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La dissonanza etica degli odori
di Le grazie Brune

1 due codici [...], quello della frase (oratoria) e quello
della figura (erotica) si danno incessantemente il cambio,
formano una stessa linea, lungo la quale il libertino circola
con la stessa energia: la seconda prepara o prolunga
indifferentemente la prima, a volte addirittura l'accompagna.
(R. Barthes, Sade, Loyola Fourier)

Io espongo le idee che dall'età della ragione si sono identificate
con me e all'erompere delle quali l'infame dispotismo dei tiranni
s'era opposto per tanti secoli. Tanto peggio per coloro che queste
grandi idee potrebbero corrompere, [...], suscettibili come sono
di corrompersi a tutto! [...] Non è a loro che parlo: io non mi rivolgo
che a persone capaci di capirmi e queste mi leggeranno senza pericolo.
(Marchese de Sade, La filosofia nel boudoir)

"Sono un libertino, io non sono un criminale o un assassino". Così - nell'aria di ostracismo, persecuzione e condanna che circondava l'opera e il suo autore -, Sade: "non ho sicuramente fatto tutto ciò che ho immaginato, né mai lo farò". Sono un libertino, non sono un "guardone". Così - nell'inferno "del mondo, nel rischio di un regno distaccato e misterioso, di cui sappiamo solo che ci inghiotte e rapisce, senza scopo e ragione... afferrare l'attimo fuggente" (p. 174) -, Manio/Velio (Velio Carratoni, Le grazie brune, Fermenti Editrice, Roma 2003): "Ormai il mio scopo è il non agire. In uno stato di sospensione, di immobilismo. Il pensiero si fa sentire obnubilato. Non mi rimane che analizzare disordinatamente me stesso" (p. 162). Il disordine dell'analisi descrittiva, nel caso de Le grazie brune, è però la fonte dell'ordine del racconto che procede per episodi, frammenti e dettagli svelanti ora un personaggio (Lorise) ora un altro (Monica, Stefania, ecc.), ma tutti, ci pare, sfaccettature di un unico soggetto tematico: le ragioni del corpo, i suoi umori e l'occhio come canale privilegiato del vedere, del vedersi e del farsi vedere; una "teoretica?" di reciproca complicità più o meno esplicitamente dichiarata, e la 'curiosità' come passione e azione conoscitiva. Esporsi al desiderio della vista come filtro di penetrazione e conoscenza è movente comune, infatti, sia al libertino Manio che ai personaggi messi in scena, che sono il nutrimento della sua passione ottico-teoretica scritta con la lingua e l'analisi letteraria.

Quasi una concupiscientia ocolurum per bramosia di spettacoli insoliti; una curiosità smaniosa, fine a se stessa, di provare e di conoscere mediante il nexus del corpo e della sua potenza. Un potenza che si manifesta nella sua materialità gioiosa di pulsioni e spinte carnali che urgono tra sensualità e sensualità di atti vissuti e immaginati visivamente o dietro le fessure - «Sono rientrato in casa, prima del tempo, per spiare Lorise aggirarsi, muoversi nell'appartamento di fronte al mio. È a circa trenta metri di distanza. Entrambi siamo al terzo piano. Spero che qualcuno vada a trovarla. È solita mostrarsi in atteggiamenti intimi a finestre aperte. Forse sa che solitamente la spio» (p. 15) - o in luoghi aperti et coram. - «Quando mi accorgo distrattamente di loro, tento di distinguerli, quasi per dimostrare alla coppia che, in fondo, mi piace osservare anche altri aspetti frammentari di una realtà frantumata e assurda come la mia presenza in quel luogo, in cui non mi ha mandato nessuno, ma solo un desiderio di andar via, di rendermi anonimo e inconsistente [...] Mi trasferisco da loro, dopo che si sono presentati e mi hanno detto i loro nomi: Stefania e Marco... Parlo con gli occhi. Marco mi risponde egualmente in silenzio: "Siamo una coppia affiatata. Non ci disturba essere notati, ammirati. Soprattutto ci piace colpire e farci desiderare [...]" [...] "Vi è capitato di essere ammirati o osservati assieme?" [...] Ogni sillaba, l'ho pronunciata per balbettare intenzionalmente, per dimostrare la mia malsanità interiore per la quale anche respirare, muovere le dita o la mano è segno di morbosità da svelare [...] "Circa un anno fa con un nostro amico è capitato in macchina, i sedili abbassati. Lei in mezzo, noi due maschi ai lati [...] Se dovessimo rifarlo, lo faremmo solo per farci osservare. E un po' per sfidare"» (pp. 28, 29, 30).

