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Perché tu non ci sei più
Dopo una vita trascorsa in-sieme e non solo assieme, tra alti e
bassi, tra piccoli-grandi problemi, tra dissidi e gioie, viene il dì di
ritirarsi. Si progetta come trascorrere ciò che ci resta da vivere con il
consueto decoro ma il Fato spesso è beffardo ed inclemente, ci colpisce. Il
marito s’ammala, Antonia lo cura amorevolmente e pur provata dalle fatiche
della malattia del coniuge, ha ancora il sorriso che non la abbandona, ha uno
scopo: curarlo ora come lo ha accudito per la vita trascorsa insieme.
Un
giorno l’addio definitivo e il dolore diventa indicibile, la solitudine la
attanaglia: sa che non lo rivedrà più e ondate di cupa tristezza diventano la
costante, i guardiani del suo essere, invadendola, lacerandola sia a livello
affettivo che fisico. Non si può separare il fisico dal morale che tanta
filosofia e teologia han diviso preventivamente. Antonia, che mai ha
abbandonato gli studi e il gusto di scrivere, sembra che sospenda la sua
attività così demoralizzata, colpita. Un anno dopo nasce da tal sofferenza un
ottimo libro incentrato sull’agonia e l’esperienza luttuosa, poi ancora il
silenzio che urla, dice ed ora tali pagine in cui il suo animo trova sfogo, un
valore catartico riversando i suoi “stati d’animo” su pagine bianche. La sua
poesia ha preso altra direzione (credo di averle recensito quasi tutti i suoi
numerosi libri di saggistica e di narrativa e spesso la ho prefata e curato i
suoi libri di critica che ha avuto dalla stampa): dagli sprint nell’azzurrità
la tonalità è divenuta altra. Lo dice Lei stessa (p. 41) «Dov’è il mio azzurro? / Te
lo sei portato con te / insieme al tuo / col quale era fuso in armonia / nel quale la
tua luce si rifletteva nella mia / e unico astro inscindibile / nell’Immenso
navigavamo felici».
La vita e la letteratura, il legame lo si nota apertis
verbis. Muta la prospettiva, l’ottica e resta la Solitudine e la sua
accettazione sebbene sia terribilmente dura (cfr, p. 26) e “virilmente” così
s’esprime, “al punto sono tornata / di partenza / non per ricominciare, per finire”.
Certo, vorrebbe nutrirsi ancora di frutti ma ora le manca la pianta, il
sostegno della sua anima come ben fa intendere nella poesia del 5 giugno
2011. Ormai è imprigionata dal dolore, dall’esser condannata a esser
sola, deprivata del compagno e il suo animo è incatenato, privo di slanci e
invoca l’aiuto dell’Amato che non è più (p. 22). Il suo è un cercare ma
invano, una perenne frustrazione, un perenne dolore cui non si può
rimediare. L’ultima parola della nostra esistenza è stata pronunciata in modo
categorico e ora, Antonia Izzi-Rufo, barcolla smarrita nel suo mare magnum
di sofferenza con l’aggravante della memoria che mi riporta allo ”specchio di
Dioniso” nei Mysteri Dionisiaci. La memoria, se da un lato, mi rende sempre
consapevole di me stesso, dall’altro si rivela una trappola: mi imprigiona nei
ricordi, diventa una tortura quando l’oggetto amato mi manca e l’assenza lacera,
l’abisso si fa profondo (rimando alle pagine magistrali di Proust, La
Fuggitiva in A la recherche du Temps perdu, su cui per ovvi motivi
non mi soffermerò, pur prospettando esaustivamente l’esperire luttuoso e
depressivo). Dov’è ora il suo compagno? Lo vede in ogni cosa, in ogni fiore, in
ogni manifestazione della Natura senza facili abbandoni religiosi, resta
fondamentalmente laica e non per nulla questo diario di vita inizia con una
frase tratta da Dei Sepolcri dell’immaginifico Foscolo. Vorrei
conchiudere questa mia nota con una poesia
«Son qui oggi, seduta per terra / proprio dove tu sedevi. / I miei occhi
vagano tra gli ulivi, / alla ricerca di te, / ma non ti scorgono. / Abbasso le
palpebre, / e tra le lacrime, / ritrovo la tua immagine»
Al lettore la parola. Per me, Signora, dice molto, le sono nel
cuore, lo sa.
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Recensione |
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Perché tu non ci sei più
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poesia
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| Autori |
| • | Antonia Izzi Rufo |
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Edizione:
L’Autore Libri Firenze
Scandicci 2012 |
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| pp. 70 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.7/2012
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