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Storia d'Italia:
nome, nazione, bandiera, stato

Zoppelli, Treviso 2003, pp. 16.

Introduzione

Con il ripristino della festa del 2 Giugno (e — si spera — presto anche quella del 4 Novembre), della relativa parata militare, della valorizzazione dell’inno nazionale, del tricolore, della storia risorgimentale ed in generale del patriottismo, si può dire concluso l’infausto periodo di ostracismo che per lungo tempo era stato dato a tali cose, fino a tacciare d’essere “fascista” chi lodava la patria e il tricolore: tanto che con l’abolizione delle feste nazionali ebbe un crollo il sentimento della comune unità nazionale ed esplosero i campanilismi più o meno separatistici.

Bisogna riconoscere che un grande merito al riguardo è del presidente Carlo Azeglio Ciampi, che con grande senso di lungimiranza ha celebrato e celebra le feste nazionali e tutte le altre ricorrenze, compreso il 140° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, e che così facendo ci ha restituito l’orgoglio d’essere italiani.

A ciò si aggiunga l’encomiabile fatto che l’assemblea dei Comuni d’Italia ha deliberato che tutte le sedute dei consigli comunali abbiano inizio col canto dell’inno “Fratelli d’Italia”; che alcune amministrazioni comunali, come ad esempio quelle di Valdobbiadene e Conegliano (TV), hanno deliberato di donare una copia della Costituzione e una bandiera tricolore ad ogni neonato; e che il consiglio regionale delle Marche ha deliberato all’unanimità di chiedere al ministro dell’istruzione che nei programmi scolastici sia previsto l’insegnamento del significato del tricolore, dell’inno nazionale e del patriottismo.

Perciò ora con serenità possiamo parlare del nome “Italia”, della nascita e dello sviluppo dell’idea di nazione italiana e della relativa autocoscienza o identità nazionale, della bandiera italiana, della costituzione dello Stato italiano.

1. Il nome “Italia”

Antichissimamente la parte meridionale della nostra Penisola era detta dai greci Esperia (= terra del tramonto), come per analogia l’attuale Turchia Anatolia (= terra del levante). L’Esperia era detta anche Ausonia (= terra di Ausòne o Ausonio, figlio di Ulisse e Calipso, e degli Aurunci che i greci poi chiamarono Ausòni) ed Enotria (= terra del vino). Quando i greci cominciarono la colonizzazione di quella che poi sarebbe diventata la Magna Grecia, chiamarono Italia quella parte dell’Enotria corrispondente all’attuale Calabria meridionale, mentre la Calabria prese nome dall’omonima isola oggi chiamata Poros, sita al largo di Atene e in cui morì il grande oratore ateniese Demostene (384-322 a. C.). In Grecia, poi, c’è un’altra località chiamata Calabritta.

Per curiosità va ricordato inoltre che in origine era detta Calabria l’attuale penisola salentina, come risulta anche nella frase “Calabri rapuere” dell’epitaffio di Virgilio, morto a Brindisi nel 19 a. C., e che dopo l’invasione dei Longobardi il nome Calabria passò e rimane ancora alla regione allora detta Bruttium (da cui prende nome il giornale calabrese “Il Bruzio”).

Sull’etimologia del nome Italia a lungo s’è discusso: questo potrebbe derivare o da un leggendario re enotrico dal nome Italo (vedi quanto affermò Antioco di Siracusa nel V sec. a. C., poi confermato da Aristotele nel secolo successivo) o dal vitello di Ercole sfuggito al gregge rapito a Gerione (vedi quanto raccontato da Ellànico di Mitilene nel V sec. a. C.) e quindi dall’abbondanza di vitelli nella zona, per cui originariamente il nome sarebbe stato Vitalia. Recentemente esso è stato fatto risalire agli accadi, che nella loro lingua avrebbero voluto indicare l’Italia come “il paese delle ombre”: il che riporta al significato d’Esperia.

Il nome s’estese a poco a poco alle regioni confinanti, sicché alla fine del IV sec. a. C. i greci chiamarono Italici o Italioti tutti gli abitanti della Magna Grecia. I romani poi estesero quel nome a tutte le regioni man mano conquistate fino al Po, sicché al tempo d’Augusto si chiamava Italia la nostra terra dalle Alpi al mare, nome che perciò proviene dalla Calabria.

2. Patria e nazione italiana

In una pagina del Mazzini indirizzata “Ai giovani d’Italia” e contenuta negli Scritti editi ed inediti del 1859 si trova questo significativo brano, che è insieme definizione, messaggio e appello:

“La Patria è una Missione, un Dovere comune. La Patria è la vostra vita colletti va, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e di affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, operarono e passarono sul vostro suolo... La Patria è prima di ogni altra cosa la coscienza della Patria. Però che il terreno sul quale muovono i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la favella che vi risuona pur entro non sono che la forma visibile della Patria: ma se l’anima della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere senza moto e alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione; gente, non popolo. La parola Patria scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera è vuota di senso com’era la parola libertà che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni. Quando ciascuno di voi avrà quella fede e sarà pronto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima.”

Secondo il Carducci, la patria è “la suprema religione del cuore, dell’intelletto, della volontà”; e per il Croce è quella cosa “che si bestemmia e si ama, per cui si soffre e s’inorgoglisce, e che sta realmente alla cima dell’anima, cosa sacra”. La prima patria, quella del cuore, è la comunità in cui si nasce e si ricevono i primi alimenti materiali e spirituali. Ma accanto e al di sopra di essa esiste una comunità più vasta, cui si è legati dagli stessi o da altri vincoli. E questa seconda patria, più grande e più viva, per noi è l’Italia. Solo nell’ottica della più grande patria il cittadino del mondo supera le piccinerie dei vari campanilismi.

Il vocabolo patria è strettamente connesso al vocabolo nazione. Se l’una è la terra dei padri, l’altra è quella in cui si è nati. Questo, dal punto di vista etimologico. Ma col tempo il significato si è allargato fino a comprendere la coscienza di una comune appartenenza dovuta a vincoli affettivi, linguistici, culturali, giuridici.

Nel sec. V d. C., dopo che Roma aveva conquistato quasi tutto il mondo allora conosciuto, diffondendo dappertutto la sua lingua e la sua legislazione, il poeta gallico Rutilio Namaziano nell’inno a Roma, con cui iniziava il poemetto De reditu suo (I, 63 e 66), esaltava Roma per aver fatto di genti diverse una sola patria e di tutto il mondo una città:

Fecisti patriam diversis gentibus unam...
urbem fecisti quod prius orbis erat.

