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Fuggitivo per scelta

Sotto le stelle con il Creatore

L’autore e la sua opera sono spesso in conflitto, non dimentichiamoci la frase di Flaubert “L’artista deve far credere ai posteri di non aver mai vissuto” Cosa vuol dire? Parlare dell’arte e celare l’artista?, ma chi oggi non ha quel pizzico di ipocrisia narcisistica? Ancora meglio lo precisa il detto morettiano del “vengo, non vengo” che è alla base in ogni inconscio d’artista. Francesco Dell’Apa pubblica nel 2014 Fuggitivo per scelta già autore di altri lavori su temi e atmosfere che vagheggiano ambienti alvariani.

Possiamo dare qualche dettaglio e porci qualche domanda. C’e davvero bisogno di questo libro? Sicuramente con l’arguzia che si ritrova Dell’Apa avrebbe risposto come Bufalino alla domanda se avesse qualche romanzo da pubblicare che le aveva posto una editor, la Signora Sellerio. “No, signora, non ho un romanzo nel cassetto, ne ho due”. Dell’Apa inizia a raccontare la vita errabonda di Michele, descrive scene bene affabulate, geometriche, di ciò che lui vuole e in ciò che pretende dall’altro. Persona a modo di casato nobile che, fuggitivo dalla sua Umbria fertile e cattolica, vaga per le strade di una città sesquipedale, come Roma, nella sua informe e penetrante vistosità. Roma è spietata, fratturata nei suoi quartieri macrocellulari, dove vive gente importata, proscritta, elementi di ogni estrazione sociale, spesso ceffi dalla peggiore specie. Michele è un idealista con idee anarchiche estremiste alla Bakunin. L’elemento sociale fa da anello ad una catena di contrasti interni pregressi con la famiglia che racconterà nelle sue sfaccettature a un altro fuggiasco unitosi al suo mondo: Daniel. Non convincerà il suo allontanamento.

Il lungo racconto si svolge a Roma nei tetri purgatori e nei limbi degli inferni dove può anche nascere un breve amore, con una giovane pure lei del riflusso,Valeria, per lo più un contatto sessuale breve, spasmodico che si completa nella galleria maleodorante dove arrivano affluenti e/o defluenti i derelitti della notte. Uomini fantasma, leggeri come l’aria, anonimi. Qui l’autore per bocca di Michele pare voglia mettere sotto processo tutto il mondo contemporaneo. La fuga, l’ennesima di Michele, avviene su un auto di linea dove scoperto crede di andare verso la libertà invece si imbatte in un monastero di benedettini. Viene accolto con amore, può fare un bagno caldo e disfarsi dalla colluvie del suo accettato randagismo. Tre giorni a soffrire con regole tutt’altro che liberali, poi altra fuga sotto le stelle verso il creatore. Questo romanzo di Dell’Apa va letto come una parabola; la parabola dell’uomo Michele che difende la propria identità “leggera” di “persona invisibile” contro una società prevaricatrice che lo condiziona: così parla a Daniel: “noi non esistiamo per il mondo, noi possiamo fare ogni cosa perché nessuno ci vede…”

Un accostamento va fatto con Palazzeschi de Il codice di Perelà, ve lo ricordate l’uomo di fumo del suo romanzo surreale?. Perelà dice: “Io sono… io sono… molto leggero, io sono un uomo molto leggero”. Egli è un uomo di fumo formatosi nella cappa di un camino, che richiama “l’utero nero”. Quando avviene l’impatto con la società e con la politica del sistema, per l’uomo di fumo è l’inizio della fine. La figura di Michele, emarginato per sua scelta, innesca, in noi un non gratuito parallelismo con la vita di Cristo. Michele imita Cristo ma in modo involontario e su un registro degradato, sicché la vicinanza con Cristo è quantomeno recapitata nel suo accostarsi a gente umile, socialmente inferiore nella prassi ma altamente irrorata di vita interiore, giacché egli perseguita questo fine non per un suo difetto ma per razionale volontà a una presunta idea di redenzione. Bello, esaltante l’incontro con Felice, poeta, che non condivide il randagismo di Michele ma accetta quel suo stato solo per sfuggire al tempo feroce e alla prassi di regole per una vita più istintiva. Nei due pulsa un amore antico, di malie, di favole, di sogni infranti. Ora sono due entità differenti; Michele viene da un’esperienza forte, vissuta nella condizione più sfavorevole, pronto e veloce a sfidare di coltello al primo intruso, può essere anche un ipotetico “fratello”. Felice insiste a farlo ritornare su i suoi passi, ma niente da fare. Lo condurrà nella sua piccola, modesta casa più per insistenza che per entusiasmo.

