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Prefazione a
Io sono figlio del vento
di Marco Michelini

Nicoletta Corsalini

Poesia come espressione di sensibilità e di inquietudini giovanili

...Io sono figlio del vento ha scritto Marco Michelini nei versi di alcuni testi e proprio queste parole danno ora il titolo al libro che raccoglie tutti i suoi scritti: poesie, brevi componimenti di prosa poetica e pensieri. I genitori li hanno ritrovati dopo la sua prematura scomparsa, a causa di un incidente stradale, e come ulteriore gesto d’amore hanno deciso di pubblicarli con la speranza che questo libro possa diventare una voce in più per sensibilizzare i giovani (ma anche i meno giovani) ad una maggiore prudenza sulle strade e con l’intento di aiutare in modo concreto gli altri (infatti, il ricavato della vendita del libro sarà devoluto in beneficenza).

Gli scritti sono stati ritrovati su quaderni, diari, fogli, foglietti, cartoncini... e su di essi Marco ha fermato i propri stati d’animo e i propri pensieri, qualche volta annotandovi la data o firmandoli – Lord Miche, Ser Derek, Mish, Harlequin – o personalizzandoli con disegni, altre volte, invece, non compare nessun elemento distintivo. E proprio questi ultimi, che rappresentano una piccola parte dei suoi scritti, sono stati letti con maggiore attenzione da me, dai genitori e dai suoi tanti amici, con l’intento di rilevare, in base alle nostre conoscenze e ricerche, se fra di essi vi fosse qualche brano trascritto da altre pubblicazioni. Pertanto, se nel libro, fossero presenti versi o frasi che hanno analogie con quelli di altri autori, è dovuto unicamente al fatto che, fino al momento in cui il libro di Marco è andato in stampa, non sono stati individuati, per l’impossibilità di conoscere l’intero universo della parola scritta.

Fin dalla prima volta che ho letto i componimenti di Marco Michelini, mi ha assalito una forte emozione, poiché nelle sue parole ho ritrovato i riflessi di momenti di particolare intensità emotiva da lui vissuti e l’espressione dei suoi pensieri più reconditi. E, ogni volta che li rileggo mi sembra di percepirvi i sogni, le ansie, le passioni, la voglia d’amore, l’esuberanza, l’ironia... che gli erano propri e di cogliervi anche le ataviche domande che tormentano l’uomo sul mistero dell’esistere, sul proprio destino e sulla sofferenza. Sia i molteplici contenuti della sua poesia sia il linguaggio usato, che in alcuni testi si carica di acceso lirismo e in altri rispecchia il modo colorito, ed a tratti economico, nel quale si esprimono i giovani di oggi, mi hanno suggerito che gli scritti di Marco vanno letti così come lui ce li ha lasciati, anche se una parte di essi, non è mai stata trascritta per apportarvi variazioni, ma rappresenta la prima ed unica stesura. Questo particolare, insieme alla loro innegabile densità, denota quanto la poesia fosse parte integrante del suo mondo interiore e che il suo discorso poetico non è artefatto ma carico di freschezza e comunicabilità, anche nelle poesie che presentano spunti di arguzia e ironia, o in quelle caratterizzate dall’uso dell’enjambement, dall’assenza di qualsiasi segno di interpunzione o, al contrario, da un eccessivo uso dei tre punti di sospensione.

Il libro è costituito da due parti, “...Io sono figlio del vento” e “Notte. L’ultimo pensiero del giorno va a te”, entrambe suddivise in tre sezioni. Nella prima parte le ansie, le angosce dell’uomo e gli eterni elementi conflittuali vita/morte, luce/buio, nulla/tutto, amore/odio, cattiveria/bontà lacerano l’anima di Marco e la sua forte sensibilità unitamente all’inquietudine caratteristica dell’età adolescenziale e giovanile sembrano accentuarne gli echi. Conseguentemente la forza delle sue parole in svariate composizioni — soprattutto in quelle le quali affrontano le tematiche della morte e della solitudine —, diventa dirompente e, oserei dire, fonte di turbamento interiore anche per chi legge (Folle pensiero, Ballata di morte, Solo attimi di sconforto...).

Cavalieri e draghi, paesaggi immaginari e magiche atmosfere di antiche fiabe, ritornano dall’infanzia per racchiudere diversi testi in un alone di sogno, nel quale, lui stesso si proietta diventando un personaggio umano tra personaggi fantastici. Visioni oniriche si intrecciano con visioni di un mondo reale “cupo”, spaventoso, dove l’infanzia è vista come l’età ideale nella quale l’anima dell’uomo è incontaminata poiché il tempo e il mondo non sono ancora riusciti a corrompere la sua purezza. “I lupi” sono ancora lontani e il bambino non conosce la sofferenza e la paura (Muori bambino, Là dove chiudo gli occhi...).

Le laceranti antinomie che tormentano Marco sembrano dissipare la loro malia quando l’amore è scoperto e vissuto. Nella seconda parte del libro, Notte. L’ultimo pensiero del giorno va a te, è proprio l’amore il sentimento che scatena in lui una moltitudine di emozioni e alterni stati d’animo. Marco cerca l’amore e in esso si smarrisce quando lo trova e per esso si dispera quando lo perde. Proprio da questi momenti diversi nascono versi di intensa passionalità e sensualità, di esasperante attesa, di profonda disperazione (Come la sabbia mi consumo, La mia donna, E ti storci le mani, Dove sei?...); da essi nascono anche passi dai quali si possono captare modelli comportamentali e di vita dei giovani di oggi: “ti ho tenuta giorni ad aspettarmi mentre giocavo al computer. Ma quanto cazzo di tempo ho buttato nel cesso…” (Se non…).

Ma da sempre la vita, che “devi prendere come dono”, reclama di essere vissuta, mentre “si consuma come una matita”. E Marco la vita l’ha vissuta davvero, con intensità, condividendo con gli amici molte passioni, per il medioevo e la sua storia, per la musica e per le moto. Sulla sua rombante, nera Harley Davison, ha assaporato il rumore della libertà e si è sentito ‘figlio del vento’; figlio di quel vento che aveva “dentro”, che “spazza la ragione, porta la nebbia, trascende sul mare” (Solo attimi di sconforto); di quel vento sempre in movimento come la vita, che “soffia” forte e “sbatte le porte”; di quel vento che lungo strade asfaltate ha corso insieme a lui ed alla sua moto per andare lontano, lontano... Ora, grazie alla poesia Marco continua a parlare, e tra le sue parole scritte è possibile trovarvi, più di una volta, il presentimento del suo destino, del suo breve viaggio:

[...] E canta uno stonato pianoforte le speranze del mio
successore che mai conoscerò
affogando nell’oblio del sole senza luce
Odio, odio, odio, senza cuore
Freddo, freddo, freddo senza un’anima
Vento porta via, vento rimani, vento nascondi,
non torneremo più qui
Via via mai più, solo io e il vento, come una foglia
Forse... Forse...

(da Là dove chiudo gli occhi...)

Ma, dalle sue parole traspare anche la sua visione di vita, come sete d’amore e bisogno di amare con gioia o con dolore:

[...] Rido a crepapelle
Per il mondo per le stelle
Rido...
[...] E mi ripiego su me stesso fin quando
La solita nota del dolore non torna
E mi farà ballare ancora
...E ancora...

(da Rido)

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