Forse la migliore definizione della nazione italiana è quella data dal Manzoni nell’ode “Marzo 1821”:

una d’arme, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue e di cor.

Il Manzoni attribuisce all’Italia un’unità militare, linguistica, religiosa, storica, razziale e sentimentale che la rende nazione. E al riguardo osserva Luigi Russo: “In questi due versi si ha una mirabile definizione del concetto moderno di nazione”. Lo stesso Manzoni ai versi 7-8 della medesima ode aveva scritto:

non fia loco ove sorgan barriere
tra l’Italia e l’Italia, mai più;

e al verso 38 del “Proclama di Rimini”:

Liberi non sarem se non siam uni.

Dante per essere nato a Firenze era indubbiamente di nazione fiorentina, e nel canto X dell’Inferno (v. 26) fece definire da Farinata “nobil patria” Firenze; ma ribadì sempre di appartenere ad una comunità più vasta chiamata Italia, di cui toccò con mano la consistenza durante l’esilio, quando, girovagando per la Penisola, venne a contatto con genti legate — pur nelle varietà locali — da fondamentale comunanza di tradizioni storiche, idiomatiche, religiose e di costume e aventi coscienza di tali legami. Egli indicò chiaramente i confini dell’Italia. Nel De vulgari eloquentia scrisse: “Quelli che nell’affermare dicono , tengono la parte orientale dai confini dei Genovesi fino a quel promontorio d’Italia [Istria], dove comincia il seno del mare Adriatico, e alla Sicilia” (I, 8); e nella Divina Commedia: scrisse: “Carnaro, / ch’Italia chiude e suoi termini bagna” (Inf. IX, 113-114) e “l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli”, cioè Tirolo (Inf. XX, 63). Egli inoltre ne intuì l’unità nazionale, ne deprecò le lotte intestine, auspicò per lei un futuro da giardino dell’Impero; e, perfezionando la lingua adottata dalla scuola poetica siciliana, portò la lingua e la letteratura italiana ad un altissimo prestigio che dura nei secoli. Come nota Francesco Novati nella sua Lectura Dantis del VI canto del Purgatorio, l’invettiva “Ahi, serva Italia...” è “un grido prorompente dai precordi stessi della nazione a testificare della sua virtù mortificata, sopita, non ispenta. S’è affermato da taluno che il concetto dell’unità italiana fosse perito nel naufragio che sommerse ogni nostra istituzione sotto l’alluvione barbarica; che il nome stesso d’Italia avesse cessato di designare la penisola tutta quanta... Sempre, sempre, pur ne’ momenti più tristi il popolo nostro continuò a vagheggiare quasi inconsapevolmente l’antico gratissimo sogno, Italia unita, regina e dominatrice del mondo... Ma codesto sogno dell’unità, codest’aspirazione alla grandezza passata, queste speranze sempre deluse e sempre rinascenti nella gente latina... solo con Dante, solo per Dante, assorgono a trionfale manifestazione d’arte.”

Anche il Petrarca nel sonetto “O d’ardente vertute” tracciò i confini dell’Italia: “il bel Paese / ch’Appennin parte e ’l mar circonda e l’Alpe”. Ma dovremmo fare una storia della letteratura italiana se volessimo citare tutte le opere o i brani in cui si esalta l’Italia come entità nazionale chiaramente definita. Lo stesso Manzoni nel coro del Conte di Carmagnola (vv. 21-25) scrisse:

Questa terra fu a tutti nudrice,
questa terra di sangue ora intrisa,
che natura dall’altre ha divisa,
e ricinta con l’alpe e col mar.

L’Italia non è un’espressione geografica come sosteneva il Metternich in una lettera del 19.XI.1849, ma è una vera e propria nazione, dalle Alpi alla Sicilia, fatte salve le minoranze appartenenti ad altre nazioni: i tedeschi del Sud-Tirolo (impropriamente detto Alto Adige), gli slavi della Venezia Giulia, i francesi della Valle d’Aosta, gli albanesi di certe isole territoriali. I ladini non sono altro che “latini”, rientranti nella nazione italiana.

Con ciò non si può far risalire il concetto della nazione italiana solamente ad un’entità territoriale. Nel 90 a. C. scoppiò una guerra, detta sociale, tra Roma e gl’Italici, allora socii (= alleati) dei romani. Gl’Italici si erano ribellati a Roma e, per i bisogni espressi senza fortuna meno di mezzo secolo prima dai fratelli Gracchi, chiedevano la cittadinanza romana, si erano uniti in confederazione, avevano eletto consoli propri e stabilito la loro capitale a Corfinio, città ribattezzata significativamente Italica. La guerra si concluse due anni dopo con lo sgretolamento della confederazione, ma con la concessione della cittadinanza romana a tutti gl’Italici. Ebbene, in questo desiderio degl’Italici di confederarsi per un miglior destino comune, tanto che coniarono la prima moneta con la scritta "Italia", e in questa cittadinanza romana estesa a tutta l’Italia c’è il germe della nazione italiana.

Ma per avere un’idea più chiara del concetto di nazione italiana bisogna arrivare al sec. XII della nostra era, quando visse e operò l’abate calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202 circa), esaltato da Dante nel Paradiso (vv. 139-141 del canto XII) come beato “di spirito profetico dotato”.

Con l’imperatore Caracalla (dal 212), ogni abitante dell’Impero in qualsiasi parte si trovasse poteva dire d’essere cittadino romano; ma col crollo dell’Impero ogni popolo si trovò di fronte all’altro, cominciando ad acquistare coscienza di sé e a configurarsi come nazione. Nei secoli XI e XII fiorirono i Comuni, che a Legnano nel 1176 ricevettero il battesimo della libertà: attorno al Carroccio i rappresentanti della Lega Lombarda si proclamarono Italiani e dichiararono di combattere per l’onore e la libertà d’Italia. Nacque così l’avversione storica per i germanici, ma anche il senso di una patria, unito alla viva religiosità. E in questo contesto l’idea della nazione italiana compresa nei suoi limiti geografici è maturata nella mente di Gioacchino da Fiore, che ne rilevò il primato fra le nazioni per la presenza della Chiesa Cattolica.

