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C’è una parola che sta scomparendo se non nel vocabolario e tale è dignità. Redigere una recensione non è fare un riassunto di un libro bensì guardarne la sostanza, guardare lo spirito delle parole che lo compongono in filigrana. Ho conosciuto e conosco sempre più persone che la dignità l’han dimenticata e forse mai avuta. Con una discreta intelligenza e determinazione si può raggiungere ogni corso di laurea e di dottorato ma non si può apprendere la dignità. Io la so riconoscere,purtroppo. Un giorno di agosto di non tanto (o troppo?) tempo fa, mia madre mi chiese sul far dell’alba di portarla in ospedale. Stava morendo e lo sapeva (già era morta di fatto tra le mie braccia) ma è morta dignitosamente, pur distrutta dal dolore. Una morte dignitosa come la sua vita.

Il presente Flusso di coscienza mi ha rievocato quel fatto terribile. E’ tale libro di Antonia Izzi Rufo una disamina lucida quanto senza retorica sull’angoscia dell’esistenza, senza esser per nulla edulcorato:tocca con delicatezza moltissimi temi che sono dell’uomo, del suo essere:la morte, la solitudine, i valori, ciò che abbiamo dato e ciò che abbiamo raccolto. Per nulla il libro, il titolo non si dà mai a caso, si richiama molto probabilmente a quella corrente, a quel flusso di coscienza che lo psicologo e filosofo americano W. James chiamò ”stream of consciouness”.

In effetti la coscienza (e le «lettere» qui presentate con una disarmante spontaneità e verità, senza veli per capirci, lo dimostrano) dell’Autrice si dispiega in un flusso non spezzettato ma come “flusso continuo”.Quindi capiamo in tali “ritratti” spesso impietosi ma veritieri non tratti discontinui ma i momenti diversi si legano per darne una sintesi esauriente. Come in una sinossi d’alto livello, ci appaiono i personaggi ben caratterizzati nei loro difetti e virtù, senza forzature di sorta.

E’, ripeto, uno sguardo impietoso sull’esistere ma questo “iter” è lucido, estremamente lucido e sincero. Poi il cuore aperto alle istanze immancabili dell’affetto verso i propri cari, la nipote Alice in particolar modo la quale è vestale, custode dei veri valori, quelli tramandati dagli avi e qui l’amore verso Alice, porta la signora Antonia ad idealizzarla e la vede come una novella Beatrice della Vita nuova dantesca. La sua bellezza è messa in risalto dal vestito rosso (simbolo della strage albigense) come appunto si ritrova nell’opera del gran Toscano e ne riporta i famosi immortali versi «…tanto gentile ed onesta pare…». L’unica idealizzazione presente non per astrazione ma per ragioni che solo il cuore capisce. Ricordiamoci che la prima ad essersi messa sotto la lente d’ingrandimento, senza infingimenti di sorta è la stessa Antonia che sa che sia il concetto di sacrificio, altra parola che va sparendo perché il mondo attuale sembra averlo ignorato come il nostro incidere sia fatto solo di “paillettes e lustrini”,di ”veline”, di edonismo esasperato. Invece c’è il problema di come giungere a fine mese, esiste il problema della Morte, della dignità dell’uomo davanti all’ineludibile meta, c’è il triste e tristo tema della solitudine per non parlare dell’abbandono. Temi che dovrebbero essere tutti analizzati ma in una recensione è impossibile. Mi ha colpito,oltre ad una panoramica poetica su tali tematiche, i teneri ammonimenti dati al nipote Yuki. Solo la dolcezza opera tali miracoli, per non dimenticare la cieca fiducia che Marco ce la farà a guarire. Dignità, solitudine, abbandoni (tale è sempre luttuoso) ma anche speranza e amore sono i motivi caratterizzanti in quest’opera di alta dignità etico-morale, pur non distogliendo mai, Antonia, il suo acuto sguardo sull’esperienza della vita permeata di angoscia perenne. C’è tanto Leopardi ma anche Baudelaire, Dostoievskij, Heidegger per citarne alcuni, ma il tutto è trattato senza boria dottorale. Si sente palpitare e fremere il suo cuore verso l’autenticità del vivere per cogliere l’essenza profonda di “essere”. E’, neanche a dirlo, un libro per palati fini, per i non superficiali. E’ un‘anima che si racconta con pudore e dignità: ma i suoi cari, i suoi affetti non fanno da cornice ma sono protagonisti anch’essi. Il filosofo italiano Carlo Michelstaedter, prima di uccidersi giovanissimo,scrisse un’opera forse dimenticata, misconosciuta ai più, La persuasione e la rettorica. Antonia Izzi Rufo è per dirla con il filosofo succitato di certo una “persuasa”, cerca ancor oggi l’autenticità della vita e del suo significato. Devo chiudere per evidenti ragioni di spazio ma tale libretto, solo per mole, è davvero toccante.
Recensione
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