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Se penso a Lilia penso a una ricamatrice, una di quelle che ancora ci sono nell’Isola dei Pescatori sul Lago Maggiore, le mani attente alla misura di ogni punto, lo sguardo ladro di sogni, sogni così veri che si ha voglia di allungare la mano per toccarne le parvenze (il mio sguardo | sbircia da antiche fessure | l’orizzonte scolpito nel cuore).

La poesia di Lilia spazia, attraverso i metri a misura di respiro, sopra la realtà stanca di ballate vuote:

Me son desmissiàda stamatina  | coi zocoléti rossi en font al let, |… …E i canta, i bala i zocoléti rossi | entéi me pèi, i sgola sora n’onda | che me ciama zocolando | entrà i sassi de la sponda.

(Mi sono svegliata stamattina | con gli zoccoletti rossi in fondo al letto…| …E cantano, ballano gli zoccoletti rossi | nei miei piedi, volano sopra un’onda | che mi chiama zoccolando | tra i sassi della sponda).

In Striarìa la poesia ci porta nei boschi, tra i rami e le ombre, ma c’è dell’altro. Non è l’Altro, che sempre ci accompagna nel desiderio, ma qualcosa di più preciso che colpisce al cuore e con accorrere di sangue ne aumenta il battito: c’è sotto una grande energia (Savinio invidia la doppia energia dell’ermafrodito, alle cui labbra qui s’appende la ninfa come un’ape) a far da carburante per immagini audaci fino al’impudenza:

Se podéssa, se podéssa | sacramentar come me nòno |……parar via i penséri zaltroni…robadi al diaol en calor…

Se potessi, se potessi bestemmiare come mio nonno |… …mandare via i pensieri cialtroni… rubati al diavolo in calore…

Sarebbe lungo addentrarsi in tutta la poesia di Lilia e nel suo “dovere” alla felicità che ci nutre ma ci consuma giocando col respiro dei giorni.

Con grande merito lo hanno fatto critici autorevoli mentre io mi limito a profonde sensazioni. Ciò che conta è il percorso, la sua avventura, il destino che disvela il sogno e lo rivela in tutta la sua delusione, come nell’ultima fatica di Lilia: All’ombra delle nove lune.

Qui la poetessa fa emergere da un fatto di crudele disamore qual’è uno stupro, ripeto fa emergere, la speranza da offrire come dono alla vita scolpendone le forme lentamente. Spirito libero e vibrante quello di Lilia ma costretto sempre a tornare nell’ordine delle cose, suo malgrado, per quell’unica giunchiglia padrona del fosso.

Bellissimo quando, liberando ogni illusione, la parola giunge alla nudità e così privata di ornamento e coloritura, viene ricollegata al “primo” incontaminato luogo di emozione e di abbandono, “stelo e scogliera insieme”:

Brancolo in bilico appesa a uno stelo
nel franare dei giorni alla scogliera.

Il poetare di Lilia nasce sempre da questo prima “antico” non ancora vendicativo dove Eros è in ogni luogo e si esprime fino alla concretezza dell’esistere, in bilico tra la vita e la morte.

Il ricamo della parola, invece, esprime l’insidia ed è, nella logica del tempo, la non logica, l’affanno dei minuti, il labirinto dell’esistere “in ginocchio ai lunari | di carnevali perduti.”. Questo labirinto è prezioso, fatto di poesia autentica e dal grido raffinato “urlo represso il mio corpo”, che viene soffocato quasi subito dalla tenerezza:

Lontano già si sente il temporale
e la mia testa annega nel cuscino.

Grido di tenerezza:

Mi attende una slitta senza traino.
Prendere o lasciare.

E Lilia ci monta sempre su questa slitta e quando leggo e rileggo questi versi mi commuovo e sento tutta la fatica che ci accomuna e guardo alle stelle insieme a lei ridisegnando i carri per ritrovare la strada.

Recensione
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