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Le ciliegie sotto il tavolo

Valori e necessità della vita

Finalista al Premio “Cortina 2012”
2° classificato al premio “Asti d’Appello 2012”

Questo romanzo impone, da subito, questa suggestione ... La necessità di fermarsi in ciò che autenticamente chiamiamo “casa”, non solo come bisogno logistico ma soprattutto come valore di appartenenza emotiva e spirituale. E da subito noi non cerchiamo nel racconto l’allusione o l’inganno ma una voce responsabile, toccata dall’accensione di una dimensione comune, in uno spazio, la casa, in cui ognuno trova riscatto e gioia. Un’operazione, da parte dell’autrice, per far entrare in “trasmissione” il lettore fin dalle prime parole: È stato proprio ieri, il cinque di settembre, che ho deciso di comprare casa. (Il primo io-narrante è un uomo )

Riscatto e gioia dopo cosa? E qui comincia la trama della vita di Livio, raccontata da lui stesso. Avvenimenti giganti insieme a microcosmi. Giganti come il suicidio del fratello, la follia della madre. Microcosmi, ma solo in apparenza, come l’accoglienza affettuosa nella casa di Giulio, suo compagno di scuola. Un’amicizia che la “paziente storia dei giorni”, come dice Bertolucci, farà altra storia in età adulta e matura, attraverso un forte sentimento rimasto intatto negli anni.

Durante il viaggio nel suo labirinto-umano Livio si chiede: Perché non fermarsi a Giacciano? Dove un universo di segni... Mi dicevano l’urgenza di catturare la sostanza delle cose, di lasciarmi guidare dalle mie antenne invisibili finora soffocate dal vivere affannato. Perché non fermarsi a Giacciano? E qui incontra Cosetta, una donna dal trascorso altrettanto sfortunato ... Lei stessa sarà il secondo io-narrante del libro.

Condotto da una narrativa sapiente, il lettore traghetta tra persone e culture leggendo la vita novecentesca nei suoi vari mondi.

Gli innesti del paesaggio sono pitture d’arte. La penna di Nadia Scappini dipinge la Natura, le bruciature di stoppie, i voli di uccelli, i campi mietuti, con un’emozione colorata e una precipitazione nel respiro della Luce come se la Natura avesse dentro se stessa le emozioni e le percezioni del mondo. Dalla pianura del Polesine al mare di Trieste, da Ferrara fino a Istanbul, dalla Provenza all’Alto Adige, ... si sente tutta l’ “energia distillata, sedimentata, come rasserenata”. Perfino quando sul Bosforo, di notte, il mare si fa nero, l’energia occulta propone la sua luce: Mai avrei pensato che il nero potesse luccicare tanto. Chissà, forse esistono qualità speciali di oscurità. Qui, la Natura restituisce il sogno al reale. Così, hic et nunc, compare l’illuminazione: l’atto conclusivo (il nero) insieme alla bellezza del vivere (il riverbero luminoso e inimitabile).

La narrazione, a tratti, prende sviluppo e fremito da avvenimenti storici, come l’alluvione del Polesine del 1951. O le vicende che riguardarono la Repubblica di Bosgattia, un’isola incontaminata e retta da ideali, esistita e poi scomparsa perché coperta d'acqua. Tutto in un ritmo che si fa largo per liberare la buona sostanza della vita contro la triste storia “accaduta”. Riflettendo anche sulla letteratura come doveroso pensiero per guardare in alto: “Il grande Svevo! Certe pagine di Senilità o del Vecchione, l’ultimo romanzo rimasto incompiuto per la sua morte, le rileggo spesso in funzione antidepressiva, al punto che ormai le so citare quasi a memoria. L’amara constatazione da parte di Emilio, protagonista di Senilità, di avere, come la sorella Amalia, preso la vita troppo sul serio, ha agito sempre come una sferzata nei momenti bui ... E a Giacciano ne avevo trovato alcuni che sapevano darmi la giusta leggerezza prima che mi impantanassi.”

In un germinare di significati prendono posto i personaggi, il cibo, la fantasia. Mai la superficialità. La casa diventerà per Livio e per Cosetta non solo la rinascita necessaria ma quello che per un pittore è la tela. Entrando nell’anima domestica delle cose.

Le trame dei due personaggi confluiscono in un linguaggio paziente al fine di trovare una strada nuova attraversando la complessità del vissuto, e ciò avviene in una straordinaria manifestazione dell’essere come capace di dimenticare per rinnovarsi, di fermarsi per ripartire. Restiamo coinvolti dalla pluralità sofferta nello sforzo di trovare l’incontro convergente, in cui risiede il vero cammino dell’uomo ... Dice Cosetta: “Al senso di vuoto, alla vertigine si accompagnava la percezione di esistere... A trent’anni non potevo buttarmi via, ci doveva pur essere una ragione per cui ero nata. La sfida doveva essere quella di capirla.” Dice Livio: “Stavo, come paralizzato, risucchiato nei buchi neri della mia vita ... Le strinsi le mani. Erano gelide e contratte, perciò gliele tenni tra le mie e le accarezzai finché non le sentii distendersi piano piano e acquistare calore. Il primo gesto di intimità della nostra vita”.

L’intimità viene in soccorso alla sofferenza, ma sarà un calore lento da conquistare. Un insinuarsi capillare nella conoscenza dell’altro, insieme alla necessità di ritrovare ognuno i propri metaboliti, prima di appartenersi.

La poesia in appendice, scritta da Nadia Scappini come una scoperta, ha un cuore forte e di profonda verità: a volte si scoprono le proprie radici infilandosi nelle fessure della scrittura e della lettura, liberandone il senso rimasto a covare negli anni: non sapevo di avere radici | covavano nelle membra | e nella pelle, covavano | tra le dita, tra i capelli | nei sogni inquieti .... | non sapevo: | ora la polpa è liberata | e la fonte ha cominciato | a zampillare...

La scrittrice, poetessa e critica trentina Nadia Scappini ha scritto sicuramente un libro da leggere. Il merito più evidente: quello di far costantemente percepire la dimensione più ampia in cui si agita e si divide e si ricompone un individuo per dare un ordine al vuoto, per restituire alla speranza la spinta propulsiva.

Il titolo, Le ciliegie sotto il tavolo, rievoca una stagione come la fugacità del tempo lieto dell’infanzia. E anche quel “sotto” è energico e nient’altro può richiamare se non il “dentro” di noi rimasto intatto perché al riparo. Un qualcosa da difendere.

Ma soprattutto le ciliegie rappresentano il frutto della prima raccolta dopo l’inverno. E in ogni raccolta sempre c’è “l’invocazione a un Dio – uomo che sappia essere consapevole incarnazione delle più profonde viscere di questo mondo dolente”(Mia Lecomte).

Recensione
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