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Pere di marzo

L’ infinito spazio della speranza.

La scrittrice trentina Loretta Zanella è nata a Cogolo di Pejo nel 1952. Nel 2011 ha pubblicato con Ibiskos il suo primo romanzo “Ritorno al padre” ottenendo nel 2012 il prestigioso premio nazionale “Fil Rouge” e raggiungendo un significativo successo di pubblico. Il tema del primo romanzo è sociale, attualissimo: che cosa di più violento se non scoprire che il padre, uomo vitale e bello, è malato di Alzheimer? Come aiutarlo tanto a fondo da rendergli la vita ancora piacevole? Così anche in “Pere di marzo”, c’è la stessa volontà di varcare il tempo e trovare in una storia, apparentemente legata agli anni cinquanta, l’universo delle necessità primarie di qualsiasi vita.

Amalia, la giovane protagonista del romanzo, parte da un paese tra i monti e arriva, per lavoro, in una famiglia benestante di Roma. La famiglia d’origine è all’antica, un padre giudicante e insensibile, una madre per nulla aperta alle affettuosità, e tre sorelle, tra cui Amalia. La storia è piena di nervature, di sommovimenti, di passione. Il matrimonio violentemente imposto, i due figli, che incarnano due tipologie diverse di smarrimento umano, la zia buona, Olga, le tante figure di uomini dal colonnello al suocero, dall’amante al marito, tutto ci porta nella fatica di sopravvivere, nel bisogno di sentire intorno un po’ di pace, un po’ di affetto. Tra Amalia e la vita continua a passare la morte, intesa come dignità uccisa.

Il respiro viene dal sogno. Il sogno toglie la maschera alla paura così scongiurando il pericolo di inaridire la volontà, la quale si rialza con l’invito di ri-fare il cammino, di ri-pensarlo, di ri –dirlo fra sé per guarire da ogni male. I versi del poeta Paul Léautaud (1872,1956) esprimono al meglio lo spirito che anima la protagonista del romanzo e dicono: “Io sono un realista. Mi occorrono fatti, tratti umani, cose/ vere. Io sono un gran sognatore, però! Passo la maggior parte /della vita a sognare. Ma sogno su delle cose vere”.

Anche per Amalia, la ragione è connessa all’intimità, all’atemporalità che ospita il sogno da tramutare in cronaca.

Con forte timbro espressivo, Loretta Zanella mette, fin da subito e al centro, tre forze che si condizionano e si contrastano: la mente, il corpo e la psiche. La mente di Amalia è forte perché fatta della materia del sogno, il corpo è giovane, robusto per il lavoro ma debole nell’amore sognato, tanto che non sa mettersi al riparo dalla stupidità e dal disprezzo maschile. La psiche è occupatissima a non lasciarsi sfuggire nulla di quello che vive, fa tesoro delle emozioni più intime e le fissa per un domani pieno di riscatto, fa memoria dei sentimenti mutilati e intanto si costruisce un piccolo paradiso fatto di speranza, uno spazio dove liberare le idee, con la consapevolezza di appartenere soprattutto a se stessi e non agli altri.

Ad Amalia la vita offre il peggio di tutto, eppure resiste, non impazzisce, come ci fosse una comunione ultraterrena con il dolore, cercando segni d’incanto. Amalia così si ricrea una parte occupata dai desideri, raccolti durante il giorno da minime energie invisibili, ma fondamentali e alle quali attingere. Basta la visione di un rosaio o di un tramonto perché avvenga la metamorfosi. I tramonti sono brevi e delicati, il loro rossore è presenza di pudore e qualità divine del Creato: l’immaginazione cambia i pensieri, la psiche si apre alla speranza, la speranza ha estensione in tutto il corpo, dà solidità, inebria di buoni sentimenti, apre nuovi perimetri al quotidiano. Poi si torna alla vita di tutti i giorni, ma con nuove prospettive. É da evidenziare un meraviglioso passaggio sia dal punto di vista linguistico che di contenuto umano:

“ Si tornò alla vita di tutti i giorni: Rico tagliò il fieno e lo raccogliemmo per l’inverno, accatastammo la legna come l’anno precedente, raccogliemmo le patate che avevamo seminato in primavera ed io ne approfittavo per affondare le mani nei solchi della terra per assaporare la sensazione di appartenere ad essa: questo gesto mi dava sensazioni di pace, di infinito, di immortalità. La terra mi aveva accolto quando ero diventata luce e mi avrebbe accolto quando sarei diventata notte, per questo la toccavo, l’accarezzavo, la interrogavo come colui che cerca di sapere se sprofonderà in essa per scomparire per sempre o per rinascere crisalide, farfalla, verme, fiore, uomo.”.

La forma narrativa è il diario, la forma forse più efficace per immedesimarsi nella protagonista, nel suo ritmo emotivo, nella commozione. Loretta Zanella sa entrare nel profondo, ha una scrittura respirante, nuda, sincera, scoperta, fatta di molti gesti e pochi discorsi diretti, essa costruisce un’opera riassuntiva di un’epoca come gli anni cinquanta eppure riconoscibile anche in tante realtà contemporanee, in culture ancora imprigionate nel tempo. Sotto la sua penna, la passione e sofferenza sono la paziente leva che porta al riscatto.

Recensione
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