Alghe e fanghiglia

Nella penombra blu
galleggiano
leggeri
gli ectoplasmi

bene lo sanno
loro
d’essere percepiti da pochi eletti
così da molto tempo
si sono rassegnati ad esser trasparenti

io che non m’illudo di stare tra quei pochi
cerco di capire cosa sono
le forme
informi e ondeggianti
che tutt’intorno a me
luccichio
volteggiano.

È una poesia del libro di Edith Dzieduszycka: c’è la «casa austera dalle persiane verdi», ci sono degli esseri invisibili, gli «ectoplasmi», ci siamo, invisibili, noi i lettori, ci sono gli abitanti della casa, rigorosamente anonimi, c’è tutto ciò che ci deve essere, c’è il padre e la madre dell’autrice, o meglio, l’assenza del padre e della madre portati via dai nazisti durante l’ultima guerra, c’è un «muro altissimo», e poi c’è il misterioso mondo dell’infanzia. Ci sono delle alghe e delle fanghiglie, tutto ciò che resta di quel mondo lontano:

Per i miei cinque anni
regalata mi fu una colomba bianca
bestiolina gentile che nominai Justine.
Aperta la sua gabbia svolazzava felice
andando a posarsi sulla spalla o la testa
di chi la invitava.

Insieme a lei, più conigli e galline nel pollaio
in sette eravamo in quella casa
dalle persiane verdi di fronte alla scuola
un uomo, mio padre e sei donne
chiuse le serrande contro orecchi malvagi
ad ascoltare alla radio messaggi oscuri
a vigilare seri e bisbigliare cose che non capivo.
Verso di me piovevano, severe ed accorate
le raccomandazioni sul come comportarmi:
“Se gente sconosciuta incontrata per strada
ti fa domande strane sulla nostra famiglia
mentre vai nel villaggio a comprare il pane
devi fare la stupida e dire:
Non lo so, io sono piccina”
poi subito di corsa tornare a casa.

Successe una mattina plumbea di novembre
mai più adatto il giorno
- due, quello dei Morti –
che rimarrà per sempre nella mia memoria.

Calzata da stivali
serrata in vert-de-gris
irruppe a mezzogiorno abbaiando
una squadra feroce
che alla vita vera e a noi tre sorelle
strappò all’improvviso madre e padre.

Lasciata fu poi la casa
vuota
spalancata
noi sorelle spaurite
messe al sicuro da persone pietose
nascoste e protette insieme a Justine
minuscolo tesoro nella gabbia rinchiusa

Cupi e angosciosi come gelida nebbia
vennero poi i giorni dell’attesa
le notti afone dei roventi perché
il Tempo del Silenzio.
ra il prima e il dopo
eretto era stato
un muro, un Muro altissimo
di sospetto e di paura.

In quella casa austera dalle persiane verdi
casa di pietra grigia a prima vista anonima
in quel cortile stretto fra dimore ostili
visitato di notte da ombre fluttuanti
accadevano ora eventi insoliti
che vedevo solo io
nessun altro sapeva.

Porte che sbattevano
quando lontano già era fuggito il vento
finestre spalancate all’improvviso chiuse
come gusci gelosi e silenziose bocche
pareti stropicciate, da ragni
e pipistrelli rammendate agli angoli
scala che scendeva invece di salire
nell’androne budello
bagliori ballerini
e presenze malvagie dalle mosse furtive
un granaio di fronte pieno di meraviglia
corone e perline
perfide trappole.

in quella casa tetra vestita da fantasmi
dal ricordo distorta e mai più disertata
viva ancora, nei miei sogni
e dal respiro caldo
forse ritroverò il filo della storia.

Alghe e fanghiglia è un libro testamentario, all’interno vi scorre il filo rosso della morte che fa da guardiano ai ricordi e li obbliga a stare all’erta, conficcati come chiodi nel panno della memoria. Scrive Sandro Gros-Pietro nella quarta di copertina: « Il libro è scritto in forma di mantra, cioè di un viaggio circolare compiuto in cinque tempi, che sono le altrettante sezioni del libro. La prima sezione, denominata L’affiorare, rappresenta l’apertura e l’ingresso nel mondo creativo della scrittrice. La seconda sezione, denominata L’infanzia, collaziona e riscontra i fatti reali della vita infantile con gli echi confidati e racchiusi nella scrittura. La terza sezione, La nuova vita, racconta l’invasione nell’anima e nel corpo del grande amore e del grande evento di vita vissuta e di vita immaginaria coltivata a due, con l’anima gemella. La quarta sezione, L’ego, racconta il passaggio alla solitudine vissuta nella comunione non più con l’anima gemella, ma condivisa con la moltitudine del mondo intero. La quinta sezione, Le somme, chiude idealmente il giro del mantra e riporta al punto di partenza, in un’ideale reincarnazione e ripresa della vita: è di nuovo un’apertura sulle prospettive del mondo creativo della scrittrice, e sulla vanità di dare loro un marchio predefinito e reimpostato. Edith Dzieduszycka è da annoverare tra le scrittrici italiane più significative e più propositive della nostra letteratura.»

La poesia finale della penultima sezione è particolarmente toccante, è un chiedere scusa al lettore per quel che si voleva dire e che non si è riusciti a dire:

Scusatemi vi prego
ho perso in quest’istante
ho perso e non so
se lo ritroverò
ho perso – vi dicevo –
il filo del discorso

è veramente strano
avevo tante
ma tante cose ancora
da raccontarvi
Povera testa mia
sta perdendo i colpi
ora mi ritrovo qui davanti a voi
come una stupida
che non sa cosa dire

Scusatemi ancora
è meglio che mi ritiri
confusa e vergognosa
e vi avvisi quando
- semmai riuscirò – a riannodare
di quel discorso monco
il filo difettoso.

*

Certo lo vedevo
il cielo
ogni mattina
alzando un occhio appena
sull’angolo sinistro
in alto della finestra

certo lo vedevo
il cielo
andando per le vie della città frenetica
però non lo guardavo
ormai abituata alla sua presenza
vuota indifferente

invece mi ha colpita
non so perché stasera
la tela fitta
groviglio inestricabile contro il suo schermo
dei rami dell’inverno
tibie nude sul Lungotevere
deserto.