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Su Martiniello due critici autorevoli, Crecchia e Saveriano, hanno completato l'iter soverchiante dell'attività di poeta. Le cavallette è un libro "rigenerato" per quanto nuovo e rivoltoso possa essere. Questo carico da undici scoperchia la botola e il fetore cullato dalla follia degli uomini, smania il festino delle cavallette e, noi, sgangherati zeloti proni e ubbidienti alla casta. Martiniello non esaurisce le riserve, le frecce al curaro piovono dappertutto in questo mondo di rigurgiti, di soppiantati, di fricchettoni: "Ciò che conta è l'abito | e la firma dorata del sarto | Non certo il cuore la testa | di chi lo veste | Non l'anima ha il primato ma il capriccio | dei colori il tocco poetico dell'incarto" (Ciò che conta). Un salutare carniere di verità viscerali, una piramide della nostra precarietà e nello squilibrio; Pasquale Martiniello appare nell'organizzazione, uno sradicato, un paria, ma nonostante tutto ha l'urgenza del dire e si aggira sinistramente col suo linguaggio precognitivo dove c'è odore di zolfo e salnitro come i demoni lupeschi in un eterno conflitto, lo dice nella prefazione il Saveriano: "...L'eterno conflitto fra ratio e passio, la memoria ferita e í presagi dolorosi, la nostalgia insanabile e la luce inebriante che risorge dalle forre della disperazione".

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