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Franco Orlandini, insegnante in pensione di Ancona, dopo aver pubblicato svariate raccolte di poesie, ha dato alle stampe un saggio molto interessante dal titolo Poeti e uccelli.

L’autore amante della poesia e della natura, ferito dalle conseguenze disastrose dell’avanzare indiscriminato della cementificazione (scomparsa di spazi verdi, estinzione o decimazione di specie animali...) ha ricercato tra i testi di poeti e scrittori, di varie epoche e nazionalità, quelli che potevano svelargli il loro modo di sentire la natura e il loro modo di dipingerla attraverso il volo o il canto degli uccelli. La sua ricerca è stata stimolata da ricordi nostalgici, di quando bambino e adolescente, guardava il cielo e lo vedeva popolato da tante specie diverse.

Si intuisce che il suo è stato un lavoro di paziente selezione, perché la quantità di scritti dedicati a questi animali nel corso del tempo è sicuramente notevole. Il fascino esercitato sull’uomo dagli uccelli e dal frullare delle loro ali ha radici lontane, infatti il suo atavico desiderio di imitarli, ci riporta alla mente il volo di Icaro verso il sole, ma, ai nostri giorni, basta alzare gli occhi per vedere aerei solcare il cielo non volatili. Nei loro percorsi migratori non si leggono più buoni o cattivi auspici e il verso dei notturni non viene più considerato un cattivo presagio.

Tuttavia, il senso di mistero suggerito dall’intreccio dei loro voli, dalla loro visione, dai loro canti o dalle proprietà magiche, un tempo, attribuite alle loro piume variopinte è rimasto vivo in alcune comunità e si ritrova sotto forma di metafore o analogie anche nella letteratura contemporanea.

Sono molti gli autori di cui Franco Orlandini parla nel suo libro. Unitamente a brevi note biografiche riporta alcuni passi significativi dei testi scelti, riassumendone gli altri. I versi di Corrado Govoni, William Wordsworth, Giovanni Pascoli, Walt Whitman, Friedrich Hölderlin, Pablo Neruda, Franco Fortini, ecc., parlano di molte specie di uccelli, da quelle più conosciute, a quelle meno, da quelle stanziali a quelle migratorie, vengono menzionati il picchio rosso, il tucano, il cuculo, la civetta, ecc. Inoltre, si spazia da poesie le quali esprimono meraviglia per la loro bellezza e leggiadria, a quelle tristi per la morte violenta (spesso per mano dell’uomo) di alcuni, o a quelle che decantano il loro libero librarsi nell’aria e che ne associano il canto a momenti tristi e gai dell’esistenza o dell’interiorità degli stessi autori.

Con la sua accurata ricerca, lo scrittore, offre ai lettori lo spunto per ripensare a queste creature straordinarie le quali condividono con l’uomo gli spazi di questo pianeta e che, forse, a causa del progresso e dell’indifferenza di troppi rischiano in un prossimo futuro di scomparire per sempre. Un’ipotesi raccapricciante e dolorosa, che Franco Orlandini cerca di vanificare, evidenziando la sensibilità dimostrata già da tanti letterati, e sperando che la parola scritta diventi uno degli strumenti per risvegliare anche l’emotività degli uomini di oggi, così intenti a scrutare mondi virtuali e a non guardare le tante meraviglie che ci circondano, le quali, purtroppo, continuano ad essere deturpate e annientate con tanta faciloneria e disinteresse.

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