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Intervento in occasione della presentazione
della poetessa
Ninnj Di Stefano Busà

La Camerata dei Poeti
Firenze, 16 marzo 2011

Carmelo Consolii

Partiamo subito da una affermazione e cioè che questo libro ha una sua logica ed una sua unità nel porsi come prevalente considerazione filosofica -esistenziale sui contenuti vitali che non ha velleità di risposte dottrinali ma unicamente continue esplorazioni tra stagioni di luce e consapevolezze di assenze, esili, silenzi. Vuole essere quotidiano resoconto di un vivere tra presenze amare e ritorni edenici nel tentativo di illuminare il significato dell’esistere, condotto con estrema spoliazione di sé e coscienza dei limiti umani. Rappresenta in tal senso uno scavo profondo sul percorso e sul mistero della nostra vita. Basterebbe, del resto, dare una rapida scorsa ai titoli delle singole opere per rendersene conto.

Poetica fluttuante tra la percezione del finito materiale e dell’infinito oltre, (oltre la metamorfosi per citare sue parole), condotta con lucida consapevolezza attraverso una meditazione profonda, sofferta, una confessione che è canto dolce e aspro dei contrasti, lirica di nostalgie e stridori assieme al richiamo di una fede, che colmi per dirla coni suoi versi “quella insostenibile distanza dal cielo” di cui scrive: ”c’è solo da immaginare la virtù degli angeli, le loro ali, le ninne nanne di un coro di bambini”.

Si ha abbandonandosi a questa poesia dalle tonalità vigorose e delicate al tempo stesso, la sensazione che diventa via,via pura emozione, di entrare in un solco vitale ondeggiante tra ombre e luci, suoni e silenzi, presenze e solitudini perennemente a cavallo tra la coscienza dolorosa dell’esistenza, cristallizzata nei propri conflitti, la trafittura, come ella la definisce della realtà e la fuga, l’evasione verso incontaminate sponde e spazi di purezza d’anima.

Una raccolta intessuta di fiati memoriali, sinfonie di stagioni; uno scorrere inesausto e affollato di nature, paesaggi e cromie di particolare bellezza, data anche la matrice meridionale dell’autrice. Insomma un’amplio excursus tematico portato avanti con la tecnica delle riprese, degli approfondimenti, delle combinazioni, degli intrecci e con il supporto di tonalità in ampie variazioni musicali, la cui armonia e luminosità viene costantemente violata dalle arsure simbolo di mancanze di linfe esistenziali o accendersi di tensioni emotive, dalle assenze (termine questo più volte ripetuto), come mancanza di contenitori vitali, ma anche come incomprensione e lontananza dall’Oltre, ed infine da una realtà indecifrabile e misterica che tutto avvolge, di cui si avvertono con estrema acutezza le fragilità e silenzi.

Una incredibile ampiezza delle interiorità scandita dal termine “Tempo” che è interprete “primo attore” della raccolta nelle sue sfaccettature varianti dall’attimo lucente, dal minimo salvifico dettaglio, da un solo giorno d’idillio, a tutto il resto che è vuoto intorno, nella sua comprensione esaltante e dolorosa. Lirica che si mostra corposa, palpabile nelle fragranze, nelle presenze in cui si agitano dentro con pari bellezza il viburno, le mortelle, oppure il rezzo, le ginestre avvampanti, o i gelsi, i melograni, le cicale sempre attenta alla ricerca della parola nel suo massimo contenuto espressivo, all’essenzialità del significato e del significante sapientemente condotta sul piano metrico con una linguaggio raffinato, icastico, con l’utilizzo di similitudini inedite, aggraziate componenti metaforiche, enjambements, piacevoli assonanze e allitterazioni.

Ma torniamo alla questione irrisolta tra luci e ombre. Nel loro strenuo contendersi tra chiarori di alture di pampini, gramigne di lucciole, fuochi, case bianche e ancora grido di semine, tratturi tra lune e grilli e ombre, scuri della nicchia delle assenze, sensazione di macerie, del “resto che è grido o abisso che di se ci colma e di “ogni giorno che è principio alla sua fine” (cito tutte parole dell’autrice) la poetessa passa al setaccio paradisi e purgatori in cerca di una soluzione al dilemma esistenziale.

