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La leggenda del dolore

Siamo sudditi della vita e del tempo, coscienti che la successione al trono non ci è data. Anche se possiamo “respirare un girasole” o “immaginare il ballo segreto di corte con api ciambellane”, alla fine di ogni bel momento ci resta il Niente (pag. 36). Nemmeno la parola è capace di imbrigliare la realtà in tutte le sue sfaccettature, perché è fluida, viene dall’acqua profonda della coscienza e riesce solo ad avvolgere ciò che a lungo ci ha ferito. Nemmeno serve lavorare la parola come un diamante. No, tutto rimane fluido, frammentato. È il compito della vera arte quello di radunare i pezzi e tramandarne il vissuto. E di vera arte si parla in Come goccia di vetrata di Lilia Slomp Ferrari. Qui, la poesia non è intesa come catarsi liberatoria in cui è il lato psichico e biografico a prevalere, qui c’è la vera poesia, quella capace di far sentire l’intensità dell’esperienza vissuta con un travaglio espressivo che corrisponde esattamente al travaglio interiore.

Più che fermare l’attimo “ per diritto natale sia esso felice o tragico”, la poetessa scandisce il verso con un suono sillabico tale da sembrare un dondolìo di penitenza,  un racconto del dolore, un vissuto come quelli tramandati di continuo dalle donne legate alla terra. Come se in lei tante donne aggiungessero continuamente dei particolari finché il parlato non diventa leggenda:  “Scalpitio brado di cavalli | allo squillo dei crinali, redini | impazzite nella morsa dei giorni. | Li hanno imbavagliati all’alba | dei sentieri. Ora è silenzio | e proiezione fosche ai pascoli | alti...Mi resta l’eco degli zoccoletti | perduti da bambina quando | a cavallina sulla siepe | decollavo...”.

Parlare di poesia-leggenda non è azzardato. Se pensiamo bene ci troviamo di fronte a degli stimoli e a un turbamento continuo che non solo sono l’eco del dolore, ma sono il dolore ricco di una sorta di comunicazione per sintonie. Non c’è nulla di stampo romantico, c’è un alto esempio di come conquistare un’armonia gloriosa dando suono e risonanza a tutti i frammenti testimoni della violenza subita. Tanti frammenti quanti il dolore ne ha generati: questo è il grande lavoro di Lilia Slomp Ferrari.

I sentimenti che ne scaturiscono sono articolati da verbi, sostantivi ed aggettivi, da equilibri di tono, da nervosismi  come “scorze arricciate”: tutti ingredienti che riescono a portare il proprio vissuto al sentire di una intera generazione di donne. Anche per le donne pioniere americane o le orientali, non solo per le latine, la storia è stata un rapporto continuo tra armonia e dannazione. E forse lo è ancora. Merito di Lilia Slomp Ferrari è di “risolvere” questo conflitto ricordando il dolore come una leggenda. Fragilità e infelicità vengono così sublimate. Un esempio ne è la poesia Silente il ricordo: “Stridìo di ruggine il portale | cigolante al maniero | dirupato dell’intrepidezza | dove l’edera fruga lucertole | abbagliate di sole. | Punge silente il ricordo, | balbetta fanciullo un lapis...Mi scalpita il tempo nel petto...aggrappata all’audacia di mura | in crepe ortolane. Domani | nessuno mi attende con prode | di fieno, mani mature di grano. | E sempre più asciutto il crollare sul volto”.

Fuori dalla leggenda, intervengono il presente (“sentinella che cerco di fiorire”), il sogno (“come un ballo segreto di corte”), il declino (“forse il declino è il continuo | devolvere a qualcuno il futuro”), l’attimo (“sfugge la cruna dell’ago | il filo dell’attimo”), l’assenza (“Onda d’allora, d’oggi il colloquiare | sul filo attorcigliato della pena “), la solitudine profonda, sempre con la stessa fine:  “Vagabondare di parole cieche | uniche stelle, fiato di falena | e questa pena,  punta di pennino || spuntato sopra fogli di mistero. | Raduna l’uragano i suoi sospiri | sparsi a raggiera come cantilena.  | Ed era solo ieri il fermacarte.”

Il “fuori” forma di continuo la storia inguaribile dell’uomo. Il “dentro la leggenda” amplifica il sentimento, rendendo i luoghi e il tempo indeterminati, umanamente eterni.

Volano, 9 dicembre 2009

Nel giardino dei sentimenti quelli inesauribili sono verso la famiglia, la madre, il padre. "Negli occhi ti ridevano le ombre" è la commovente e bellissima poesia dedicata al fratello scomparso, Ezio. Qui l’assenza è ustione perché il tempo è stato inesorabile e insufficiente per completare luoghi, meditazioni, abbracci. Nella profondità, l’evento della rottura porta a una solitudine non sanabile, a un "colloquiare sul filo attorcigliato della pena".

Solo il ripiegamento nei ricordi più forti porta il sollievo, riporta la trasparenza di un affetto mai tramontato. Si apre un’altra via del tempo, che è il dono di ricordare ciò che di bello abbiamo avuto e vissuto insieme (pag. 57) L’amore è anche l’amato: un movimento continuo di emozioni, delusioni, accadimenti improvvisi, sorprese, indugi, rivelazioni. L’amore verso l’amato è tutto ciò che di colpo caratterizza un essere umano, la sua finalità verso la creazione, le Noël sur la terre (il Natale sulla terra, come diceva Rimbaud). O come scrive Lilia con un forte potere evocativo: "l’ardimento del domani".