In un passo della sua opera Concordia Veteris et Novi Testamenti (VI, 16), poi, Gioacchino deplorò che l’Italia fosse divisa da lotte interne e discordie profonde, nonché devastata e insanguinata da gruppi di stranieri in cerca di terre e di potere. La sua “miseram Italiam” poi diventò grido in altri grandi italiani come Dante, Petrarca, Leopardi. La renovatio auspicata da Gioacchino per l’umanità e in particolare per l’Italia prelude ad un’altra rinascita bramata da tanti personaggi successivi a lui: il Risorgimento nazionale.

Molti furono gli ammiratori e i seguaci di Gioacchino da Fiore, anche fra i moderni. Ricordiamo il papa Celestino V e Tommaso Campanella; ricordiamo soprattutto Giuseppe Mazzini che ritenne Gioacchino suo maestro e precursore, impostando su di lui il suo pensiero storico; e, ispirandosi all’abate calabrese, sul quale scrisse un trattato rimasto inedito, perfezionò la sua idea di nazione, concepita non come territorio ma come grande forza, unità spirituale e storica, autocoscienza d’un comune destino: tanto che dopo la “Giovine Italia” fondò la “Giovine Europa”, anche questa sentita come patria e nazione.

Sulle orme di Gioacchino, il Mazzini antepose la Rivelazione alla Ragione e fece della storia la progressiva rivelazione di Dio, che vi si manifesta attraverso le persone della Trinità, sentendo di vivere nell’Età dello Spirito; perciò la religione dello Spirito è per il Mazzini la religione della libertà, e lo Spirito si rivelerà nella terza Roma. E per sottolineare la sua italianità, il Mazzini assunse lo pseudonimo di “Un Italiano”, con la quale semplice ma altamente significativa espressione amava definirsi e firmarsi. Scrisse di lui il Carducci (“Giuseppe Mazzini”, in Giambi ed epodi):

egli vide nel ciel crepuscolare
co ’l cuor di Gracco ed il pensier di Dante
    la terza Italia.

“Il motivo dell’insorgere del mito di Mazzini è da vedere nel profondo e timoroso rispetto con il quale il popolo usa circondare la figura degli uomini provati in vita da persistente sfortuna e mai piegati [...] È comprensibile che all’opinione del popolo (la cui voce si vuole assimilare a quella di Dio) il mito sia sufficiente a santificare l’azione per la libertà e la Patria Italia.” (Francesco Grisi)

Oltre a quelli finora nominati, intuirono e difesero l’unità nazionale personaggi come Cola di Rienzo, Machiavelli, l’istriano Gian Rinaldo de’ Carli, Alfieri, Monti (chi non ricorda del Monti i versi “Bella Italia, amate sponde / pur vi torno a riveder ! / Trema in petto e si confonde / l’alma oppressa dal piacer”?), Foscolo (Jacopo Ortis, guardando le Alpi da Ventimiglia, esclama: “I tuoi confini, o Italia, son questi!”), Nievo (che partecipò alla spedizione dei Mille e morì l’anno dopo mentre ritornava dalla Sicilia), Mameli (e chi non ricorda del genovese Mameli, oltre che l’inno nazionale italiano, le altre poesie così piene di sentimento unitario e l’eroismo fino alla morte?), il veneto Francesco Dall’Ongaro (scrittore, dantista e drammaturgo, che fra l’altro fu mazziniano e collaboratore del Cattaneo), la friulana Caterina Percoto.

Nel 1848 Daniele Manin, chiedendo l’annessione del Veneto al Piemonte, esortava così i veneziani: “Dimentichiamoci di essere repubblicani o monarchici, ma ricordiamoci di essere solo italiani.”

Inoltre personaggi come Galileo, Goldoni, Marconi, Fermi, Carducci, Pascoli, Verga, Pirandello, Ungaretti, Quasimodo, Saba, Montale, Bellini, Donizetti, Rossini, Verdi, Puccini, Mascagni e Toscanini — solo per citarne alcuni che hanno illustrato la patria italiana in tutto il mondo — ci fanno vantare di essere italiani.

La toponomastica cittadina in realtà è o dovrebbe essere il pantheon dei cittadini benemeriti e il riepilogo dei fatti salienti della comunità. Sarebbe auspicabile al riguardo che i nomi dei personaggi vi fossero scritti per intero, e non abbreviati, e che magari fossero integrati da specificazioni e date. Così, quando andiamo in qualsiasi località dell’Italia e troviamo vie e piazze intitolate a questi personaggi, diciamo “Anche qui siamo in Italia”. Sentiamo di appartenere anche noi alla terra e alla gente di questi personaggi che hanno contribuito a rafforzare l’idea della nazione italiana rendendo l’Italia grande, ammirata e rispettata nel mondo; e giustamente ci teniamo a mostrarci orgogliosi di essere italiani.

Bisogna riconoscere che le guerre succedutesi nei vari territori italiani, se da un lato hanno provocato distruzione e lutti, dall’altro hanno avvicinato gl’italiani fra di loro, specialmente quelle combattute contro nemici riconosciuti come stranieri. Ciò peraltro era successo durante le campagne napoleoniche, e non solo per gl’italiani: si era allora rafforzato il sentimento nazionale dei francesi, ma all’opposto anche quello degl’inglesi e degli altri popoli che combattevano contro la Francia.

Nonostante i disastri, in Italia rinsaldarono il sentimento nazionale le guerre d’indipendenza e quelle mondiali, specialmente la prima di queste ultime, la quale nelle trincee costrinse per anni a vivere-soffrire-morire insieme centinaia di migliaia d’italiani di varie regioni italiane. Non solo il comune nemico, ma anche l’odio per chi organizzava le guerre e la deplorazione del comune destino avvicinarono di più gl’italiani in un senso di solidarietà che durò e si manifestò ancora dopo la fine delle guerre fra i sopravvissuti, con episodi che quando sono venuti alla ribalta della cronaca hanno commosso l’opinione pubblica. E qui non si possono dimenticare i legami di solidarietà che unirono tutti coloro che erano costretti a soffrire e morire nei campi di concentramento e sterminio, dove gli sventurati si auguravano almeno di trovarsi con familiari o con connazionali, e quelli che tuttora uniscono gli emigranti, i quali per secoli con la propria lingua hanno costituito all’estero parti dell’Italia; come parti dell’Italia sono le comunità italiane dell’Istria e della Dalmazia, oggi all’estero.

