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In deserto

Un verseggiare intenso e lucido quello di Paolo Steffan nei testi della raccolta In deserto, a tratti così crudo nel raccontare la realtà malata di cattiveria dei nostri tempi da scuotere i pensieri e la sensibilità di chi legge. Non si può, infatti, rimanere indifferenti alle parole del poeta che inquadrano e denunciano condizioni di emarginazione, drammatici scenari di sofferenza, povertà e rinunce.

Apre la raccolta un’intensa poesia che ricorda la catastrofe del Vajont avvenuta il 9 ottobre del 1963. Essa è seguita dalla composizione Mare nostrum, la prima della sezione Macchie, in cui è posta in primo piano la tragedia dei migranti, che nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo per sfuggire a un destino di miseria e privazioni, spesso perdono la vita, come è successo a ben trecento di loro nel naufragio di un’imbarcazione nelle vicinanze del porto di Lampedusa nell’ottobre del 2013. Nonostante i migranti siano consapevoli dei rischi legati ai loro viaggi per mare, li affrontano con coraggio e pieni di tante speranze per un futuro migliore. Il poeta in alcuni versi di Mare nostrum si rivolge proprio al mare, eterno custode della memoria di coloro che non ce l’hanno fatta, con queste parole: «Fa’ che la morte per acqua non sia morte impune / ché è già dannata macchia».

Leggendo invece la poesia Dispersione in cui si parla dell’Olocausto, una delle più grandi tragedie della storia dell’umanità, non si può non affermare amaramente insieme al poeta: «Non ci credo che nessuno sapesse / che nel denso indocile sferraglio di convogli / un’umanità cruda gemeva / Non ci credo che nessuno sentisse / che dentro il buio costretto di vagone-merci / di carro-bestiame non era silenzio / ma stridente afasia».

E anche il lettore, così come il poeta, resta sbalordito quando apprende che ai nostri giorni un uomo è stato ucciso perché ha rubato un melone per fame oppure nel venire a conoscenza (se non ha ascoltato i telegiornali o letto quotidiani) che in diverse nazioni ancora si innalzano «alti muri / spinati» o si combattono guerre come se fossero dei videogiochi.

Si ha la sensazione che il poeta dubiti che l’essere umano riuscirà mai a smettere di compiere atrocità, poiché non riesce a trarre insegnamenti dalla storia e poiché non riesce a soffocare i suoi istinti peggiori.

Nella poesia Deserto, facente parte della sezione titolata Variazioni, Paolo Steffan si chiede se nella società attuale si riotterranno un giorno alcuni elementi venuti a mancare, scrive infatti: «Si riavranno la scuola e la buona creanza?», «si riavranno i boschi», «il chiacchierio della vendemmia, / […] le sue risa (spezzata robinia) e il dialetto?» (p. 35). In altri testi di questa sezione trovano spazio anche suoi ricordi, colorati da una punta di nostalgia, del paese dove è nato e delle bellezze naturali che gli facevano da cornice, quest’ultime purtroppo distrutte nel corso degli anni dalle mani degli uomini.

Nell’ultima parte della raccolta la presenza della natura dona ai versi un’impronta di maggiore liricità, ne riporto alcuni come esempio: «Dicembre e io si protendono oltralpe / si espongono a nord frange / di castagni, le creste dei magri pecci / di gelo si colorano, s’imbiancano» (p. 66).

Paolo Steffan in questa raccolta, in cui riporta citazioni di poeti come Arnaut Daniel, Dante, Mario Luzi, Paul Celan, ecc., utilizzando un linguaggio ricercato ed elegante affronta vari temi con metodi espressivi che si innestano tra forme più innovative e forme più classicheggianti. E grazie alla parola poetica lancia messaggi carichi di valori umani, sociali e ambientali importanti tra cui i seguenti: non si deve ignorare il dolore degli altri e non si deve prendere l’abitudine di vederlo intorno a noi. L’insensibilità infatti non conosce frontiere, anche le persone più colte e più potenti infatti possono esserne contagiate, col rischio che di fronte al dolore di chi soffre e allo scempio della natura si diventi indifferenti desertificando la nostra anima e l’ambiente in cui viviamo.

Recensione
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