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In prima linea

Quando l’Io si smembra, come nel caso di una malattia inguaribile, entra nella “centrifuga” del reale: ogni sentimento che aveva un suo ordine o priorità, a causa del trauma, viene rimesso in discussione, prende altre possibilità, prolifica o muore. La poesia generosa della Maurer parte alla ricerca di un ordine, anche se “il sottile odore nero s’insinua”. Una ricerca intima, libera e piena di brivido in cui si rispecchia la più vasta e disperante tragedia che è la separazione dal proprio corpo, dal se stesso in carne ed ossa.

Pensavo che a togliere il ritmo della metrica convenzionale mi sarei trovata di fronte a una lettura spiazzante, mutilante, invece ogni poesia è piena di consonanze, i versi sono generosi di “a” ed “o”, contro l’esplosione della cruda realtà: Rosa – fanciulla | l’amante violento ti ha vinta | ogni stupore ucciso | dal cancro stupratore. A e O che sembrano assecondare la tensione distruttiva, ma che in segreto costruiscono un’altra armonia: quella tra reale e possibile, tra volontà e accettazione: Da due ore sono sotto la pioggia | i vicini curiosano dietro le tende. | Ti riparo dalla violenza dell’acqua | nella lenta agonia | forse meno tua più mia - (La rosa e l’ombrello). È metastasi di rosa, le macchie acquistano ogni profondità, “esistesse una biacca magica”... La metafora della rosa (o del granchio) non solo si riferisce qui alla malattia in espansione fino all’agonia, ma alla Fragilità, dovuta all’incessante istante-goccia che per la sua inarrestabilità prima o dopo si porta via tutto. Resterà solo la Memoria, quella che aiuta a vivere, a salvarsi da un totale distruggente dolore: Fotografata e scolpita nella mente, | forse non tutto andrà perduto. (La rosa nella carne).

Con nodi di sensibilità estrema, come in prima linea assieme al dolore, la poeta continua nella ricerca dell’ordine. Trova i profumi come ali nell’aria | vele del pensiero soave e allo stesso tempo il nero del pensiero testimone della crudezza come una rosa crivellata, che solamente nella culla piede avrà un’altra forma divenendo un morbido infradito (La rosa e l’infradito).

In un discorso poetico a ruscello, Brina Maurer fa scorrere la verità nel corpo stretto dalla parola, segnalandone la vita mai pronta alla separazione. Il piede – quello affettuoso delle camminate con il cane, il bouquet di pelo, quel piede che leccato dà piacere ed è piede proteso all’amicizia – è la cifra simbolica dell’unità primigenia: animale e uomo. Il cadere della rosa tra i piedi è la fatalità assorbita dalla terra, fatalità che pensa (forse inconsciamente) alla rincarnazione, a quell’amore che si fa umore, dunque flusso continuo di energia.

Simbolo-re della sintassi della Maurer è l’idea del divenire. L’atteggiarsi spontaneo ed immediato, senza lamento, di un’idea di vita contro un’idea di morte. L’accostamento vita-mutamento ci consegna alla trasfigurazione, ci consegna a un tempo circolare, e anche se dice “oggi dubito perfino dello stelo”, ovvero di ciò che passa il nutrimento, “su quel gambo ora si posa una farfalla”: ogni unità si fa trascendenza. Il sollievo controlla il sofferto “tra le pagine superiori e le pagine inferiori delle foglie”, fra il visibile e l’invisibile della vita.

Un lavoro spazioso quello di Claudia-Brina che sa scendere per legge di umanità nelle viscere del linguaggio, alternando libera modernità a metrica, quest’ultima esistente anche se dice ”slaccio la metrica come fastidioso busto”. Perché la metrica ha origini così alte che dove necessita di fondo il suo canto emerge. Come slacciarsi da un canto vissuto da sempre dall’uomo? Impossibile. C’è il verso alessandrino con il novenario che chiudono la stessa poesia: per ricucire i lembi dell’eterna ferita | cuocendo spiedini di stelle | carni infilzate nell’arcano.

La disperazione spera nella Poesia, basta un’immagine per distogliere e portarci lontano: Le immagini della nevicata | del novembre 1973 | e le profonde dorature autunnali | ritornano, | per rapire e condurre lontano. (Otonal)

C’è un altro mondo, dove io sono meno debole, dove mi sento parte di un tutto, un mondo poetico che è nell’aria e di aria si vive, qui e ora. La poesia come una sublimata riconciliazione con il Tutto, sembra dire la poeta.

Chiudono la raccolta del florilegio: La solitudine di Alex labbra verdi e Omaggio a Rodolfo Valentino. Tornano abbondanti le A e le O, tipiche di un cuore generoso, di “un temporale di terra e inchiostro, ora l’anima mia”.

Anima-terra-inchiostro, tre elementi che si raccolgono insieme assumendo la valenza di una trama capace di rappresentare al meglio l’oscuro e il nero e la luce dell’esistenza quale soffio vitale dello spirito, come luce che non svanisce al “Risveglio”, alla rinascita.

Importantissima la stesura grafica delle poesie, perché la poesia di Brina Maurer prima si legge con gli occhi: una spaziatura diversa o un incolonnato diverso non avrebbero dato l’idea dell’impetuosa esistenza della separazione, dello scorrere, dell’arrestare, del confluire, dell’edificare su ciò che è smembrato. In segreto, l’impaginatura costruisce quella sublimata disarmonia che diventa armonia fatta “di carne e inchiostro, di sangue e carta”.

L’eccellente lavoro della poeta è costruirsi attraverso la poesia un amore che vada al di là della realtà quando sarà costruito sull’assenza.

E la sua capacità di trasmettere è come avere in mano il filo sicuro a cui aggrapparci per raggiungere non solo la sua coscienza , ma anche la nostra coscienza. Sì, perché questa poesia tocca il pensare della coscienza.

Importantissima anche la rappresentazione grafica della copertina, a cura del poeta e compagno di Claudia Manuela Turco: Marco Baiotto. Un insieme di elementi antichi e moderni: corsetti come ali di farfalla, antenne come occhi di vetro, sangue in macchie come un pianto mentre scende e, in alto, come un sole mentre sorge. Fa venire in mente un verso della Cvetaeva: canterò ponti e barriere – i più semplici luoghi.

Volano, 15 marzo 2011

Recensione
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