Allora se da una parte il lettore subisce la fascinazione del respiro vitale dell’autrice che con abilità trasmutazione poetica ci conduce in un mondo altro di azzurrità celesti e rigenerative fragranze dall’altra ne constata la fatica del vivere o del sopravvivere, l’umiliazione costante, il crudo dolore, il frequente dissolvimento, così come l’esilio aspro , le nature disseccate, le “rigogliose spirali di nequizie amare” e la morte ”là ove periscono tutte le cose” (e qui ritorniamo alla metamorfosi). - Questa costante ambivalenza del sentire la permanenza terrena(questo “essere vivi e dispersi”) sopravvive nelle poesie e si esalta a mio giudizio nella sezione “Le linfe del distacco” come ad esempio nelle liriche ”Mattinali di allodole”, “D’ambrosia la tua manna” , “Ginestre”, “Petali selvaggi”, “S’attenua la magia”; tutto insomma si svolge all’insegna del sogno luminoso e del risveglio amaro.

E così si procede in palpitante alternanza tra esplosione ed implosioni di luce, fino a quando questa ardua tensione alla lettura si scioglie e dalla scrematura degli opposti la soluzione ci appare chiara. Intuita, scavata, dissepolta dalle profonde crepe esistenziali esce fuori vincente la luce solida dell’amore, come possibilità di riscatto, positività al nonsenso dell’umana condizione, superamento di una vita che compie “la cupio suo dissolvi” ; luminosità annidata nelle pieghe dell’anima, quella consapevolezza insomma al di sopra di ogni smentita dolorosa e di ogni ombra mortale di essere partecipe alfine di un infinito e di un eterno.

L’eterno salvifico si fa dunque pulsazione fremente nella Busà attraverso i segmenti o graffiti d’anima che esplodono pronti a restituire soglie di salvezza dagli annichilimenti e dai travagli. - Dice la Busà: “la sconfitta è rimanere fianco a fianco nel precipizio d’ombre, nei silenzi arresi dell’ultima imperfezione”.

Sono allora gli stupori memoriali, i candori affettivi nelle figure della nipotina, della madre, le amicizie, la maternità rappresentata nella poesia “Come un piccolo fiore” e tutto l’humus trasudante dell’originaria bellezza della natura a compiere il miracolo, a staccarsi dalla struggente consapevolezza di un dolore antico quanto il mondo, è l’anabasi del cuore a fendere le tenebre del mistero ed il segno cristiano che già peraltro compare soprattutto nella sua opera ”L’assoluto perfetto”. Scrive versi mirabili la poetessa nella poesia” L’amore”; recita così: “e tutto par nato dal piccolo giglio solitario ai piedi di una Croce.”

Luce dunque che coglie l’attimo, che illumina i dettagli, luce effetto speranza, collante stupefacente per l’arduo passaggio terreno nella individuazione di uno spiraglio di immortalità e d’infinito, nella rivalutazione dello spirito. In “qualche grano di poesia “ si legge: “Eppure cerco ciò che sorprenda, il fiato dei pensieri, l’orma di Dio” ; un sogno dunque anche in cerca di fede nei valori di riconoscimento.

Vi sono in questa poetica molte sintonie sia con il pensiero quasimodiano che con quello ungarettiano per le tematiche inerenti il tempo reale e metafisico, per il riscatto al vuoto universale, ma anche uguaglianze alla poesia di Mario Luzi per l’apertura a Dio e alla fede.

Mi avvio alla conclusione con una riflessione sulla prefazione al libro e cioè che questa si pone come splendido, ideale corollario alla bellissima raccolta, in quanto realizzata dal’illustre Emerico Giachery che dall’alto delle sue opere e tra tutte quel mirabile saggio titolato “ Abitare poeticamente la terra” ha colto come pochi altri avrebbero saputo fare la valenza del segno luminoso emergente dai versi, lui che del nutrirsi d’armonie e di poesie d’anima ha fatto il suo modus-vivendi.

Giachery ci riporta dunque inevitabilmente alla poesia e la poesia della Busà al poeta che lei stessa lucidamente definisce: “grido di sciacallo, pelle d’angelo, fiore pesto, infinito barlume della luce che tocca il mondo”.

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