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Ana Blandiana
(Otilia Valeria Coman)

“Tra Silenzio e Peccato”

La maggiore poetessa rumena contemporanea nasce a Timisoara il 25 marzo 1942 da Gheorghe Coman, professore di liceo e poi prete ortodosso (imprigionato con l’accusa di complotto contro lo Stato, liberato nel 1964 con l’amnistia concessa ai detenuti politici da N. Ceausescu all’atto dell’insediamento al potere), e Otilia Diacu, la cui famiglia proveniva dal villaggio di Blandiana, da cui il “nom de plume”, nome di penna.

Esordisce ancora liceale sotto lo pseudonimo di Ana Blandiana nell’anno 1959. Nel 1960 sposa uno scrittore e giornalista; nel 1962 si laurea alla facoltà di Filologia dell’Università di Cluj.

Il debutto ufficiale cade a metà degli anni sessanta, decennio in cui, come ha scritto uno dei maggiori studiosi del Novecento, Ion Pop, si ha un’autentica esplosione lirica.

Fin dall’esordio, Ana Blandiana dichiara di preferire parole chiare, capaci di tagliare il nero della malinconia aprendo il campo a quella “successione di visioni” che costituisce il cuore stesso del modernismo poetico. Parole e toni “ scombinati” ad arte nel verso libero, cifra di una poesia che, sottolinea il Bruno Mazzoni (rara figura di traduttore), “ di fronte al reale degrado e alle intrusioni del politico, ha coltivato con orgoglio il proprio spazio di fuga, uno spazio di comunione lirico metafisica con il mito e la tradizione”. Tutto ciò attiva, nella sensibilità dei lettori, una serie di scambi mentali, di richiami a una tradizione letteraria sopravvissuta nonostante il realismo socialista avesse tentato di cancellare dalle cronache e dalla memoria autori del calibro di Lucian Blaga, Ioan Barbu, Gorge Bacovia, Tudor Arghezi, di sicuro respiro europeo.

Ana Blandiana ha potuto sviluppare l’idea della non-originalità come valore in poesia, arrivando ad affermare, in uno dei suoi volumi di saggistica, che “gli architetti delle cattedrali gotiche hanno pensato non di non plagiarsi, ma di non differenziarsi tra di loro”, poiché a suo avviso “l’eternità non si conquista mediante una originalità spettacolare, ma tramite una sofferenza in sé, dolce, tranquilla, generatrice di poesia”.

Un postulato siffatto implica necessariamente un percorso a ritroso dentro di sé; inevitabilmente emerge il tema della nostalgia, ma come evocazione universale in fedeltà al proprio mondo identitario.

Poesia autentica, quella della Blandiana, dove si prendono le distanze dalla letteratura come gioco formale, oggi comune a tanta avanguardia romena ed europea. Come unico organo per comunicare abbiamo la parola e dunque, dobbiamo attingere alla purezza originaria del Logos, senza sovrastrutture, (“Verso una poesia povera”, s’intitola l’intervento della Frabotta messo in chiusura nel testo della Blandiana: “Un tempo gli alberi avevano gli occhi”- Donzelli, Roma, 2004).

Dovremmo nascere vecchi
già dotati dell’intelletto,
capaci di scegliere la nostra sorte in terra,
quali sentieri si avviano dal crocevia d’origine
e irresponsabile sia solo il desiderio di andare avanti.
Poi, andando, ringiovanire, ringiovanire sempre più,
maturi e forti arrivare alla porta della creazione
varcarla e nell’amore entrando adolescenti,
essere ragazzi alla nascita dei nostri figli.
Sarebbero più vecchi di noi comunque,
ci insegnerebbero a parlare, per addormentarci ci cullerebbero,
e noi scompariremmo sempre più, divenendo sempre più piccoli,
come un chicco d’uva, come un pisello, come un chicco di grano…
(Dovremmo)

Il bisogno di non “bruciare” le parole la porta ad un atto estremo, quello di rifondazione del senso, ed è per il senso che milita Ana Blandiana, dice :“ Senza essere in grado di creare ciò che non era stato creato prima, siamo tuttavia capaci di offrire alla realtà ciò che essa non aveva mai saputo offrirsi da sola: il senso”.