La leggenda del dolore qui tace. Qui la storia continua. C’è "una sedia che dondola le attese", cioè la soddisfazione e la lacrimazione continuano insieme e si abbandonano al mosaico della pazienza, come nella poesia "Nell’ultima scossa dell’estate" dove i dettagli s’infittiscono per dare suono alla "scossa" più che al voler dire o allo svelare. O come nella poesia "Basterebbe" dove la voce interiore è disciolta dal vincolo del travaglio e si abbandona alla speranza usando la voce diretta, senza aggettivi che potrebbero infoltire il cammino.

"All’innocenza nuda del pensiero" è una poesia d’amore bellissima dove entrano parole chiave: tradimento, ritmo, sollievo, sorpresa, gabbamondo, appuntamento, breccia, indugio, deriva, ardimento, innocenza e futuro. Qui vive tutto un mondo meraviglioso di astronomia umana, cioè una costellazione vibrata e quotidiana dell’amore, una diaristica continuata di sentimento ed emozione.

La leggenda dolore torna in tutto il suo canto o nascosta fra le righe, quanto più la solitudine porta allo sprofondamento. Nella poesia "Solchi", ad esempio, nei primi dodici versi si usa il tempo passato e negli ultimi sei versi si usa il tempo presente. In mezzo c’è il verso: "per unico filtro d’amore", che divide appunto come un filtro la parte leggenda (già passato) e aggiunge peso alla solitudine presente dando una forma all’assenza.

La solitudine sprofonda nello stesso momento in cui l’assenza diventa il "solco scavato nel gelo". Nell’assenza non resta altro che cullarsi al "giogo di una fiamma lontana", cioè cullarsi nel desiderio che è giogo per la sua impossibilità di realizzarsi. Ma resta la fiamma a fare compagnia, resta il calore nel cuore, seppur l’amato fisicamente è lontano. Resta quello spazio inviolabile, impenetrabile da chiunque, personale che nessuno, nemmeno il silenzio, può intaccare.

Il silenzio rispetta, si fa da parte, resta immobile, e si fa brina.

L’ultima parte del libro Come goccia di vetrata si apre con un verso di Tagore: "Alla fine del giorno quando la morte | verrà alla tua porta | quale tesoro tu le darai?"

Cosa offrire alla morte se non il proprio testamento? Dell’Endecasillabo Ultimo, Lilia ha fatto il sogno di una morte. Suonano le undici sillabe del verso un concerto endecafonico, una tradizione linguistica che riaffiora come incatenata nel dire, che commemora appunto la propria fine. Ma musicale fin negli ingorghi più intricati delle viscere, con un potere linguistico che si infligge nella carne e risorge puro suono e tutta musica.

Lilia convive con la morte, la sente pulsare uguale a delle radici d’ortica dentro il suo corpo. Una condizione che la possiede e la impiglia da sempre, nel modo in cui succede agli artisti veri: vita e morte insieme. E scrive come chi chiude la porta a un mondo e si avvia verso un’altra Ricerca:

"Manovro le mie ali finalmente | alla ricerca folle dell’immenso".

Vive in lei la speranza della rinascita, o Rinascenza (dal francese renaissance, che meglio rende in senso figurativo l’azione del rinascere), se pur tra metafore ebbre e inquiete: "Dentro un verso crisalide" la morte aspetta di diventare farfalla, cioè di uscire a nuova vita.

Torna, in parte, il linguaggio da leggenda, ma solamente per aiutare e ingannare il dolore, cioè come illusione di una pace interiore.

Concludendo. L’accostamento dei tanti significati a cui Lilia ci affida è la deflagrazione dei suoi contenuti umani in frammenti come gocce. La poetessa mette a guardia dei suoi segreti le api ciambellane, i cavalli che immagini liocorni, troni di formiche, farfalle, candidi asfodeli, lucciole, falene... creando una leggenda intorno al dolore. Tutti elementi di radice classica greco e latina. Ma nelle gocce di vetrata dietro la Natura c’è più che mai lei, la donna che sopra l’amore ci muore, magari spegnendo l’ansia in un verso di umile invito: "Cerco gli amici con cui conversare o un verso a capofitto nella terra".

Merito di Lilia è di portare il verso classico alla contemporaneità, cercando nella musica dei versi l’accordo con il disaccordo della vita, qualunque sia la portata dell’approdo, anche parlando di morte. Nel panorama italiano trovo solo Giovanna Bemporad (Esercizi) e Patrizia Valduga (nella Tentazione canto VI), quest’ultima con un uso di morfemi e sberleffi linguistici che parlano della morte con un dire lontano dalla raffinatezza di Lilia.

Non è facile aprire la coscienza per entrare in tutte le intermittenze della poetessa, vivere il suo linguaggio sublimato dal mito. Ma facendosi intensa la frequentazione, nel fluire di immagini e di senso si è trascinati dal fiume della sua commozione, dal suo vibrare profondo. C’è in Lilia una grande energia, una musica di respiro che si fa non solo parola del presente, ma anche memoriale per il domani.

26 febbraio 2011
Villalagarina, Palazzo Libera

Recensione
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