Tutto ciò ha portato a capire sempre più di appartenere ad una comunità differente dalle altre per lingua, cultura e storia, confermando l’idea manzoniana della nazione italiana basata su un’identità etnico-culturale-linguistica.

È stato ricordato Dante; e per tornare a lui sarà utile sapere anche che fin dal primo canto della Divina Commedia parlando della salvezza di tutto il genere umano, egli, come Gioacchino da Fiore, parte da una prospettiva italiana, dalla situazione concreta, anche politica, che ha vissuto quotidianamente: ecco perché il Veltro che avrebbe rinnovato il mondo “di quell’umile Italia fia salute”.

Fra i vari elementi costitutivi del concetto di nazione, la lingua è sicuramente il primo e il più determinante: nel trattare con una persona ciò che più d’ogni altra cosa ci avvicina e accomuna a lei, rendendola uguale a noi e quindi appartenente alla nostra stessa gente — e diciamo pure alla nostra stessa nazione — è la lingua. Nel già citato episodio del canto X dell’Inferno Farinata individua nella “loquela” di Dante l’appartenenza alla comune “nobil patria”; Dante stesso definì l’Italia “bel Paese là dove ’l sì suona” (Inf. XXXIII, 80); e giustamente il Mazzini nel citato brano disse che la lingua è una delle forme visibili della patria.

3. La bandiera italiana

Simbolo e sintesi della nazione italiana è la sua bandiera tricolore, adottata il 7 gennaio 1797 dall’Assemblea federale di Reggio nell’Emilia, che ora è detta “città del tricolore”. In realtà una coccarda tricolore si era già diffusa fra gli studenti bolognesi insorti nel moto del 1794, ideata dal patriota monferrino Giovanni Battista de Rolandis, poi condannato a morte da un tribunale pontificio e impiccato. Dei tre colori, per alcuni il bianco sarebbe quello di Bologna, il rosso quello d’Asti e il verde quello della speranza; per altri il bianco e il rosso volevano ricordare l’antico stemma di Milano (croce rossa su campo bianco) e il verde il colore della guardia civica di Milano del 1782; ma per altri ancora i tre colori sarebbero semplicemente quelli adottati nel 1790 dalla rivoluzione francese, con la sostituzione del blu col verde a significare il verde delle valli alpine e della pianura padana o — secondo il simbolismo massonico ereditato dai giacobini — il verde della natura, cioè l’affermazione dei diritti naturali d’uguaglianza e libertà.

Il tricolore nel 1796 era apparso come insegna di guerra delle legioni “lombarda” e “italiana” per volontà del Bonaparte e poi aveva sventolato qua e là, in particolare a Bologna e Parma; ma fu nel Congresso di Reggio che diventò bandiera ufficiale. In questa città emiliana dal 27 dicembre 1796 al 9 gennaio 1797 convennero i rappresentanti elettivi delle città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio (che con l’aiuto del Bonaparte si erano appena liberate dei rispettivi regimi) allo scopo di fondare, al posto della Repubblica Cispadana, una repubblica “una e indivisibile”. E proprio in quella sede, su proposta di Giuseppe Compagnoni, la bandiera tricolore, a bande orizzontali, fu acclamata e adottata come bandiera nazionale, espressione non d’una dinastia, ma del popolo, cioè dei suoi sentimenti di liberazione dai regimi oppressivi, dell’identità nazionale e della nuova realtà statuale. Pertanto a Reggio si decideva “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi Tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Quella repubblica così configurata da lì a poco fu la Repubblica Cisalpina; la quale, crollata nel 1799 per il ritorno degli austriaci in Italia, rinacque nel 1802 come Repubblica Italiana (con Napoleone a presidente e Francesco Melzi d’Eril a vicepresidente) e nel 1804 fu trasformata in Regno d’Italia (con Napoleone a re ed Eugenio di Beauharnais a viceré), che durò fino al 1815: praticamente l’antesignana dell’attuale Stato italiano.

In merito all’adozione del tricolore lo storico Cesare Spellanzon ebbe a dire: “La proposta approvata dal Congresso di Reggio dette all’Italia un’insegna di libertà, un vessillo smagliante significativo, intorno al quale tutta la nazione doveva, alfine, stringersi e riconoscersi.”

Occorre dire che l’adozione d’una bandiera tanto simile a quella della Francia non era senza ragione: si voleva coinvolgere Napoleone nel progetto d’unificazione dell’Italia, soprattutto per evitare che la rinascita italiana avvenisse sotto il segno del federalismo anziché sotto quello auspicato dello Stato unitario. Invece poi Napoleone vietò ai nuovi Stati (Venezia, Genova, Roma e Napoli) di unirsi alla Cisalpina per paura che si costituisse uno Stato troppo grande per il suo punto di vista e vietò loro anche l’uso del tricolore.

Nel 1802 anche la Cisalpina rischiò di perdere il tricolore per il fatto che il vicepresidente Melzi d’Eril, tutto sommato conservatore, odiava il verde giacobino; e se questo poi fu conservato si deve alle pressioni dei democratici sul governo di Parigi. Tuttavia la forma passò da rettangolare a quadrata, con i tre colori racchiusi l’uno nell’altro, in altrettanti quadrati: e ciò anche per accontentare lo stesso Melzi d’Eril che col cambiamento del tricolore voleva dimostrare di avere allontanato i pericoli di una rivoluzione estremista. Ed è questo tricolore di forma quadrata della prima Repubblica Italiana che il presidente Ciampi ha rimesso in auge quasi due secoli dopo, scegliendolo come vessillo presidenziale.

Nel 1805 poi il tricolore diventò a bande verticali e in questa nuova forma apparve in pubblico nei moti del 1821 e 1831. Divenuto vessillo della mazziniana “Giovine Italia”, esso fu da Garibaldi portato nell’America Meridionale. Ma nel 1848 esso, sebbene d’origine prettamente repubblicana, assunse una connotazione nuova: Carlo Alberto, su sollecitazione di molti patrioti che già lo usavano con tale intento anche sotto forma di sciarpe e coccarde sulle barricate e nonostante che pochi giorni prima nello Statuto avesse riconfermato l’antica coccarda azzurra come sola bandiera nazionale, lo adottò come simbolo del programma d’unificazione nazionale sotto la dinastia dei Savoia e perciò vi fece inserire lo scudo sabaudo al centro, portandolo nei luoghi di battaglia e di rappresentanza. E dal suo quartier generale per la guerra contro l’Austria, sito a Volta Mantovana, il re proclamò: “Per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.” Da allora di fatto il tricolore diventò bandiera del Regno di Sardegna e poi di quello d’Italia. Inoltre egli ordinò che tale tricolore, con lo scudo sormontato dalla corona reale, diventasse l’insegna della marina militare.