Ora, per quanto astratta e artificiale possa essere la narrazione del libertino, che sa dell'assurdo e, a volte, si lascia a qualche colpo d'ala con i pensieri di qualche filosofo, l'analisi e l'organizzazione dei particolari ha degli ambienti di riferimento noti e familiari. L'analisi, tra stilemi letterariamente ricercati e uso di altri enunciati più d'uso corrente, ma non per questo impertinenti e meno penetranti o significanti, procede infatti sullo sfondo di una cornice spaziale limitata (una certa Roma), ma modulante uno stile di vita che sembra senza tempo e storia. Sembra! La storia è invece lì - incardinata con il suo modello di correlazione culturale di identità e differenza che si snoda e denuda nelle movenze, nei vestiti, nei gesti, nei riti, negli atteggiamenti e nei comportamenti, che sanno di sapori e di odori di "scrofe" senza riserve -, nell'esistenza concreta dei personaggi del racconto; nei soggetti che lo scrittore Carratoni ha simulato e letterariamente presentato senza malizia e con il disincanto di chi - dopo Sade e lo smascheramento delle coperture ideologiche operato dalle scienze umane critiche - vede ancora una società che addita, discrimina e "perseguita" pubblicamente le "diversità"; lì dove, già in interiore hominis e nei luoghi appartati o allusi delle case, della città o della stessa comunicazione, casualmente fatta scattare per gesti e sottintesi, soggettività libere frequentano la temporalità propria e la logica della sensazione con il senso (vissuto) della sfida alle convenzioni della modernità frenata da un costume tuttora gesuitico quanto punteggiata da buchi neri del corpo e della sua carnalità. La modernità del disincanto e della razionalita calcolistica e dispiegata, infatti, non manca di zone d'ombre, e nessun modello o intrigo razionalizzante può portare a soluzione trasparente definitiva. Per dirla con Bataille il 'sacer' dell'eros non è disciplinabile, e per quanto le ragioni di un modello possono diventare censura, dominio e controllo, quelle del corpo e del desiderio (direbbe Spinoza) sono più forti e mettono in crisi i nessi tra nomi, cose e valori facendo vedere di "che lacrime e sangue" grondi qualsiasi razionalismo, essenzialismo metafisico o naturalistico che sia o etica cristiano-borghese. Secondo Foucault, i personaggi del Marchese de Sade avevano già messo in crisi la corrispondenza tra l'ordine delle parole, delle cose e dell'idee che la filosofia moderna aveva messo a punto partendo dalla capacità di rappresentazione del soggetto e del cogito.

