimonio della coscienza e della civiltà dell’Italia intera. E ciò si dovrebbe assolutamente evitare.


Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza