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Andar per versi

Nelle poesie che compongono le quattro sezioni della raccolta Andar per versi (Biblioteca dei Leoni, 2018), Patrizia Riscica si ferma a riflettere su alcuni aspetti dell’esistenza, che sono parte integrante di questo nostro viaggio terreno, di questo nostro “andare”, ricco «di quella curiosità che ci spinge sempre avanti, trascinando con sé un bagaglio, a volte molto pesante, fatto di incertezza, insicurezza, sofferenza, aridità, felicità, amore, gioia, passione e a volte anche indifferenza» (p. 7).

La prima sezione, L’andar dell’amore, parla delle diverse sfaccettature del sentimento amoroso e della sua capacità di regalare momenti ed emozioni contrastanti: quando si incontra dona felicità, quando si allontana lascia dolore e lacrime, ogni suo inatteso ritorno apre di nuovo le porte alla gioia. Nei versi della poesia intitolata Giro, la Riscica scrive, infatti, che l’amore dopo che va via e «sembra essersi perso/ per quel viottolo scosceso», «all’improvviso si volta, / torna indietro e comincia a risalire. Non c’è nulla da fare / ritorna sempre…» (p. 25). La composizione My Baby, che chiude questa sezione, è invece da lei dedicata ai turbamenti che questo straordinario sentimento «irruente, sfrontato e prepotente» fa sbocciare all’improvviso nel cuore di una mamma per il proprio figlio.

Nella seconda parte, L’andare delle donne, la poetessa si sofferma a riflettere sulla figura femminile, sul suo complesso universo interiore e sul suo rapporto con l’uomo, ancora oggi in alcuni casi problematico. Nonostante la donna moderna sia più cosciente di ciò che dovrebbe cambiare per rendere migliore il proprio destino, continua a vivere «dentro a un inganno consapevole» (p. 41). Nella poesia Disse, descrive, invece, in modo asciutto e crudo come può degenerare un rapporto amoroso malato: «Vado, lei disse / non voglio, rispose lui / vado, lei ripeté / ti ucciderò, minacciò lui / lo so, è possibile, rispose lei, triste, / raccolse una lacrima, / forse qualcuna in più, / ma lo sguardo era asciutto / quando si girò». Con ironia mista a un pizzico di amarezza in Femmine rileva, invece, quanto alcune donne oggi temono i segni del passare del tempo: «Forza mie signore, / femmine di questo secolo / maghe della tecnica / equilibriste del tacco 12 / con le unghie scarlatte / il pube perfettamente depilato / e i pollici consunti dal touch / abbiate finalmente il coraggio / di incontrare il tempo. / Lui corre risoluto / tra le linee del volto / tra la carne spossata e / la mente sfinita. / Guardatelo bene in faccia. / Allo specchio sembrerete / meno sconvolte dalla finzione». In Madre-Figlia, ultimo testo di questa parte, parla del rapporto conflittuale, eppure ricco di complicità, che si instaura tra madre e figlia.

L’andare dell’andare è il titolo della terza sezione, nella quale “l’andare, il viaggio” fisico e spirituale, diventa “la stessa metafora della vita”. Qui la poetessa afferma: «Non so dove andrò / o dove mi porterà il tempo / ma so di andare» (p. 65), si sente infatti «un pellegrino / toccato dal destino […] straniero tra stranieri» (pp. 63-64), che “un giorno si restituirà” all’universo, all’infinito. E non le importa sapere quando questo succederà, ma soltanto non fermarsi, raccontare il proprio viaggio nei suoi versi, finché la vita le regalerà del tempo.

Nell’ultima sezione, L’andare della vita, l’autrice, consapevole che il viaggio terreno dell’essere umano prima o poi terminerà, riflette sulla sua enigmaticità, rendendosi conto che «L’incompletezza occupa l’esistenza / un puzzle incerto / con buchi sparsi / che distorcono il disegno / e affascinano il viandante» (p. 91). Con amarezza mista a malinconia intuisce anche che non è possibile afferrare tutto il misterioso significato di questo nostro vagabondare e ammette: «non sono certa / di aver fatto tutto il possibile / per capire la vita, / ma questo è solo / un banale dettaglio» (p. 103), perché la cosa importante è continuare a viaggiare, sbagliando, rimpiangendo ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, fino al momento in cui, forse all’improvviso, il nostro andare si fermerà per sempre.

Il linguaggio usato da Patrizia Riscica in Andar per versi è limpido, senza inutili fronzoli semantici, perché la sua poesia, che dà voce al suo sentire mentre osserva il mondo che la circonda, nasce «dalla pancia / senza neppure passare per il cervello» (p. 102).

Recensione
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