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Una saggezza oculata, seducente per estro e improvvisazione, un’originalità intensa e spaziosa, una misura sorprendentemente omogenea, si avvertono nella recente raccolta poetica di Lucio Zinna, «Abbandonare Troia», in cui si riscontra anche un senso di forte pimento, al quale non si può dire che la letteratura resti del tutto estranea.

Poesia che ha una marcata cadenza colloquiale, che si misura e si scontra col reale, espressa con un linguaggio di lineare chiarezza, ma che tuttavia, a dispetto della sua apparente semplicità, rivela un’inquieta carica emotiva, una complessa e sofferta tensione psicologica e morale smorzata a tratti dall’ironia.

Basterebbe la poesia che conclude la silloge e che alla stessa dà il titolo a giustificare quanto con sincero entusiasmo abbiamo sin qui rilevato, ma tanti altri sono i componimenti che meriterebbero di essere citati, come, ad esempio, quello posto in limine alla raccolta: «Opera tu per la tua parte | mettiti in guerra la coscienza – insisti stringi | i denti – per il resto (sia chiaro) la vita | è vita e va (per la sua parte) dove la vita vuole | nei parametri suoi sceglie discreta a volte brutale | e all’improvviso arruffa sconvolge come un sisma ...» (pag. 11).

Coerentemente con questo programmatico avvio, s’avverte in Zinna il continuo bisogno di ricercare la dimensione più vera, e cioè più umana, degli avvenimenti; infatti, l’occasionalità dello spunto di certe sue poesie si rivela spesso per quello che in effetti è: semplice e puro pretesto per rimettersi all’opera, per riprendere un suo congeniale discorso contro tutti i vecchi e nuovi falsi idoli che egli individua col fiuto dell’autentico realista.

Attraverso una pregnante analisi del reale, Zinna riesce così a restituire a tutto una integrale globalità, ritrovando una situazione effettiva dell’uomo.

La sua virile presa di coscienza, il suo sapersi guardare “dentro” con occhio disincantato, ma anche il volersi guardare attorno con occhio vigile e aperto, per ritrovare il senso delle cose, degli uomini, dei fatti, rivelano una scelta precisa, una ferma posizione morale, un’ideologia chiara.

Tutto ciò coincide con la consapevolezza della funzione etica dell’arte, e cioè nel far sentire il valore della vita, del rinnovamento, attraverso la consapevolezza del loro legame con la morte, il disordine, la corruzione. Ne scaturisce una poesia che pone pesanti interrogativi sull’attuale momento storico e sull’umano divenire.

Con pressoché costante forza drammatica e grande slancio lirico, Zinna riesce così a individuare il senso della realtà e del mito, che a volte paiono confondersi, ricordando il fluire della vita nelle diverse epoche storiche, il continuum temporale fra gli avvenimenti più remoti della storia dell'uomo e quelli attuali, per giungere a questa amara conclusione: «Piantare tutto. Allogarsi da queste parti | con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio | mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo | prima che entrino falsi cavalli … » (pag. 57).

E la proposta di questo neoprimitivismo ha il senso allarmato di un impossibile ritorno ad un mondo prestrutturale capace ancora di «reinventarsi le albe e i tramonti».

Recensione
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