Al re sabaudo fece eco il governo provvisorio della Repubblica di San Marco (1848-49), il quale con decreto del 23 marzo 1848 stabilì: “La Bandiera della repubblica veneta è composta dai tre colori verde, bianco e rosso, il verde al bastone, il bianco nel mezzo, il rosso al pendente. In alto in campo bianco fasciato dai tre colori il Leone giallo. Coi tre colori comuni a tutte le bandiere d’Italia professiamo la comunione italiana. Il Leone è simbolo speciale di una delle famiglie italiane.”

Nel 1848-49 il suddetto tricolore, ma con lo stemma dinastico al centro, fu adottato anche dal Granducato Costituzionale di Toscana.

Una specie di tricolore a rettangoli concentrici e stemma borbonico al centro fu adottato pure nel 1848-49 dal Regno Costituzionale delle Due Sicilie; ma il tricolore siciliano si definì meglio nel governo provvisorio della Sicilia, sempre del 1848-49, quando assunse la forma ormai generalizzata a bande verticali e la figura triskelés, cioè lo stemma a tre gambe della Trinacria al centro. E nel 1860 il governo duesiciliano confermava il tricolore del governo provvisorio siciliano del 1848-49, ponendo però lo stemma borbonico al posto dello stemma della Trinacria.

Anche la Repubblica Romana del 1849 adottò il tricolore a bande verticali. E dal 1861, con l’unificazione dell’Italia, il tricolore ritornò come l’aveva voluto Carlo Alberto per la marina militare, cioè con lo scudo sabaudo sormontato dalla corona al centro; e così rimase fino al 1946, quando con l’istituzione della Repubblica Italiana perse lo stemma reale per conservare solo i tre colori, che formano la bandiera italiana d’oggi.

Riguardo al tricolore il Dall’Ongaro così verseggiò:

Il bianco è l’Alpi, il rosso i due vulcani,
il verde è l’erba dei lombardi prati.

Dal 1797 il tricolore ha attraversato e connotato tutte le fasi cruciali della nostra storia nazionale: le tre guerre d’indipendenza, le due guerre mondiali, il fascismo, la resistenza.

Nel 1897, primo centenario del tricolore, fu il Carducci ad inaugurare nell’atrio del politeama “Ariosto” dell’emiliana Reggio una grande lapide commemorativa con la seguente iscrizione fatta da Naborre Campanini:

IL CONGRESSO CISPADANO
DELLE CITTÀ DI BOLOGNA FERRARA MODENA E REGGIO
ADUNATO IL GIORNO VII GENNAIO MDCCXCVII
ORDINÒ
CHE FOSSE UNIVERSALE LO STENDARDO DI TRE COLORI
VERDE BIANCO E ROSSO
DI QUI LA BANDIERA
TOSTO AUGURATA DALLA FEDE DEI PENSATORI
SALUTATA DALLE SPERANZE DEI POETI
BAGNATA DAL SANGUE
DI MARTIRI E DI SOLDATI EROI
INDI DAL POPOLO E DAL RE CONCORDI
DECRETATA SIMBOLO E VESSILLO DELLA NAZIONE
MOSSE PIENA DI FATI
ALLA GLORIA DEL CAMPIDOGLIO
DOVE VINDICE DEL DIRITTO ITALICO
CONSACRA
LA LIBERTÀ E L’UNITÀ DELLA PATRIA

VII GENNAIO MDCCCXCVII

In quell’occasione il Carducci disse fra l’altro: “O giovani, contemplaste mai con la visione dell’anima questa bandiera, quando ella dal Campidoglio riguarda i colli e il piano fatale onde Roma discese e lanciossi alla vittoria e all’incivilimento del mondo? O quando dalle antenne di San Marco spazia sul mare che fu nostro e par che spii nell’oriente i regni della commerciante e guerreggiante Venezia? O quando dal Palazzo dei Priori saluta i clivi a cui Dante saliva poetando, da cui Michelangelo scendeva creando, su cui Galileo sancì la conquista dei cieli? [...] Si direbbe che gli spiriti antichi raccoltiglisi intorno lo empiano ed inanimino dei loro sospiri, rallegrando ne’ suoi colori e ritemprando in nuovi sensi di vita e di speranza l’austerità della morte e la maestà delle memorie.”

Fu proprio attorno alla bandiera tricolore con lo scudo sabaudo esposta sul Quirinale che dalle macerie fumanti della guerra ebbe inizio la grande opera di ricostruzione materiale e morale dell’Italia. E come nel 1861 essa era stata dichiarata bandiera dell’Italia monarchica, così nel 1946 fu adottata come bandiera dell’Italia repubblicana, sia pure senza più lo scudo sabaudo.

Nel 1947, celebrando il 150° anniversario del tricolore alla presenza del presidente De Nicola, Luigi Salvatorelli disse che la bandiera italiana è “la persistente ragion d’essere dell’Italia una in un mondo rinnovellato, il presupposto della nostra sopravvivenza, il segreto del nostro avvenire”; e la Costituzione, entrata in vigore nel 1948, ratificò all’art. 12 l’adozione di due anni prima: infatti il 27 marzo 1947 l’Assemblea Costituente aveva approvato l’art. 12 della Costituzione, fra vivissimi, generali e prolungati applausi di deputati e pubblico in piedi, come dice il verbale della seduta: “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di uguali dimensioni”.

Con la nostra bandiera tricolore e per essa patrioti e martiri hanno immolato la vita, schiere di soldati si sono gettati all’assalto, gli alpini sono diventati un mito, un popolo intero ha organizzato democraticamente la propria vita. È sacro e incancellabile il ricordo dei tanti italiani a cui, col capestro o col plotone d’esecuzione, fu strozzato nella gola il grido di “Viva l’Italia!”, mentre davanti ai loro occhi balenava il tricolore.