Emblematicamente, Foucault ha posto, infatti, l'opera del divino marchese (Sade) nel momento in cui la crisi dell'age classique (l'episteme che interconnette l'ordine delle cose con la razionalità dell'ordine delle idee per rappresentazione di identità e differenze) e sia segnata dalla presa di consapevolezza della convenzionalità e arbitrarietà linguistica sia dall'esplodere delle passioni e dei desideri del corpo che non si sottomettono a nessun paradigma della razionalità della rappresentazione cognitiva. Se c'è una trasparenza rappresentativa, come mostrano le azioni e le passioni dei personaggi sadiani, è della vis del desiderio che svuota il "sum" del cogito e l'etica della purezza, del peccato e dell'espiazione che, poi, prendera i connotati della Lucia manzoniana. Una visione/un modello non e solo teoretica/o: la crisi d'ordine e di corrispondenza, annunciata dall'opera sadiana reclamante le urgenze del desiderio e del piacere, e anche crisi di etica e della relazione tra nomi, valori ed emozioni. Ma quello sadiano è un annuncio libertino in una società ancora massicciamente ancorata al puritanesimo e all'idea che il corpo con la meravigliosa macchina dei suoi desideri precategoriali e dell'ordine del male, e che la `curiosità' del vedere è invece dell'ordine del peccato della concupiscientia ocolurum.

Velio Carratoni e i personaggi di Le Grazie Brune, invece, vivono la demistificazione sadiana in un contesto in cui la trasparenza del nudo e della sua esposizione allo sguardo di tutti è un fatto diffuso e valore di scambio sia simbolico che mediatore di «merci» altre; non è curato più come peccato e male, anzi. Non è più un annuncio ma una pratica del quotidiano sebbene nella doppiezza della morale privata e pubblica. L'alterità d'essere "sadiana" è, dunque, oramai ampiamente diffusa nel tessuto del quotidiano dei personaggi/soggetti che animano la "diversità" raccontata di Le Grazie Brune di Velio Carratoni. La vis del desiderio e del piacere dis-forme non è più momentaneo smarrimento di identità chiuse, ma strutturale dis-seminata richiesta di varietà di rapporti; e modalità di godimento d'esser-ci in transito plurirelazionale di contatti e fughe insolite quanto inafferrabili; non è il caos della violenza dei desideri scatenati, che azzera la capacità rappresentativa e d'ordine dei protagonists, quanto - ci sembra - un'identita plurale vs l'identità monolitica, fondamendalistica ed escludente di certa modernità dommatica e mistificante ancora agente. E l'istante e la sua precarietà, in questa processualità esistenziale, e "occasione" propizia di vita liberamente decisa, realizzata, appagante e coagulatesi in pensiero ad alta voce, come capita spesso di sentire in bocca alle figure femminili. Ma i pensieri sono anche estrapolati, importati/esportati e, dal nostro autore, trasportati in/da altri testi (il sorriso funesto - aforismi) come in: "Più vengo sbattuta, palpata, annusata, imbrattata, più il mio spirito si nutre di nettari decomposti, ma vivi. Fin quando già lento la capitolazione in agguato. E allora mi sentiro spossata ma ricca di sensazioni immagazzinate".

La diversità non è dunque, una promessa che si annuncia a-venire, e di pochi. L'annuncio non è più tale: si è stabilizzato voce in stato di core. La crisi d'ordine non vive nell'anticipo di un fuori tempo, ma nella prassi di tante Justine e Juliette senza più confronti con Lucia/-e di manzoniana memoria che si espongono ai "contatti" di tanti altri voyeur non regolari. Le Lorise, le Moniche e le Giade - che la "violenza" del desiderio dis-piega in una rappresentazione trasparente e impeccabile di attimi fuggenti e relazioni multiple in piena e diffusa coscienza consapevole di fronte allo sguardo anatomico del giornalista libertino - non sono infatti, un'eccezione. Il loro punto d'approdo non è più il mondo di Lucia "promessa sposa", ma l'autenticità del sentire e del libero decidere di se stessi contro un mondo d'ordine che vuole la sessualità, soprattutto femminile, siliconata, oggetto, proprietà, merce, prestigio di conquista da spendere sulla scena del mercato e dello spettacolo strutturati di perbenismo e conformismo. E soprattutto è anche la loro rappresentazione che si realizza nelle rete delle relazioni individuali, che trovano in un certo assetto socio-culturale, piuttosto che nella macerazione introspettiva monadica. E per questo, quella coscienza della vis "dissacrante" del desiderio e del piacere, così consapevole e diffusa, è anche etica oltre che critica. A-normale e patologico risulta l'ordine castrante delle idee razional-borghesi che si è calato in comportamenti istituzionalizzati quanto ripetitivi e passivizzanti; mediato dalle sublimazioni socio-culturali funzionali al dominio del mercato e alla doppiezza morale, quest'ordine, subordinante quanto assurdo, appare insensato alla luce dell'eros che vive sia di immaginario simbolico che di relazioni concrete. La "fisica" dell'eros è spiazzante e desituante, e la visione del libertino ha un'etica per cui il vedere e il suo dettaglio diventano un desiderio e una passione di compenetrazione e composizione conoscitiva.

