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Le nove poesie della breve raccolta Ntra lustriu e scuru (fra luce e buio) di Filippo Giordano, scritte in dialetto siciliano con traduzione in lingua, riescono a coinvolgere il lettore per l’armonia sonora che sprigionano (dovuta all’uso della metrica e ad una personale ricerca o predisposizione) e per l’atmosfera di mistero che aleggia nei versi.

Leggendo composizioni come: A Cicciu, ca è dutturi (A Ciccio che è medico), A cruci, a cruci! (La croce, la croce!)... si nota che il poeta si trasforma in cantastorie per “raccontare” e “raccontarsi”. Si “ascoltano” parole che narrano episodi particolari in A palumma, (La colomba), A Firi (La Fede ) o che cantano i suoi ricordi, i suoi pensieri e le sue emozioni in Cu nni sapi? (Chi lo sa?) oppure le stagioni come in Stasciuni (Estate). In alcuni testi il canto si espande per proporre anche temi da sempre presenti in poesia: la vita, la morte, il tempo...

Il titolo della raccolta, Ntra lustriu e scuru (fra luce e buio), lo stesso della prima composizione, evoca un senso di indefinitezza, di precarietà; sembra esprimere la sensazione del poeta di sentirsi sospeso tra due diverse dimensioni, forse tra passato e futuro, o fra il bene e il male, o tra l’essere e il non essere ed egli sembra trovare un appiglio per consolidare la sua fragile stabilità, solo nella fede, la quale trascende l’umana comprensione,

Anche se Filippo Giordano descrive particolari del paesaggio (...A nivi fora avia ggià quagghjatu. | U munnu era biancu e villutatu...; Fuori la neve per terra aveva fatto già uno strato. | Dappertutto era bianco e vellutato) (p. 18) o di vita paesana e propria (...nna dda vanedda unni stava iu | c’erinu casuzzi chini ri cristiani...; in quella viuzza dove abitavo | c’erano casette piene di persone...) (p. 15), la sua poesia non acquista caratteristiche esclusivamente illustrative, infatti vi si può rilevare anche uno slancio verso l’immensità dei cieli nell’anelito di afferrare quel filo trasparente che unisce il mondo visibile e quello invisibile, il noto e l’ignoto.

Recensione
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