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Abitare poeticamente la terra

Lo stesso Emerico Giachery nelle pagine iniziali di Abitare poeticamente la terra (Edizioni Nuova Cultura, 2018) rivela che il titolo del saggio trae ispirazione da questa enigmatica frase di Friedrich Hölderlin: «Pieno di meriti, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra» e anticipa il tema in esso trattato. Precisa però che il suo intento non è interpretare la frase del poeta tedesco dal punto di vista filosofico, come ad esempio ha fatto Martin Heidegger in Hölderlin e l’essenza della poesia, ma piuttosto quello di ricercare «aspetti umili e quotidiani» per evidenziare «che l’esistenza umana è, nel suo fondo, poetica» (p. 8), indipendentemente dall’essere poeti.

Secondo lui, infatti, non è essenziale scrivere versi per “abitare poeticamente la Terra”, perché la radice del sentire indicato da questo avverbio «è tutta interiore, concerne la qualità umana della persona» (p. 14), non quale attività svolge. Vivere e sentire in modo poetico vuol dire: apprezzare le bellezze della natura (i colori di un tramonto, il cielo stellato, ecc.), ascoltare il respiro del mare, immergersi nel silenzio dei monti, rispettare i boschi e ogni singolo albero, prendersi cura delle persone alle quali si vuole bene, essere gentili e sorridere a chi si incontra per strada, guardare il mondo con occhi pieni di meraviglia come i bambini, ecc.

Giachery si sofferma poi a considerare un altro senso intrinseco all’“abitare poeticamente”: quello dell’abitare una casa, mettendo in risalto come essa rappresenti un punto fermo e sicuro nella vita di un uomo, il luogo, «d’approdo-rifugio esistenziale» (p. 34), intriso di una certa sacralità fin dall’antichità. Senza una casa, scrive anche il filosofo Gastone Bachelard, «l’uomo sarebbe un essere disperso» (p. 23).

Con la propria dimora, sottolinea il saggista, l’essere umano stabilisce un legame particolare, “osmotico”, spirituale, emotivo. Essa diventa un simbolo, un luogo “con l’anima” col quale condivide la propria. E tra “abitare poeticamente la Terra o una casa” non ci corrono sostanziali differenze, in entrambi i casi infatti occorrono «raccoglimento, rispetto e pietas» per le persone e le cose. Ci fa poi notare che sono nemici di un modo poetico di dimorare Terra e casa i rumori fastidiosi, l’ubriacatura consumistica, la fretta, la superficialità, la mancanza di sensibilità verso gli altri e verso la natura, ecc.

Per rendere questo suo scritto – quasi un percorso interiore e letterario – più interessante, Emerico Giachery ha citato voci di poeti più o meno famosi (Rainer Maria Rilke, Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, Elio Fiore, ecc.) e considerazioni di studiosi diversi (filosofi, psicologi, ecc.) che trattano lo stesso tema. Per rendere, invece, più trasparenti le proprie riflessioni ed entrare in maggiore sintonia con il lettore si è avvalso di uno stile colloquiale e di un linguaggio limpido.

Recensione
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