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Il titolo di questa raccolta del poeta turco Sunay Akin, AntiQuori (Antik Acilar), sembra evocare echi di antiche memorie, memorie che affiorano anche dai versi, tradotti da Laura Rotta e Giampiero Bellingeri con testo in lingua originale a fronte. Il poeta, pur non perdendo mai di vista le peculiarità della realtà nella quale vive, del suo Paese riesce a cogliere sia il fascino arcano di una delle sue più belle città, Istanbul, con torri e ponti sul Bosforo, sia i riflessi delle tante sofferenze e imposizioni subite dalle persone più povere o indifese.

Tramite una poesia contrassegnata da un ritmo pacato e composta di parole usate ogni giorno – che in questi testi acquistano una forza insospettabile –, i messaggi di Sunay Akin arrivano al lettore con disarmante chiarezza ma con un accumulo di significati intrinseci sorprendente. Senza dubbio, la fonte di questa ricchezza ha origine dalla sua personalissima concezione del fare poesia: “Il poeta che non partecipa | alla difesa della vita | è come la firma | che ritiene se stessa | una macchia d’inchiostro” (p. 19). Ed egli difende la vita scrivendo poesie, la penna diventa la sua arma e la parola la sua bandiera che inneggia alla pace e condanna la guerra, i soprusi, la mancanza di libertà di pensiero.

Alla scrittura, l’autore, affida inoltre il compito di far conoscere il pensiero di chi con la forza è stato costretto al silenzio, come il grande poeta Nazîm Hikmet: “Sono scritte poesie | sulle piume bianche | dell’uccello posato sull’antenna: | certo sarà stato | a una finestra | con le sbarre” (p. 21). Dalle composizioni non traspaiono solo memorie che, nel presente, sfociano in impegno civile e sociale ma anche quelle del proprio passato – soprattutto dell’infanzia –, ricordi di cose che non sono più, poiché tutto cambia plasmato dal tempo e dall’uomo: “Hanno fatto un hotel a cinque stelle | al posto del cinema all’aperto | dove m’addormentavo in braccio a papà | avvolto nello scialle della mamma, | e noi, | quand’era probabile la pioggia, | non andavamo al cinema | se la sera in cielo | brillavano solo cinque stelle” (p. 59). Anche l’amore ha lasciato delle tracce nel suo cuore dal colore “un po’ sbiadito”, unitamente al desiderio di stare il più possibile “accanto” alla donna amata.

Nei versi di Sunay Akin immagini nitide e chiare sono evocate con poche, secche parole, con o senza valore metaforico: “E come te, | anche mia madre mi aveva abbandonato | e mi sta nell’ombelico | il segno, | lasciato | dalla sua mancanza” (p. 33); a volte sono immagini crude nella loro semplice verità: “ Il teschio | di un soldato morto | tanto lontano dalla patria | nelle mani dei bimbi | che lo trovano | si fa oggetto | di giochi a lui ignoti. | | Per la seconda volta!” (p. 27).

AntiQuori è una raccolta compatta, nella quale si sviluppa un discorso poetico denso e serrato, che offre sia spunti di riflessione sia elementi i quali evidenziano le doti di uno tra i più apprezzati poeti turchi contemporanei.

Recensione
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