Nel volume Il Veneto e Treviso tra Settecento e Ottocento (pubblicato dal Comune di Treviso nel 1983 per conto dell’Istituto per la Storia del Risorgimento a Treviso) vi sono numerose affermazioni e testimonianze che esaltano lo spirito patriottico ed unitario dei veneti. Vi si parla — ad esempio — dei forti sentimenti d’italianità manifestati già ai primi dell’Ottocento, dei fremiti d’entusiasmo che faceva nascere dappertutto il tricolore nazionale, dei sacrifici sofferti per l’Italia da tanti veneti e per il Veneto da tanti italiani di altre regioni, delle travolgenti accoglienze tributate dai veneti a Garibaldi e Vittorio Emanuele II. E de “Il tricolore nel Risorgimento” tratta diffusamente Giorgio Ridolfi, soffermandosi in particolare su episodi riguardanti il Veneto, per dimostrare come quei tre colori mirabilmente vaticinati da Dante nel Purgatorio (XXIX, 121-126) rappresentassero fin dalle misteriose origini l’ideale fortemente sentito dell’unità nazionale nel nome della grande patria chiamata Italia e come fossero capaci di suscitare sempre entusiasmo, commozione, lacrime, sacrificio della vita per più alti destini.

Come si vede, Dante e Italia sono nomi che s’intrecciano e finiscono con l’identificarsi. Presentando le virtù teologali, Dante dice così nel brano sopraindicato:

Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando: l’una tanto rossa
ch’a pena fòra dentro al foco nota;
l’altr’era come se le carni e l’ossa
fossero state di smeraldo fatte;
e la terza parea neve testé mossa.

Ma già Gioacchino da Fiore in una sua tavola rappresentante il salterio dalle dieci corde aveva disegnato la cassa di risonanza, cioè la sede figurale della Chiesa Cattolica, con tre cerchi concentrici di tre colori, quasi a forma di una rosa tricolore: verde, bianco e rosso, proprio i colori della bandiera italiana.

Il coneglianese Giuseppe Bianchi, nativo del Polesine, nel libro Maddalena di Montalban e i suoi tempi non solo delineò la vita patriottica di questa sfortunata contessa dalla forte personalità, ma descrisse anche il grande entusiasmo delle donne venete nel preparare bandiere e coccarde tricolori, nell’aiutare i patrioti, nello scrivere a personaggi come Garibaldi per invocare l’annessione del Veneto all’Italia.

Anche Ardengo Soffici riferisce dell’entusiasmo dei veneti per la bandiera italiana: nel libro La ritirata del Friuli descrive con note toccanti l’amore e la venerazione che l’umile custode del castello di Conegliano ha per quel simbolo. All’avvicinarsi delle truppe nemiche il custode nasconde accuratamente la bandiera del castello in attesa del momento in cui essa tornerà a garrire in giorni migliori, maestosa su quella maestosa torre.

Altro episodio d’amore per la bandiera italiana è quello raccontatoci con trepidazione nel suo Diario dell’invasione (Tipse, Vittorio Veneto, ottobre 1992) dalla contessa veneziana Maria Spada, la cui villa di Refròntolo nel 1917 è stata requisita dagli austro-ungarici e trasformata in sede del quartiere militare tedesco: allo sloggiare degli occupanti, dopo un anno vissuto con gli occupanti stessi, mentre passano in paese i primi bersaglieri italiani, la contessa, che in tutto quel periodo è stata sempre col terrore, espone al balcone principale della villa un grande tricolore da lei gelosamente nascosto in attesa di questa liberazione; tricolore tuttora esposto nel museo della villa stessa.

Ma per non andare tanto indietro nel tempo, basta citare “Il gazzettino” del 5.IV.1996, il quale a pag. 4 intitola a grandi lettere: Maurilio Da Zolt, detto “Grillo”, il più grande nella storia dello sci di fondo italiano / Sbaglia chi vuole dividere questa Italia / “Sulle nevi di tutto il mondo mi sono sempre commosso vedendo sventolare il tricolore”; e nel sottostante servizio di Lucio Eicher Clerc il campione afferma testualmente: “Sulle piste di sci e negli stadi di tutto il mondo mi sono sempre commosso allo sventolio delle bandiere italiane ed al suono dell’inno nazionale. Credo nell’Italia unita.”

Concludendo gli esempi d’attaccamento al tricolore, va ricordato quanto riportato con grande evidenza nella prima pagina dello stesso giornale “Il gazzettino” del 10.III.1997: un anziano pensionato, custode del centro civico di Cannaregio, a Venezia, il giorno º prima è stato colpito da un grave ictus cerebrale nel tentativo di opporsi ad un gruppo d’antitaliani che con arroganza avevano gettato a terra il tricolore per issare il loro vessillo. C’è infine l’esperienza personale del sottoscritto, il quale all’età di 12 anni fu malmenato da alcuni compagni separatisti che volevano strappargli il fiocco tricolore per sostituirlo con quello rosso-giallo del movimento per l’indipendenza della Sicilia.

Perciò ha ragione il presidente Ciampi, il quale, celebrando il 140° anniversario dell’unità nazionale a San Martino della Battaglia, il 4 Novembre 2001 ha detto: “Adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento. Il tricolore non è una semplice insegna di Stato: è un vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di eguaglianza, di giustizia. Nei valori della propria storia e della propria civiltà”.

4. L’organizzazione statuale italiana

Come dice Dante nel Paradiso (VI, 94-95), “quando il dente longobardo morse / la santa Chiesa”, cioè quando nel sec. VIII d. C. i Longobardi, che dominavano su quasi tutta l’Italia, minacciarono il patrimonio territoriale della Chiesa, certo avrebbero occupato anche questo e avrebbero unificato tutta la Penisola se non avessero trovato un Papato che decisamente si oppose all’occupazione e di fatto, con la presenza d’un vasto cuneo territoriale nel cuore dell’Italia, impedì per oltre mille anni l’unificazione politica della nostra patria. Eppure l’autocoscienza nazionale — come abbiamo visto — è stata presente in tale millennio, anche quando i territori e gli Stati venivano considerati proprietà privata dei signori regnanti, e si diffuse particolarmente fra ’700 e ’800.