Il suo luogo ideale non sono le quattro mura ma la volta del cielo stellato. La strada è impietosa, non vuole pietismo, ha regole di esistenza che si difendono con i denti; la strada non redime, delinque. Un posto per la notte diventa lotta di sopravvivenza, l’orlo della vita dove cadono tutti i tabù. Si diventa violenti, (già sei un frustrato violento) l’uno soverchia l’altro, questa è la regola. Anche Daniel, figura atipica che ha poco del mendicante viaggia sullo stretto registro di Michele. Dal viso d’angelo, apparentemente incorrotto, può essere paragonato al poeta francese Germain Nouveau. Poeta amico di Verlaine legato da grande amicizia: una vita trascorsa ai margini della società, soleva chiedere l’elemosina dinanzi al portale della cattedrale di Aix (tra i donatori dovette esserci anche Cézanne). I disperati della notte sono l’altra faccia visibile di un sostrato d’uomini che non sanno e non contano, si auto ripudiano, sempre in fuga come la linea dell’orizzonte. Questo romanzo fiorisce nel durare poco, forte di principi cristiani dona qualcosa che non si ha a qualcuno che non la vuole. Michele è senza schema, senza intervalli, scheggia folle con le sue pleonastiche visioni. E’ bastato poco che Michele rientri a Roma con mezzi di fortuna, intrufolato come passeggero in un auto di linea o da improvvisato aiutante gommista a una signora rimasta in panne con la sua auto. Roma, è il suo cruccio, eccolo sulla via Flaminia a riprendere la vita di sempre. Rincontra Valeria a Colle Oppio, la ragazza scappata di nascosto dopo una notte nel tunnel, inquilina d’amore. Valeria intanto era precipitata nella droga dove Marco, l’olandese, la iniziò da vero tossicomane.

Un ragazzo di buona famiglia, laureando in Storia dell’arte si concedeva, tra l’altro, qualche puntatina alla chiesa San Luigi dei Francesi ad ammirare il Caravaggio. Valeria era disposta a tutto, scippo compreso, per procurarsi la droga per un attimo di paradisi artificiali. Michele era diverso, rubava solo per fame ai supermercati, tutte e due reati ma divergenti nelle intenzionalità. Francesco Dell’Apa ha sottilizzato giustamente il problema della libertà legato ad una vita francescana, prodromi di una nuova filosofia dell’uomo, bandendo ogni gratuità, scrive: “La vera libertà consisteva nel vivere una sorta di povertà francescana mirata alla semplice sussistenza trovando nella solitudine la quiete dello spirito”.L’epilogo del romanzo ha una sua escatologia e si chiude dopo sinuosi intrecci. Per l’ultima volta, Michele, si acquartiera per la notte in un carro merci su un binario defilato della Stazione Tiburtina di Roma. Un viaggio pazzesco, nella voragine del male, a un passo degli Inferi. Si sveglia a Gare de Lyon (Parigi) per passare un’altra notte in una sistemazione di fortuna sotto Pont Mirabeau. Ancora una volta i suoi calcoli di sopravvivenza sono istintivi e presentivi. Alcuni habitué del luogo, drogati, alcolizzati, esaltati e sbandati, alla presenza dall’intruso, senza pensarci due volte, lo issano di peso e quasi per gioco lo fanno volare nella Senna.

Questo romanzo si conclude qui. I libri migliori non hanno bisogno di lettere di accompagnamento e questo romanzo non ne possiede una (salvo che l’editore non l’abbia nella borsa e la consegnerà dopo, a nostra insaputa).

Recensione
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