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Ora che è tempo di sosta

Firenze,
Camerata dei Poeti
21 giugno 2017

Colpisce subito di questa notevole silloge poetica, articolata su quattro sezioni, l'utilizzo di una parola dal timbro sempre alto, asciutto, incisivo che niente concede a dispersivi fraseggi ed è frutto di un’accurata ricerca linguistica nonché di una naturale predisposizione verbale che tende a impreziosire il lessico.

Una composizione lirica sviluppata per assolvere al compito di svelare con immediatezza immagini, emozioni e contenuti esistenziali più significativi, sia attraverso una metamorfosi poetica del momento, dell'istante illuminante della natura e della fisicità, anche statica delle componenti analizzate, sia attraverso l'emozione dei ricordi per giungere poi ad una sintesi trasmutativa finale di grande effetto, sostenuta anche dal fatto di essere ben articolata e mobile muovendosi agevolmente tra incantamenti, domande, dialoghi e riflessioni.

Nella premessa a questo suo libro l'autrice presenta la relazione che corre tra la parola e l'immagine (non una sovrapposizione tra loro ma un accostamento, afferma) e ancora ella spiega dove si orienta la sua ricerca linguistica ed espressiva, ossia nella ricerca dell'intercapedine sottile che separa il visibile dall'invisibile per giungere allo svelamento, ad una realtà superiore.

La sua introduzione è quindi una rivelazione in anteprima del suo procedere e propedeutica ad una matura interpretazione delle liriche che ne spiega e giustifica lo svolgimento.

Ed allora la nostra autrice già dalla prima lirica del volume, intitolato non a caso con una frase che invita ad una profonda meditazione/riflessione, ossia in Canto a un esule, mostra di quale notevole capacità poetica sia capace nell'incidere in profondità nella tematica della vita, del tempo e della natura.

Scrive, rivolgendosi al padre “Siediti più in là, nell'ora che inclina / contro i fuochi del cuore e del ricordo / e d' infiniti echi infradicia attese”ed ancora:” Siediti ora che è tempo di sosta / e scende canto di stelle in quest'aria / senza confini né storia, e chiaro, / più chiaro ancora è lo sguardo del mare”.

Nelle pagine seguenti non scadrà mai questo suo procedere quasi in forma, austera, sacrale della parola, che sa essere però anche alata, musicale, intima, dolce nel suo mescolarsi alla natura e alle immagini, sempre attenta a imbrigliare voci, suoni, cromie, e profumi del suo habitat, in gran parte dominato dal mare, ma anche pronta a cogliere le sfumature di statiche immagini come nelle bellissime poesie, supportate dalle foto, Immota ruggine, Maschere, Oltre il corridoio e Vespro in preghiera.

Una parola che è sempre in erudita alta tensione, anche in virtù di quel suo posporre spesso la forma verbale al soggetto e che talora ci riporta a rimembranze quasimodiane, leopardiane.

L'autrice denota nel suo cantare una grande capacità descrittiva che va di pari passo con la nobiltà e la passionalità ben imbrigliata dei suoi sentimenti e della sua umana pietas e questo si evince soprattutto dalle liriche dedicate al padre (tra le più belle, devo dire, su questa tematica da me lette) e da quelle che fanno affiorare la bellezza dei ricordi e dei luoghi cantati della giovinezza, che vengono innalzati sovente a simbolo di momenti mitici ed irripetibili.

Tanta è la sua abilità narrativa da farci entrare fisicamente nei luoghi descritti e coglierne la sostanza descritta, renderci partecipi dei paesaggi e del loro scorrere.

Ma la poesia di Angela Ambrosini è anche sapienziale soprattutto nelle sue chiusure, capace di entrare in profondità in pochi efficaci tratti nelle questioni fondamentali dell'esistenza.

La questione del “Tempo “ad esempio, direi che è fondamentale nella sua inquietudine lirica; recita ad esempio in “Immota Ruggine”:“Inchiodato è il tempo in questa / teca di vite vissute, taciute, impigliate tra le spine / di tante passioni che pasqua / implorano strozzando paure / e gioie incolori” e ancora in “Dentro il quadro” dove scrive: “Dove sono, dimmi, quei giorni nostri, lucerna d'eterno in mille altri persi / a sbrogliare ferite, mamma , dove?”

Ma anche la problematica della morte, irrompe, ma vista sempre in orizzonti di rinascita e rifioritura e la ricerca lacerante di una identificazione / scoperta con e del divino, leggi le esemplari liriche Meditazione sulla Sindone e Vespro in Preghiera.

La prima sezione di questo volume, in modo particolare, è gravida di considerazioni esistenziali, che mescolate al suo davvero notevole e coinvolgente stupore poetico, la rendono ricca di innervature pregevoli e profondità considerevoli.

Pensiamo ad esempio alla sua bellissima poesia sul ricordo delle “Foibe” dove viene espresso tutto il suo canto attonito, stupefatto, lacerante di umanità e pietà umana per le vittime di quella tragedia.

Angela Ambrosini dunque copre la sua poesia di quella introspezione esistenziale matura e sofferta, inquieta e carica di sguardi onirici che le permette di versificare abbinando al meglio la fascinazione delle immagini con la sottolineatura delle grandi tematiche che avvolgono la nostra vita come il dolore, la gioia, la sofferenza, e tutte le sfumature delle virtù, dei vizi, delle passioni, delle tragedie nel contesto della storia.

Una poesia pertanto completa e ricca di fascino e contenuti che trova nelle sezioni successive Stagioni, Parole di creta e La mia città in versi “momenti di maggiore distensione lirica nelle sue considerazioni umorali sulla natura e sui luoghi visitati, come in Grattacieli a New York e Vista sul Mediterraneo.

E poi un’ultima dedica finale alla sua città emotivamente e gradevolmente vivisezionata nelle sue mura, giardini, androni, gronde di tetti, goduta nei fasti dei saloni dei palazzi.

Concludendo questo volume mi sembra una nuova matura e convincente sua prova poetica che la rende come autrice ben riconoscibile, autorevole e apprezzata nel panorama letterario odierno.

Chiudo nella condivisione delle parole dell'autorevole prefatrice Ninnj di Stefano Busà che coglie nella sua poesia “una suggestione che deriva dall'appercezione, ossia dalla percezione nella percezione, agganciando tutti gli elementi presentati, in forma alata, godibile, aureolata, con un apparente senso di sperdimento, oltre il confine (che poi, aggiungo io è il contrassegno del vero poeta) corroborata da una indagini filologica-immaginifica, che la innalza attraverso il vaglio storico di un simbolismo personale e ben congegnato”.

Recensione
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