Di fronte all'occhio altro, ma anche alle mani e agli odori e ai sapori, di Manio, la voce narrante di Le Grazie Brune, c'è allora anche una certa eticità che scorre per le vie della conoscenza erotica "eterodossa". La posizione di spettatore contemplativo - quasi osservatore distaccato dalla scena dove si consuma anche la sua partecipazione di attore che "non agisce" - che Manio riconosce a se stesso non depriva però i personaggi dall'assumere decisioni in libertà di scelta e autonomia d'intelligenza. Del resto pare che la stessa assunzione di " stato di sospensione" di Maio sia un atto di epoche, e in quanto tale un atto volontario di decisione paradossale di agire "non agendo". Sono uno spettatore, un "contemplatore" dell'azione. Anzi, durante il tragitto narrativo - che di frammento inframmento va tuttavia delineandosi come un racconto unitario - lo sceneggiatore dice: non agisco. Le azioni e le decisioni appartengono, infatti, alla Grazie Brune - Giada, Lorise, Monica, ecc. - che non si riconoscono nel perbenismo e nel conformismo della società borghese omogeneizzante, e non gratificante. A questo status, le Grazie Brune si ribellano e si sottraggono. L'azione unificante è tutta incentrata - sembra - sull'antagonismo che confligge con la negazione delle ragioni della sua "spirituale" corporeità che urge nei pressi dell'estetica trasgressiva e liberante, e non certamente perché esibita come "pubblico" spettacolo di consumo calcolato, devitalizzato e deviante. Ed è qui la sostanza etica del racconto di queste storie "frammentate", nella trasgressione che prima di tutto è rifiuto della omogeneizzazione, e posizione di sé come libertà che decide; scelta e azione di un percorso d'identita "singolare" fuori dagli schemi dell'obbligo della gerarchia d'ordine che, tuttavia, ne motiva e ne anima la differenza. Come dire che fuori dal contesto e dall' intreccio delle relazioni non c'è evento ne scrittura che pone e avanza il fare. Ma l'istanza unitaria ed etica del romanzo di Manio/Velio è anche nella tensione veritativa e di senso che sommuove l'intreccio delle azioni e delle riflessioni narrative.

Manio, giornalista, è coinvolto in inchieste e (indirettamente, anche) in considerazioni che si fanno anche giudizio di valore (lì dove emerge la denuncia del compromesso, il patteggiamento o la scappatoia del quieto vivere, la mercificazione o il rifiuto di essere puri oggetti di scambio, transito di rapporti di potere, "normalità senza sbocco", scioperanti senza l'anima dello sciopero). È anche un protagonista non-agente che è attraversato da sensazioni intellettive, conoscitive ed estetiche che lasciano presupporre un retroterra di specifico significato est-etico e riconoscibili radici analitico-culturali. Tra descrizioni analitiche, salti nell'immaginario estetico wagneriano e domanda di conoscenza differenziante "apparenza" e "realtà", a suo modo, infatti, presenta e rappresenta la ricerca di sbocchi possibili verso una potenza "identitaria" di verità possibile; una ricerca che si avvale sia del patrimonio demistificante (comunque) acquisito con Freud che con gli studi e le analisi sulle società e le famiglie autoritarie del pensiero critico della Scuola di Francoforte. È la conoscenza che nei personaggi, "dissacranti" e al tempo stesso ancora capaci di far funzionare, letterariamente, la categoria della rappresentazione conoscitiva, si fa coscienza e consapevolezza sia "teoretica" che "pratica"; che, dissonante, si tramuta in libertà d'azione e vita pur esposta, al tempo stesso, a certi meccanismi pulsionali e comportamentali sedimentati che nessun razionalismo pianificato e intellettualismo "liberante" ha scalfito e messo in cantina. L'illuminismo dell'intelletto e della ragione qui trova il suo limite invalicabile e la verità di un'altra dimensione della vita degli uomini.

