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La poesia è donna

Fernanda Nicolis, raffinata e sensibile poetessa veneta, nel libro La poesia è donna, dedicato “A tutte le donne/ che non hanno voce”, ha effettuato un’accurata selezione di testi di poetesse di culture, epoche e luoghi diversi, proponendoli ai lettori raggruppati per temi in più capitoli. Ognuno di essi è contraddistinto da un titolo che anticipa l’argomento trattato nelle poesie ed è accompagnato sia da una premessa e da riflessioni dell’autrice sia da un disegno del pittore Giuseppe Pasetto.

La Nicolis, nel primo capitolo, precisa che il progetto di questo volume è stato da lei «pensato per dare voce e spazio ad una poesia, quella femminile, che troppo spesso viene lasciata nell’ombra, quasi fosse un mondo minore» e che il suo interesse si è concentrato su «come le donne si sono raccontate e si raccontano» (p. 9), respingendo «quella tradizione superficiale e sommaria, oltre che di parte, che attribuisce [loro] solo poesie d’amore» (p. 10).

L’autrice è ben consapevole che il tema dell’amore, da lei proposto nelle composizioni del secondo capitolo, è molto vivo nella poesia femminile, ma sa bene anche che non è il solo presente nei loro versi, come dimostrerà in questo suo lavoro di ricerca. E proprio alle poetesse che con le loro “parole dell’amore” hanno spezzato le barriere temporali è dedicata questa parte. La composizione È tramontata la luna, e le Pleiadi di Saffo, poetessa greca e «prima donna occidentale a raccontare» questo straordinario sentimento, apre la serie di quelle propostevi, mentre una della cilena Isabel Allende la chiude. Mi piace però riportare i versi intensi e delicati della prima strofa della poesia Lieve offerta della nostra connazionale Antonia Pozzi: «Vorrei che la mia anima ti fosse / leggera / come le estreme foglie / dei pioppi, che s’accendono di sole / in cima ai tronchi fasciati / di nebbia –» (p. 21).

Nella parte successiva, Le parole del ricordo, Fernanda Nicolis seleziona testi in cui è dolorosamente palpitante «la nostalgia del tempo perduto». Emily Dickinson ritiene, ad esempio, che il passato «è una misteriosa creatura» (p. 30), la quale spesso rende i ricordi fonte di tormento e rimpianto e che raramente ha il potere di mitigare la tristezza.

Nella maggior parte dei testi proposti ne I volti dell’abbandono si parla di momenti vissuti che non sono fonte di gioia, ma di rammarico e sofferenza per una perdita; dai bellissimi versi dell’americana Mary Elizabeth Frye però si sprigionano lampi di pacata serenità: «Non restare davanti alla mia tomba a piangere, / io non sono lì, non dormo. / Ora sono i mille venti che soffiano. / Sono i riflessi scintillanti sulla neve. / Sono la luce del sole che fa maturare il grano. / Sono la dolce pioggia dell’autunno. […]. Non restare davanti alla mia tomba a piangere: / io non sono lì, sono dappertutto; …vivo…» (p. 46).

La curatrice della pubblicazione fa notare inoltre che nelle poesie scritte da donne sono presenti pure i riflessi del loro universo interiore, ciò si verifica nella sezione I paesaggi del sogno o in quella titolata Le forme del paesaggio, nella quale la natura è trasfigurata e riempita «di valore simbolico e spirituale, capace di farsi specchio di pensieri, di sensazioni e di emozioni» (p. 63).

Mentre nel capitolo VII (Le parole dell’amicizia) si racconta dell’amicizia, un rapporto interpersonale molto importante nella vita di ciascuno di noi, perché, come recitano i versi della poesia di Malwida von Meysenburg, quella vera «Apre semplicemente le braccia e dice: non / voglio sapere, / non giudico, qui c’è un cuore dove puoi/ riposare» (p. 88), nell’VIII, invece, si ritrovano composizioni dedicate all’Amore materno, un sentimento particolarmente forte, che lega una donna a un altro essere umano che ha bisogno delle sue cure, attenzioni e affetto.

In Le parole del coraggio i versi delle poetesse diventano «voce e testimonianza del [loro] tempo», raccontandone i mali, i problemi, le incertezze, le devastanti follie, le discriminazioni, le guerre, ecc. In queste parole di Gertrud Kolmar è descritta la tragedia vissuta da milioni di persone, e da lei personalmente, nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale: «Quelli che s’aggirano qui sono corpi soltanto / non hanno più anima, / soltanto nomi nel registro dello scrivano, / carcerati: uomini, ragazzi, donne, / e i loro occhi fissano vuoti // con lo sguardo sbriciolato, distrutto / per ore in una fossa buia, / soffocati, calpestati, picchiati alla cieca. / Il loro gemito tormentoso, il loro pazzo terrore, / una bestia, sulle mani e sui piedi, carponi…» (p. 108).

Ho apprezzato molto questo libro di Fernanda Nicolis. Ho, infatti, trovato interessanti i testi da lei proposti, le riflessioni che li accompagnano e le note bio-biliografiche delle poetesse aggiunte a completamento dello stesso; piacevoli la nitidezza della struttura e della sua scrittura. Ne consiglio la lettura non solo a coloro che amano la poesia, ma a tutti quelli che amano leggere.

Recensione
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