Ricordare qui il contributo di pensiero, di dolore e di sangue alla causa dell’unità politica è superfluo: esso è stato immenso, più che generoso, ed è noto a tutti, anche se in questi ultimi anni con incredibile leggerezza rinnegato. Come ignorare nel Veneto i nomi dei martiri Pierfortunato Calvi e Jacopo Tasso? Un altro esempio qui si può fare: quello di Silvio Pellico, che col suo libro Le mie prigioni nocque all’Austria — come ebbe a dire lo stesso Metternich — più d’una battaglia perduta. E tuttora, leggendo questo libro, si viene percorsi da un brivido di commozione, fino alle lacrime, nel constatare a quali crudeltà furono sottoposti i patrioti, che dovettero soffrire e morire per la libertà, l’unità e l’indipendenza dell’Italia.

Ma si badi bene: non si macchiò di queste crudeltà soltanto l’Austria (che pure dominava con efficienza amministrativa e onestà del personale davvero invidiabili): in vari Stati e staterelli italiani c’erano forme di crudeltà più o meno gravi, compreso lo Stato della Chiesa. In quest’ultimo fra l’altro si tentò con ogni mezzo d’impedire il completamento dell’unità d’Italia; e ci vollero i bersaglieri e i fanti di Porta Pia per vincere quest’opposizione. È vero che quasi un secolo dopo il papa Giovanni XXIII, recatosi in visita al Quirinale (già residenza dei papi e ora sede della presidenza della Repubblica), ebbe ad affermare che la perdita del potere temporale era opera della Provvidenza; ma è anche vero che prima di lui il suo predecessore Pio IX — peraltro annunciatosi agli esordi come sovrano liberale — aveva contrastato la Provvidenza con le scomuniche, le torture e la ghigliottina. E sembra strano che questi due papi ora siano stati proclamati entrambi beati, accomunati in unica cerimonia.

Così l’Italia fu quasi tutta unita nel 1870, penultimo Stato nazionale europeo a completare l’unità territoriale; ma se si considera che nel 1918 entrarono a far parte dell’Italia i territori irredenti di Trento e Trieste, l’Italia fu davvero l’ultima a completare l’unità nazionale. E perciò l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano nel suo statuto ha posto come termine dei suoi interessi la fine della prima guerra mondiale, detta anche quarta guerra d’indipendenza, proprio perché con l’annessione di Trento e Trieste si è concluso quel lungo e glorioso movimento di pensiero e d’azione tendente all’unità e indipendenza dell’Italia detto appunto Risorgimento.

Invece l’unità territoriale della Francia si può fare risalire al 987 con Ugo Capeto, quella dell’Inghilterra al 1066 col normanno Guglielmo il Conquistatore, quella della Spagna al 1469 col matrimonio di Ferdinando V d’Aragona e Isabella I di Castiglia (i re Cattolici) o al 1492 con la caduta del regno musulmano di Granata e quella della Germania al 1871 col ripristino dell’impero capeggiato dalla Prussia.

Quali vantaggi avremmo avuto se l’Italia fosse stata unita mille anni prima! Come sarebbe più radicato e diffuso il vincolo della fratellanza e della solidarietà nazionale! Questo ritardo è certamente causa d’incomprensioni anche tutt’oggi: nord e sud, est e ovest non mostrerebbero ancora certe differenze e certi stridori.

Il problema dell’organizzazione statuale da dare all’Italia non è nuovo ai nostri giorni: se lo posero gl’intellettuali e i patrioti del Risorgimento. In considerazione della plurisecolare divisione della Penisola in molteplici Stati e staterelli, alcuni dei quali di ottimo o buon livello, i liberali moderati pensarono ad una confederazione italiana: Vincenzo Gioberti (1801-1852), riconosciuta nella Chiesa una fonte di valori sociali e morali, propose una federazione di Stati guidata dal papa, e perciò al riguardo si parlò di “neoguelfismo”; Cesare Balbo (1762-1853), influenzato dal Gioberti, ipotizzò una federazione di prìncipi indipendenti guidata dal re di Sardegna-Piemonte. A questi due federalisti torinesi se ne aggiunsero altri: ad esempio (solo per citarne alcuni) un altro torinese, Massimo D’Azeglio (1798-1866), che propugnò l’indipendenza e una federazione di Stati italiani; il napoletano Ruggero Bonghi (1828-1895), che all’inizio della sua attività sostenne l’idea di una lega degli Stati italiani, ma dopo diventò unitarista convinto e ministro della pubblica istruzione dell’Italia unita; e i milanesi Giuseppe Ferrari (1811-1876) e Carlo Cattaneo (1801-1869), che, in divergenza col Mazzini, col quale condividevano l’idea repubblicana, sostennero il federalismo. Il Cattaneo, molto attento alle tradizioni e autonomie locali, trovò nella storia esempi di superiorità del federalismo, come la suddetta confederazione italica del 90 a. C. rispetto alla repubblica romana di quel tempo; e affermava: “Fuori del diritto federale saremo sempre gelosi, discordi e infelici”: in ogni caso, però, egli inquadrava il suo federalismo nell’unitarietà della nazione e patria italiana.

All’idea federale s’ispirarono i governi provvisori sorti il 22 marzo 1848: quello della Lombardia e quello della restaurata Repubblica Veneta, i quali coniarono una monetazione con frasi chiaramente federaliste quali “Indipendenza / Alleanza dei popoli liberi”, “Repubblica Veneta / Unione Italiana”, “Indipendenza Italiana / Alleanza dei popoli liberi / Dio Benedite l’Italia”. Questo significa che anche la politica veneta guidata da Niccolò Tommaseo, Guglielmo Pepe e Daniele Manin era per una federazione italiana, come ha documentato Primo Musumeci nel giornale “Il gazzettino di Treviso” del 9.IV.1997 e come dimostra il decreto sull’uso del tricolore. Infatti il Manin allo scoppio della rivoluzione del ’48 affermò: “Dichiaro la repubblica di Venezia, primo passo alla costruzione di un’idea federale. Non vogliamo separarci dai nostri fratelli.” E lo storico inglese Paul Ginsborg in un’intervista ad Enrico Tantucci pubblicata da “La tribuna di Treviso” del 17.V.1997 ha commentato: “Altro che separatismi!”

