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Abbiamo ancora impresso negli occhi, nella mente e nella coscienza il primo libro di liriche di Filippo Giordano, il cui emblematico titolo era Se dura l’inverno: uno dei libri più belli di questa stagione poetica, che non ci stancheremo mai di rileggere e che rivelava un poeta di elevate capacità (cfr. recensione su “La Procellaria” di aprile giugno 1982). Dopo la silloge Villaggio fra le braccia di Morfeo, pubblicata insieme a quelle di altri due autori nel 1982, Giordano ritorna a noi col nuovo libro Strambotti per viola d’amore, che contiene fra l’altro un’ampia scelta di liriche del primo libro, qui conservate con lo stesso titolo di allora. Se da una parte ci fa piacere questo ritrovamento, dall’altra però non possiamo non rilevare come il mescolamento con liriche di altri periodi e di altre esperienze, nonché lo spostamento dell’ordine di successione e l’accorpamento in una di alcune liriche nuoccia alla bellezza di quel libro. Se dura l’inverno era come un poema che viveva di tutte le sue parti, di quel momento della storia di Giordano. Avremmo visto volentieri nuove edizioni dello stesso, anziché stralci e nuove impostazioni.

Può darsi che questa sia solo l’impressione di chi sentì il fascino e il pathos di quel libro, perché è evidente che chi non conosce quel libro trova questo di ora, bello e interessante.

Strambotti per viola d’amore, infatti, ha quelle qualità che ne fanno un libro di interesse: i temi, il significato, l’abile scelta del significante. C’è qui la Sicilia con tutte le sue piaghe antiche e nuove (povertà, disoccupazione, intrallazzi, emigrazione, pregiudizi), ma soprattutto c’è chi come Giordano sa osservare tutto con occhi indagatori e chiedersi, in mezzo alla commozione, il perché di tutto ciò. Il libro resterebbe un’indagine socio-politica, magari corrosa dalla retorica, se Giordano non fosse un vero poeta, capace di sublimare in arte la sofferenza, il dubbio, la disperazione. Ecco quindi che a noi il libro interessa sotto un duplice aspetto: quello della poesia e quello della denuncia. In un quadretto di sapore folcloristico come Mercati popolari, ad esempio, il poeta sa cogliere il sostrato della miseria: “le donne | dipingono meraviglie sui volti | e giocano al ribasso dei prezzi…| Le monete dei mercati popolari | hanno effigi | di giorni dipanati col sudore: | giorni di operai e portalettere | vissuti dentro archi | di piogge, di gelo e di scirocchi”.

Anche nelle liriche d’amore il poeta non si lascia prendere dal sentimentalismo, tutto preso com’è dalla ricerca semantica ed espressiva. Nel dipanarsi della quotidianità, con tutti i problemi che essa sa creare, il poeta si pone davanti l’ideale della donna, ne subisce il fascino e canta le alterne vicissitudini di quella meravigliosa avventura che si chiama amore: “Esplosiva sorge la voglia | d’incontrarti | in giornate come questa | col sole che batte | sull’odore di primavera | nei campi e sull’erba | verde | come la mia età di uomo”.

Insomma, Filippo Giordano è un poeta che sa il fatto suo e che è destinato a confermarsi come tale anche in futuro. Peccato che in questo libro vi siano alcune sviste ortografiche.

Recensione
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