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Nei brevi versi della plaquette Le concert infini, della ferrarese Debora Villani, si respirano levità e sete d’infinito. Composta da dieci poesie, proposte in italiano e francese (soltanto l’ultima, un distico dal titolo Pagina vuota, è priva della versione francese), la plaquette è inserita nella collana “Fructus” (collana cinque euro) della Este Edition.

Nella sintetica ed eccellente nota critica di Riccardo Roversi si colgono i caratteri salienti dei componimenti; l’input sottolinea che: “C’è un solo modo per cogliere l’infinito: fermare il tempo. E l’unico strumento che consente di farlo è l’arte. […]”. E, senza dubbio, in Debora Villani convivono diverse forme di arte: poesia, musica e pittura (come ci fa intuire l’acquerello in copertina), convivenza che si trasforma in ricerca di armonia e di senso.

La musica è una costante ricorrente che permea di ritmo pacato e tono malinconico l’andamento dei versi. L’enigma del breve “viaggio” esistenziale dell’uomo, tema molto sentito dalla poetessa, non si scioglie “mentre il clavicembalo | indugia con La Ténébreuse” e “La musica | svanisce | inghiottita | dal vento | come le foglie” (L’albero di Couperin). E il tutto si ricopre di “polvere di storia” e sembra sprofondare nel silenzio e nell’immobilità del nulla.

L’anima malinconica di Debora Villani si rispecchia nel finito della natura per trovare le tracce di quell’infinito verso il quale si protende. La poesia e la musica le permettono di sentirlo meno lontano.

Recensione
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