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Ultime su Ippolito Nievo

Proprio trent’anni fa Lucio Zinna, il profondo e sensibile poeta palermitano, iniziò a interessarsi a Ippolito Nievo; così nel 1980 uscì presso Giardini di Pisa una sua ricostruzione della vicenda siciliana dell’autore delle Confessioni, di cui questo libro è un vigoroso completamento. Nievo, che pare lui stesso un personaggio uscito dalla sua penna, è una di quelle figure che cattura i suoi adepti e non li lascia più: per l’energia creativa concentrata in così pochi anni, per l’acume di osservatore del mondo, per la limpida febbre politica, infine per l’attivissima presenza alla spedizione dei Mille, con la fine tragica e prematura che ne infibra la biografia di forza e di mistero. Come figura di scrittore romantico e patriottico si apparenta al Foscolo; ma nel modo di vivere egli fu più equilibrato e borghese (epiteto che nell’800 ha un senso anche rivoluzionario), uno spirito positivo e disilluso seppur sempre animato dai suoi ideali; mentre il Foscolo, vissuto nella temperie napoleonica, ebbe un’esistenza più impetuosa e drammatica da individualista, tutta donne, riccioli fulvi e debiti di gioco.

In Nievo, che Abba riferendosi alla traversata da Quarto a Marsala paragona a Orfeo tra gli Argonauti, s’invera l’uomo di penna e di spada, in una perfetta simbiosi morale: un esemplare di civiltà che in Italia non ha avuto molti rappresentanti. Mi ricorda a suo modo Beppe Fenoglio, che pure ebbe una vita un poco più lunga, però più rannicchiata in provincia e troppo meno partecipe alla società civile del dopoguerra. Nievo scrisse nel periodo palermitano: “Per me io sono contentissimo di fare quello che faccio; ma in punto a piacere ne sono così stufo che sono lì lì per andarmene ogni momento, se non mi trattenesse quel maledetto amor proprio...”. In questa frase c’è tutto il personaggio.

Guardando ai vari aspetti della biografia di Nievo, Zinna ha scavato negli archivi per anni e anni, ricavandone una documentazione preziosa e inquietante. Il mare tempestoso in cui il Nostro annegò con tutte le sue carte è, oltre il dato crudamente reale, il correlativo fatale di quel mare di carte palermitane in cui egli si dibatté per otto mesi come amministratore, retto e corretto allo spasimo, dell’impresa garibaldina. Scrive Zinna parlando del naufragio: “Custodita nelle cassette d’ordinanza, l’enorme pratica discendeva verso i fondali marini: aveva subito un primo insabbiamento nell’estate precedente; non era ancora primavera e l’insabbiamento diventava definitivo, usciva dalla metafora”.

Facendo tirare un gran sospiro di sollievo a molti nemici di Nievo e di quei suoi collaboratori integerrimi che minacciavano di portare davanti a un tribunale tanti ladri e calunniatori, anche eminentissimi.

Quello che viene fuori da questa indagine è qualcosa di più di un romanzo-verità (come lo qualifica la quarta di copertina), nei modi, per esempio, di Leonardo Sciascia, in quanto, via via che si legge, ci appare sotto gli occhi quasi un dossier, o meglio, un’opera in fieri che cambia prospettiva, in un continuo non-finito. (Ciò che si sta realizzando: l’autore confessa che la ricerca continua dando nuovi frutti...) Di più, la stessa sostanza narrativa pare vivificarsi con il procedere dell’indagine, fino a dipingere un quadro del radioso Risorgimento a tinte anche fosche: delitti politici, stragi di Stato ante litteram (questo nostro passato che non passa!), concussioni, ruberie, e la stessa morte di Cavour tutt’altro che definita, forse avvelenato da un’emissaria per conto di Napoleone III (quasi una nemesi della propinatagli contessa di Castiglione!). Ecc. ecc. L’affondamento dell’Ercole, un vecchio trabiccolo di 232 tonnellate, stracarico all’inverosimile di merci, forse anche di contrabbando, sul quale viaggiava Nievo con la documentazione monumentale, se trova una giustificazione naturale nella gran tempesta che lo colse al largo di Capri, è tutt’altro che chiarito nei suoi risvolti precedenti e successivi. All’epoca tale scomparsa alimentò voci assurde a livello internazionale, arrivandosi a favoleggiare di uno sbarco di camicie rosse (500!) a Spitza, in Albania, guidate da Nievo...

I tredici capitoli ripercorrono l’avventura garibaldina, dall’insediamento di un governo provvisorio a Palermo − dove Nievo entrò il 27 maggio 1860 e donde si sarebbe imbarcato per Napoli il 4 marzo successivo −, fino al costituirsi del nuovo Regno d’Italia. Zinna fa rivivere la baldoria festosa e violenta in cui precipitò la grande città insulare, la quale ben presto rammendò la sua ragnatela clientelare intorno al nuovo potere, a lungo mal consolidato. Per Nievo, con il suo carattere concreto e integro, iniziò una lotta infernale – veramente eroica, non meno che alla battaglia di Calatafimi o del ponte dell’Ammiraglio – contro parassiti, questuanti di ogni livello sociale, impiegati infingardi, rifornitori imbroglioni e traffichini di ogni genere, preti, monache, cialtroni miserabili, nobili, prostitute, e chi più ne ha più ne metta, e ciascuno chiedeva, esigeva, intrigava, calunniava (nell’ultima lettera palermitana Nievo definisce la Sicilia “isola di barbari”). Arrivò a dormire sulla cassa dell’Intendenza. Fa sorridere la famosa affermazione di D’Azeglio sull’Italia che era fatta e che ora bisognava fare gli Italiani... Era esattamente il contrario, e lo è tuttora! E per il giovane Ippolito, bello, colto, ci furono anche i divertimenti, perché da che mondo è mondo, subito dopo ogni rivoluzione o guerra, tolti i cadaveri dal terreno, la vita ripiglia i suoi sacrosanti diritti con anarchica gioia; e dopo un po’, finiti il vino e le ruzze, principiano le difficoltà amministrative e l’instaurazione contrastata di un nuovo ordine politico e sociale. Per Nievo, nemmeno da dire, prevalsero di gran lunga i doveri sui piaceri.