Ma lo storico piemontese Carlo Botta (1766-1837), cittadino francese e deputato a Parigi, alla Convenzione dei Cinquecento del 1799, aveva gridato: “Spezzettata in numerose piccole repubbliche, l’Italia, questa bella contrada un tempo bella e fiorente, offre oggi soltanto l’aspetto squallido di membra sparse e prive di anima [...] Dichiarate tutti i popoli d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, la libertà della quale è stata già riconosciuta, assolutamente indipendenti e liberi di darsi la forma di governo democratico ch’essi giudicheranno più conveniente alla loro felicità. Indicate loro il tempo e il luogo che giudicherete opportuni per adunare una Convenzione nazionale dei rappresentanti eletti da tutti questi popoli ed incaricati del grande impegno di una Costituzione repubblicana [...] Ecco, cittadini rappresentanti, l’opera immortale che vi resta da compiere. Creare una Repubblica grande, degna della vostra saggezza e della maestà del popolo che rappresentate.” E Giuseppe Mazzini (1805-1872) a sua volta lottava per l’unità nazionale in senso repubblicano e democratico, vedendo nello spirito municipale e regionale — come del resto il Foscolo e il Manzoni — un grosso ostacolo all’unificazione.

La sorte, però, diede subito ragione all’unitarismo centralista di Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi, e 85 anni dopo anche a quello del Mazzini; anche se, dopo l’entrata in vigore della nostra Costituzione, Gaetano Salvèmini (1873-1957) — fra l’altro, biografo del Mazzini — negli Scritti sulla questione meridionale difendeva il federalismo.

La Repubblica Italiana fu organizzata in senso democratico e in certa misura decentrato: la Costituzione previde l’autonomia delle regioni, alcune delle quali ebbero uno statuto speciale. Tuttavia la disparità fra le regioni autonome “normali” e quelle “speciali” e la mancata attuazione d’un più consistente decentramento hanno provocato dei malcontenti, particolarmente in certe regioni. Ma al riguardo si è così espresso Giovanni Spadolini nel suo ultimo discorso al senato prima di morire:

“Alle forze politiche che invocano la tutela e il potenziamento delle peculiarità regionali e locali — che sono tanta parte della complessa storia d’Italia — rispondo che si tratta di un’aspirazione legittima nell’ambito di quella che Piero Calamandrei chiamava la ‘Repubblica delle autonomie’, che come tale è stata configurata, anche se non sempre nel corso di questi decenni attuata ed anche se in certi casi tradita. La valorizzazione di questo patrimonio culturale e spirituale, ricchissimo e variegato, deve passare attraverso un potenziamento degli enti territoriali che tenga conto degli errori compiuti in questa prima fase della Repubblica, cominciando dal terreno fiscale. Ma il tutto in un quadro unitario, perché l’Italia è una e indivisibile. Il che esclude compromessi di tipo confederale o frammentazioni di stampo centro-europeo che sono al di fuori della storia. E senza dimenticare mai che l’unità nazionale si è realizzata nel post-Risorgimento e successivamente con la Repubblica, attraverso forme dirette e indirette di solidarietà delle regioni più ricche a favore delle regioni più povere (guai ad ogni forma di anti-meridionalismo, io riaffermo qui la mia fede assoluta nel Mezzogiorno) e delle categorie forti a favore delle categorie deboli. Questa è l’Italia; noi portiamo, avrebbero detto i nostri vecchi, un amore secolare all’Italia. Senza distinzione fra Busto Arsizio e Battipaglia.”

Questo, dunque, fu l’ultimo pensiero di Spadolini; un pensiero che fu costante nella sua vita e nella sua azione politica e che ora appare come un testamento di fedeltà e un impegno morale, anche perché sostenuto da un non meridionale. Strano destino, quello di Spadolini: soltanto con la sua morte si è percepita a pieno la sua grandezza e si è capito che di uomini come lui l’Italia non ne avrebbe avuti più per un bel pezzo.

Conclusione

E a conclusione di questa carrellata storica si può affermare tranquillamente che la Repubblica Italiana è ormai solida e radicata nella coscienza del popolo. Perciò col tempo è divenuto antistorico, oltre che insensato, il persistere della XIII norma della Costituzione, vietante l’ingresso e il soggiorno in Italia ai discendenti maschi di casa Savoia e alle loro consorti. Questa norma, anche se definita “transitoria”, è rimasta in vigore per oltre mezzo secolo: sebbene l’esilio non sia più previsto, sebbene l’Unione Europea preveda la libera circolazione dei cittadini nei vari Stati e sebbene in Italia possano liberamente risiedere e circolare non solo i discendenti di Mussolini, ma anche i criminali più pericolosi per la società, al contrario tale norma ha comminato l’esilio ai discendenti di quella casa reale che ha formato l’Italia unita e nel bene e nel male ne ha condizionato la storia per quasi un secolo.

Pur ammettendo le gravi responsabilità di Vittorio Emanuele III, non si può dimenticare che l’unità statale difficilmente ci sarebbe stata senza i Savoia e cominciò proprio come “Regno d’Italia”, votato il 14 marzo 1861 dal primo parlamento italiano (insediatosi a Torino il precedente 18 febbraio) e proclamato il successivo 17 marzo dal re Vittorio Emanuele II di Savoia.

Ed è indicativo d’un nuovo senso di civiltà il fatto che fra i principali proponenti e sostenitori dell’abolizione della suddetta norma transitoria sia stato un repubblicano mazziniano, l’on. Fortunato Aloia, attento ai valori del nostro Risorgimento.

Inoltre per ragioni d’umanità e di civiltà, e anche per chiudere definitivamente una lunga pagina della nostra storia, e quindi per motivi storici, dovrebbero poter essere seppellite in Italia (e in unica sede) le salme dei re e delle regine d’Italia ora all’estero, con l’opportuna indicazione stradale “tombe dei re d’Italia”. Analogo trattamento dovrebbe essere fatto agli altri ex capi di Stato italiani e loro congiunti (Asburgo, Lorena, Borboni, dogi, papi, ecc.), conservandone anche i relativi monumenti, epigrafi e toponomastica, sempre per motivi storici.

In base al solenne principio che la sovranità appartiene al popolo, è nulla ogni eventuale pretesa di trono ereditario: ex re (se vivi) e loro discendenti altro non possono essere che comuni cittadini, in quanto che soltanto il popolo ha il diritto di scegliere, confermare o cambiare il regime e i suoi esponenti.

E anche la Repubblica Italiana, con la riconciliazione storica, certamente apparirà più grande, più civile, più preferibile all’interno e all’estero.


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