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Il pappagallo e il Doge

Nei tredici racconti che formano il libro Il pappagallo e il Doge (Biblioteca dei Leoni, 2017), Alberto Sinigaglia, noto giornalista veneziano del quotidiano «La Stampa» e del settimanale «Tuttolibri», parla dei suoi incontri con personalità illustri del mondo della cultura e della politica italiana (Hugo Pratt, Mario Soldati, Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, Sandro Pertini, ecc.) e rammenta alcuni personaggi singolari (“Il Colonnello”, “Mirandolina”, ecc.) nei quali si è imbattuto nei posti e nei locali, soprattutto di Torino e Venezia, frequentati con gli amici nel corso degli anni Settanta del secolo scorso.

Un tema molto particolare, quello del cibo, come un filo rosso lega i racconti, conferendo al libro una solida struttura e un’impronta di ricercatezza, rafforzata da uno stile maturo e raffinato, da una narrazione fluida e chiara, priva di inutili fronzoli, dove protagonisti, insieme alle persone, sono i tanti luoghi.

Gli ingredienti di piatti tradizionali di alcune regioni italiane, soprattutto Veneto e Piemonte, e i modi per cucinarli sono descritti in maniera magistrale, tanto che i loro odori, sapori, colori, sembrano stuzzicare non solo l’appetito degli amici giornalisti con cui l’Autore si ritrova a pranzo o a cena, ma anche quello dei lettori. Gli incontri conviviali avvenivano di solito in caratteristici, o rinomati, locali situati nei pressi della sede de «La Stampa» della città della Mole oppure sparsi nelle calle veneziane. I piatti (baccalà mantecato, risotto di pesce, castraure, melanzane alla giuda, ecc.) erano accompagnati da vini pregiati, che, sorseggiati lentamente, rendevano più gustosi i loro pasti e più piacevoli e allegre le conversazioni.

Il Sinigaglia, nel testo che apre il libro, racconta che proprio a tavola nacque il romanzo L’Incendio di Mario Soldati, suo caro amico.

Leggendo Il pappagallo e il Doge si può notare che negli scritti il tema del cibo è presente anche con sfumature metaforiche, riferite ad “appetiti” molto diversi fra loro, come si può rilevare nei racconti Alla mensa con due re e L’appetito tipografico.

Il testo che dà il titolo al libro parla di Aldo Palazzeschi, del suo somigliare a un pappagallo, di ciò che mangiava quando si recava all’osteria «Al Bomba», dei suoi ultimi giorni di vita. Ne riporto alcuni passi: “Circolava poco e malvolentieri nei salotti, nelle fiere della mondanità letteraria. Preferiva abbandonarsi, con le rare persone ch’erano con lui in dimestichezza, al «piacere della memoria», un gioco cui era allenato” (p. 30); “Ai rintocchi dei Due Mori o tra le colonne di Todaro e di Marco o sulle Fondamente Nove andava cercando «il senso delle cose», immagini e memorie, «ad appurare che le vecchie pietre fossero lì al solito posto»” (p. 31).

Altri testi parlano pure di vari episodi di vita, anche di spessore storico. Ne L’appetito tipografico, ad esempio, non solo viene raccontata come funziona la redazione di un quotidiano, ma anche la fine drammatica del vicedirettore de «La Stampa» Carlo Casalegno, per mano di quattro brigatisti rossi, il 16 novembre 1977, un giorno che «lo sapevano solo, disarmato e senza scorta» (p. 63).

Il pappagallo e il Doge è dunque un libro interessante, che trasporta in un periodo molto particolare della storia e della cultura italiana, che parla di personaggi noti svelandone aspetti non sempre conosciuti, che narra eventi di una vita vissuta intensamente tra l’odore di carta stampata e parole scritte con passione: quella di Alberto Sinigaglia, il suo autore.

Recensione
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