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L’isola che canta. Antologia poetica 1992-2002

La vita sostenibile

Poeta contemporaneo (1933), nato a Kunsan in pieno dominio coloniale giapponese, quando nel 1950 scoppia la guerra di Corea e il paese precipita nella tragedia della distruzione, tenta il suicidio. Si salva, entra in monastero e prende i voti da monaco buddista. Studia meditazione Zen e nel 1957 diventa cofondatore del “Quotidiano buddista” di cui diventa direttore. Più volte arrestato per attività sovversive, viene liberato per un’amnistia generale nel 1980. Nel 1984 pubblica la monumentale opera poetica Manimbo (Diecimila vite). Seguono altre considerevoli opere. Nel 2004 giunge la seconda candidatura al Premio Nobel per la Letteratura. Le sue opere sono tradotte in quindici lingue. Dalla sua poesia viene una lezione di sapienza. I due movimenti della pazienza ( massima virtù spirituale) e del desiderio ( massima tentazione mondana) entrano insieme nel “movimento cosmico” e convivono in equilibrio pur nell’irrequietezza interminabile dell’azione, che il poeta chiama “tempesta”. Ciò si realizza a vari livelli, ad esempio per l’erba la brezza è tempesta:

Certo, nessuno anela a una tempesta! / Eppure tu, bianca vela lì fuori nel mare, / tu, nel profondo del cuore, desideri che la tempesta arrivi. / Perché solo nella tempesta / riesci ad esser viva. / Oh, bianca vela di pazienza e desiderio nello scuro mare blu! / Battaglia! // Il mio sguardo non si stacca da te. // Per l’erba sotto i miei piedi, / anche una brezza gentile è tempesta.” (La vela bianca)

La pienezza dell’equilibrio avviene nell’amore verso il prossimo, basta leggere la poesia “Per strada”:

Sei mai stato quella persona? / Sei mai stato quell’altra persona? / Soprattutto oggi non ho che domande. / Se, da quando sei nato, / non sei mai stato un’altra persona, / come potrà mai un soffio di vento / osare sfiorare i tuoi capelli?”

I nessi Io-Tu-Natura, Io-Tu-Tempo, cioè tra le compresenze, sono espressi in un testo denso dove il riconoscimento dell’identità attraverso l’alterità è modulato prima come voce della Natura (dal ghiaccio all’acqua) poi come mutazione temporale:

“ Quando arrivi e dai segno di te / solo allora divento me stesso. // Allo sciogliere dei ghiacci, / se tu ne sei l’acqua /  io dell’acqua sono la voce. / E quando il giorno dopo io sono l’acqua / dell’acqua sei tu la voce.”

La poesia ha potere se usa la metafora: la poesia-immagine ritrae l’itinerario avventuroso delle cose e degli eventi. L’immagine è l’imminenza, cioè l’urgente che succede, ma è anche l’immanenza, la spettacolare rivelazione della realtà e della trascendenza. Un esempio è nella poesia “Solitudine”: “Non esiste l’inferno / ma / esiste l’inferno della solitudine.” La solitudine fluttua sperduta nel vuoto come “l’aquilone dal filo spezzato. / Dovrà restare lì per cent’anni terrestri.” Le solitudini si susseguono nei secoli, da quando il desiderio di volare in alto altro non ha portato che fluttuare nel vuoto. La predilezione per i paragoni concreti porta Ko Un a pensieri facilmente percepibili, pur se profondissimi. Il pennello della parola lo segue adeguandosi allo scandaglio imprevedibile della vita:

Anch’io mi adeguo e danzo / In fondo / neanche il cielo sembra resistere:  / i fiocchi di neve disordinatamente danzano… / e le serpi sepolte lungo i pendii delle colline…”.

Talvolta immagini “estreme” e personali, ma sempre come fedeltà del pensiero complessivo, anche quando cerca risposta e non la vede e non la trova, come nella poesia “Di ritorno dall’Himalaya”:

Non provavo dolore. / Era un giorno freddo / in cui desideravo togliermi gli occhi / e metterne altri. / Di ritorno dall’Himalaya / un bambino mi chiese / che cosa ci fosse lì. / Desiderai diventare anch’io l’acuta voce del bambino”.

Il tessuto linguistico di Ko Un apre all’immensità del non-detto, insegnando moto e mistero della vita. Raggiunge profondità illuminanti per noi occidentali, troppo viziati dal parlare più che dalla sacralità della conoscenza. Ko Un attinge continuamente a cercare la verità, certo di non essere ancora riuscito a trovarla, ma solo a toccarla, ed è questa la sua umiltà, la sua grandezza:

“… In tutto questo tempo / ho sognato / camini che buttavano fumo. / Ancora oggi non so chi sia, questa Poesia.”

Recensione
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