Rifondazione del senso non correndo dietro alle parole: “In un mondo in cui si parla e si scrive così tanto, lo scopo della poesia è quello di ripristinare il silenzio, la capacità di tacere”, dichiara, indicare e simbolizzare, quindi, ma per dare spazio, libertà al lettore di riflettere.

….(…)
io vedo soltanto il sentiero
e di tanto in tanto
le ombre delle nuvole
inviarmi messaggi
che non capisco.
(Sono come un occhio di cavallo)

Una tensione lirica dove il silenzio attiva i sensi per leggere tra le righe le verità nascoste. I sensi, poi, ci portano alla meditazione che arriva all’anima della parola. La parola è anche profanazione, colpa, peccato per averlo sfidato, quel silenzio, svelandolo.

Lo so, la purezza non frutta,
dalle vergini non nascono figli,
è la suprema legge dell’impuro
la tassa sulla vita.
(…)
E’ felice la parola nella mente,
pronunciata, l’orecchio la diffama,
su quale piatto della bilancia
pesare-sogno muto o fama?
Tra silenzio e colpa
cosa scegliere – mandrie o loti?
Oh, il dramma di morire in bianco
o la morte di vincere comunque…
(Lo so la purezza)

Se sostituiamo la parola ”silenzio” con la parola “ombra” si riesce meglio a comprendere una sua affermazione nella quale si evidenzia come il compito del poeta sia quello di andare al di là della forma concreta, verbale, per cogliere l’ombra delle parole, cioè l’anima: “Non sono mai corsa dietro alle parole, tutto ciò che ho cercato | è stata la loro ombra…(…) E non hanno più ombra, | le parole che hanno venduto la propria anima”.

L’ombra, l’anima della parola, è il trait-d’union fra l’Io intrappolato nel materiale e il Sé creativo, dall’ombra scaturisce l’energia che risponde alla vita e diventa carnalità.

Tutto è me stessa.
Datemi una foglia che non mi assomigli,
aiutatemi a trovare un animale
che non gema con la mia voce.
Là dove la calpesto la terra si spacca
e morti che hanno il mio sembiante
li vedo abbracciati a procreare altri morti.
Perché tanti legami con il mondo,
tanti progenitori e coatta discendenza
e tutto questo insensato somigliarsi?
M’incalza l’universo con i miei mille volti
e non posso difendermi se non contro me infierendo.
(Legami)

“Col tempo”, scrive Ion Pop, “nel rapporto Io-Mondo, appaiono elementi e nuances nuovi nella poesia di Ana Blandiana, comincia a farsi sentire una sorta di stanchezza dell’impegno, del coinvolgimento dell’io nel dramma della conoscenza, intesa come ascesa, con un graduale ritirarsi dalla scena tragica in una penombra di malinconica contemplazione”.

Ciò che la poetessa stessa aveva chiamato ”suavǎ disperare”, dolce disperazione, viene espresso in un ritirarsi, quasi un autunnarsi dove il sonno diventa una condizione particolare di privilegio, quella in cui il poeta può stabilire un contatto orfico con il resto del creato e insieme realizzare ciò che la vita diurna gli impedisce di esprimere.

Su, parliamo
della terra da cui veniamo.
Io vengo dall’estate
fragile patria
che qualunque foglia
cadendo può annientare,
ma il cielo è così greve di stelle
che talvolta pende fino a terra
e se t’avvicini senti l’erba
solleticare le stelle ridenti,
e i fiori sono così tanti
che arse dal sole
ti dolgono le orbite,
e soli rotondi pendono
da ogni albero.
Da dove vengo io
non manca che la morte,
e tanta è la felicità
che quasi puoi cedere al sonno.
(Della terra da cui veniamo).

“La poesia è ciò che mi ha dato, come un sesto senso, la sensazione della presenza dell’altro nel mondo circostante. L’altro mi guarda dalle pietre, dalle piante, dagli animali, dalle nuvole, un altro che solo nei momenti di grande stanchezza si chiama nessuno”, (Ana Blandiana).

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