E la ricerca della verità, di una verità, e l'altro punto - ci sembra - inequivocabile che qualifica la sostanza etica di questo romanzo "frammentato" di Velio Carratoni; nonostante, appunto, l'andamento "frammentario" delle storie raccontate, c'è una tensione e un ricerca della verità, di una verità, che comunque si qualifica come volontà di "decifrazione" nel rapporto segni, tracce, cose, discorsi critici e forme di vita. Il frammento non esclude la ricerca di una verità. Il voyer-contemplatore - poco importano certe dichiarazioni del personaggio di sfaceli interiori, disordine e anonimato, ecc. - è infatti sempre in agguato per "decifrare" la realtà sotto le "apparenze": " mi piace osservare anche altri aspetti frammentati di una realtà frantumata ed assurda come la mia presenza in quel luogo in cui non mi ha mandato nessuno, ma solo un desiderio di andar via, di rendermi anonimo ed inconsistente. "(p. 28); "L'apparenza inganna. L'apparenza deve rispecchiare quello che sei " (p. 125) ; "Dove vai a finire quando sparisci per alcuni giorni? Cosa provi per me? 0 meglio, cosa rappresento per te?, avrei voluto chiederle come risposta [...] Che desidero? Nulla. Eppure avverto una voglia ineffabile [...] in cerca della decifrazione di una realtà frantumata."(p. 153); "La salvezza è nella dissacrazione"( p. 66); "Con il sesso, vorrei solo conoscere, penetrare nelle cose, nella realtà, anche le più proibite e distorte" (p. 171). La categoria della "rappresentazione", anche se il luogo è quello della letteratura, alimentata dalla dissacrazione come crisi e taglio che cerca di aprire i nodi, ci sembra una spia più che eloquente di questa tensione verso una identità e verità altre; un tensione ne data ne scontata se non mancano posizioni valutate ora ironiche ora sarcastiche; non bisogna dimenticare neanche i dialoghi allegorico-grotteschi, a valenza "estraniante" tra la donna e la scrofa, nel sottolineare questa ricerca della realtà sotto l'apparenza cui si dedica il personaggio. Sicuramente, come nota Donato Di Stasi in chiusura d'opera, c'è una natura umana che "grida la sua rabbia, reclama la sua realtà", se il fantasma di Wagner (presente, ma nascosto, quasi come una guida virgiliana lungo tutto il tragitto della narrazione) vuole essere un richiamo alla vita del fantastico quanto dell'arte e del sentimento dell'individuo che il "totalitarismo tecnocratico [...] ha meccanizzato fin le viscere più riposte" ma, fortunatamente, non ha azzerato i fermenti. Così, paradossalmente, dalle "giornate degradate" del giornalista Manio Moresi emerge vivo e forte il grido della vita capace di farsi sentire ancora oltre e contro l'alienazione dell'ordine dell'egemonia mercantile - che sfrutta il sesso, il corpo e mette in circolo solo individui plastificati e iperestetizzati - per dire che c'è ancora nella carnalità un fondo non truccato con cui bisogna comunicare e una ricerca d'identità che sa di patire anche delle contraddizioni.

Recensione
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