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Avere un’idea non è il semplice risultato di una riflessione.
Avere un’idea è una specie di festa,
non è una cosa che accade correntemente.

(Gilles Deleuze)

L’età dell’oro e della ruggine raccoglie, nella presentazione di ogni pagina, sia le poesie che le note esplicative. Scelta inusuale, apparentemente tipica dei testi scolastici. Ma qui l’intento è ben diverso.

Vengono in mente i primi incunaboli (nome dei primi libri a stampa, circa a metà del 1400) modellati sull’esempio dei manoscritti, i quali avevano una grande pagina con un quadro centrale dove c’era la creazione definitiva e tutto intorno, staccata da un bordo bianco, la cornice esplicativa scritta con la stessa misura di caratteri. La cornice, cioè la parte nativa dei concetti, era una protagonista indispensabile.

In Claudia Manuela Turco c’è la medesima idea, intesa come necessità, la medesima costruzione, ma intesa come festa delle idee, cioè orientata al credere che la poesia e il suo moto nascente siano collegati così forte da essere un tutto insieme: esaltazione creativa e dinamica dell'origine. Ecco che le parole profonde del filosofo francese Gilles Deleuze qui hanno corpo: “avere un’idea è una specie di festa, non è una cosa che accade correntemente”.

Uno sperimentalismo espressivo, dunque, con dinamiche usate per sognarsi e viversi lenti, restare lì sulla pagina, non proseguire, fermarsi, stillando dal verso la narrazione. Come per voler proteggere il verso, dicendo al lettore non scappate, dilatiamoci insieme, stiamo insieme fino in fondo. Non nel senso di dare forma alle ossessioni, ma come esercizio profondo di integrarsi nell’esistenza, di colmare più dubbi possibili, per non lasciare qualcosa in sospeso. Il risultato è, appunto, come la pagina degli incunaboli: una completezza di percezioni e d’informazioni, che portano a essere esploratori dell’autore e dei suoi versi. Dunque la scelta dell’autrice di proiettarci in ciò che è legato strettamente alla sua poesia non è uno strumento didattico, né soprarealtà, bensì la corporeità che racconta da dove viene la sua arte.

L’oro e la ruggine, la luce e l’ombra, si muovono continuamente nei versi.

Il movimento legato alla lentezza è quando la poeta rispecchia il movimento della sua anima, e la passione. Le espressioni del corpo e del viso diventano la forma di quanto non ha consistenza organica: lo spirito. Attraverso la polivisione del verso, come in una sovrimpressione di immagini, il tempo diventa un movimento smisurato, si allarga. Cioè il frammento, il segmento espressivo diventa la visione di un qualcosa di più in là, palpitante. La spaziatura e le continue virgole aumentano la lentezza, mettendo a fuoco per dilatare il senso. Alcuni versi:

- Allo specchio | i seni nudi | divengono occhi spietati.
- Primi passi tardivi | su colonne in rovina. | Cerniere nascondono una seconda pelle.
- Cicatrici occultate, | dirottando l’attenzione sui nei | galleggianti come stelle in un firmamento di vetro, | in un cielo di pelle d’avorio. -
- L’immobilità è stata | maestra di autocontrollo, | per riscoprirsi poi, | troppo tardi, | fanciulli in inattese esplosioni.
- Omino viola | molla dalla schiena avvitata, | nei tuoi occhi la fragranza della terra

Il senso del dinamico, invece, emerge dai giochi di luce come nei film dell'espressionismo tedesco. I versi, luce-oro e ombra-ruggine, creano un mondo striato, dove lo spazio si costruisce solo attraversando una geometria gotica, che però porta verso l’alto. La luce si oppone alle tenebre, la vita lotta con l'inorganico, il tutto per emergere e comunicare: Stelle–spille, Living Stones, | sprigionano aloni madreperla, | cerchi d’oblio in arcano stupore. || Stelle-bulloni, ingranaggi e velcro | Un velo nero cela un velo bianco, | cielo crivellato dalla luce delle stelle, proiettili di | oro puro || Graffio di ruggine | dalle vie impervie | salendo sulle ali degli angeli || Ceneri e violette | ombrellini colorati, | dipinti a olio sul velluto, | danzano sull’orlo della brocca || Un’oliva di sangue | il brivido

Lentezza e dinamismo sono di più insieme nella poesia “Tra parentesi”: Mi chiudo | nella brughiera | oliveto di sangue | tra displasie e afasie | lascio fuggire il mondo. Per finire In una rotonda luci chiassose che movimentano | intrecci arborei | sgargianti e briose giostre.

Il legame vita-parola è strettissimo, fatto di rami nodosi e aliti segreti, di paesaggi intimi, tutto che approda a forme di espressività comunque informali. Come dire che la realtà può essere vista anche al di fuori di canoni linguistici usuali, affidata alla libertà dell’intuizione, alla sacralità del dolore.

Le note esplicative vanno scemando man mano che il florilegio arriva alla conclusione, come se il dolore fosse risolto e rimanesse l’esploratore appagato, la voglia di fermare con mente serena la propria realtà sentimentale: Eravamo inverno... ma fulminea fu la poesia | a intersecare, in una calle, | le nostre ombre raminghe. || Il simulacro di neve | repentinamente si animò. | Il pallore divenne | tenero incarnato... In una danza divenni primavera (Per sempre nel golfo dei poeti).

Testimone diretta della sofferenza e del sacrificio, ma anche e fortemente “memore di quadrifogli”, Claudia Manuela Turco fa della poesia un autentico luogo dell’arte, un luogo di grande libertà creativa eretta sul domani. E sull’amore.

L’amore per l’uomo amato è talmente profondo e bello, continuamente attraversato da una sensibilità non comune, che alcuni versi sono di inedita bellezza, in un mondo che richiama Chagall: Pini come funi | lanciate su binari paralleli | talora annodano | braccia di croci irregolari (83= braccia anziché bracci, perché l’albero viene assimilato all’uomo)... Il solo compagno | capace di carpire segreti, | l’odore dei pini, | segue i miei passi insabbiati. | Insegue con me | quel che resta | di scie e frecce dimenticate | in un cielo di vetro. | Tre colori disegnati | ombreggiano un inatteso chiaroscuro.

L’oro e la ruggine si fondono nell’amore e danno un terzo colore, inatteso: il colore che disegna la speranza.
Recensione
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