Alla bella riuscita del libro, sorretto da una scrittura da letterato di razza, garbata e accattivante, contribuisce la sua struttura narrativa. La partenza dell’Ercole avviene all’inizio del capitolo VIII e quindi quasi la metà delle pagine è dedicata all’indagine post mortem di Nievo. In questa seconda parte, più oscura e ambigua, si riflette in modo labirintico la prima, pianamente più espositiva sul piano storico, e così l’intero resoconto si dinamizza in un continuo rispecchiamento di fatti e personaggi. Zinna segue, quasi giorno dopo giorno, le reazioni delle varie istituzioni, a cominciare dai giornali, al mancato arrivo dell’Ercole a Napoli. Si racconta fra l’altro di un fantomatico sopravvissuto al naufragio, ricoverato all’ospedale militare. Egli avrebbe descritto in modo dettagliato l’affondamento, ma poi, ricercato da un cronista, sembra essere svanito nel nulla. Anche sull’operato del piroscafo Generoso, inviato a investigare accuratamente le acque e le coste continentali e insulari per rinvenire qualche traccia dell’Ercole, non mancano le ombre: proprio perché non fu ritrovato né un solo pezzo del fasciame ligneo ne un solo cadavere, e ciò è molto strano.

Tra le varie domande senza risposta formulate da Zinna, davvero enigmatica è la narrazione fatta dall’ex garibaldino Giuseppe Bandi nel suo libro di memorie I Mille. Bandi, che sarebbe divenuto un valente giornalista e il fondatore del Telegrafo di Livorno, vi racconta vivacemente i suoi trascorsi da combattente, di cui risulta sempre un testimone fedele e preciso. Ora, l’ultima pagina delle sue memorie, sul punto di esaurire il resoconto personale, accenna all’imbarco di lui con il suo battaglione il 22 dicembre, a Napoli; scrive: “[...] e insiem con noi escì dal porto un altro piroscafo che si chiamò Ercole. Sull’Ercole salirono parecchi volontari e il colonnello X, che recava a Genova le carte dell’Intendenza dell’esercito meridionale”. Accennando poi al fatto che di tale nave si sarebbero perdute le tracce. Zinna fa una puntigliosa disanima di questa assurdità: il luogo d’imbarco e la data sono errati in modo plateale, dato che tutti, ma proprio tutti, conoscevano quelli veritieri; e poi Nievo qualificato come “colonnello X” non sta né in cielo né in terra. È assolutamente esclusa una confusione senile del Bandi. Zinna vi legge una specie di “messaggio nella bottiglia”, in codice, dell’ex garibaldino, che oltre tutto era un giornalista battagliero, circa una presunta strage di Stato. Ma qui è bene che il lettore proceda da sé.

Ovviamente, ricostruendo la vicenda storiografica dell’affondamento dell’Ercole, Zinna non poteva mancare di riferire le investigazioni iniziate nel 1961, anno delle celebrazioni centenarie, da Stanislao Nievo, pronipote dello scrittore, circa l’esito del naufragio, ricerche confluite in un libro di successo, Il prato in fondo al mare, edito nel 1974. Furono messi in campo molti mezzi, tra cui un peschereccio munito di eco-sonda e piccoli sommergibili. Fondamentale fu l’intervento di un paragnosta olandese, allora molto celebre, Gerard Croiset, che indicò tre punti sulla carta nautica. Il racconto avvincente che ne segue termina in un glorioso fallimento, con il mancato recupero di una cassa sfondata, con certe caratteristiche esistenti nelle cassette militari del secolo scorso: “All’interno, una massa confusa, ‘una matassa permeabile, senza forma: tutto quel che rimaneva’” . Ovviamente.

Zinna verso la conclusione (temporanea?) di questa laboriosa ricerca sul Risorgimento annota: “Un’epopea da rileggere in chiave più realistica, tenendo conto delle sue numerose pieghe, che talvolta si fanno piaghe, in cui i misteri sono troppi e tanta la violenza e in cui, come in tutti i fatti della storia, molti furbi la fanno franca e altri restano impigliati nelle loro stesse trame, mentre più spesso finiscono per rimanere incagliati gli idealisti conseguenti, i puri di cuore, i poeti”. Nievo però, se poeta e puro di cuore lo fu certamente, non si rivelò un sognatore ingenuo, ma volitivo e pratico nella sua onestà, tenuto al proprio posto ingrato da “quel maledetto amor proprio”. Fu uno che ridusse l’indubbio eroismo delle camicie rosse come solamente scaturito dalla loro fiducia verso il condottiero (“fummo eroi solo per avergli creduto”) e che ironizzava sulle medaglie e le cerimonie celebrative. Da vero eroe, non visse mai di rendita sulla sua impresa. Di lui si può dire, con l’Antonio shakespeariano chino sul cadavere di Bruto: “Questo fu un uomo”. Ma in un’epoca di cinismo televisivo e consumistico qual è la nostra, ciò susciterà forse un sorriso penoso.

Recensione
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