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Prima della luce

Nell’illuminante prefazione alla raccolta di Mariateresa Giani, Prima della luce (Giuliano Ladolfi Editore, 2019), Giulio Greco informa che essa è composta di testi scritti dall’autrice negli anni Novanta e che questa particolarità può essere utile «non solo per documentare il cammino letterario della scrittrice, ma soprattutto per ripercorrere le radici della sua ispirazione» (p. 5).

Nel titolo della silloge, nella sequenza delle denominazioni delle tre sezioni in cui è divisa (Neve, Osteggiando il primato del sole, Nella fecondità dell’ombra) e nel contenuto delle composizioni che le compongono, è possibile ravvisare già la presenza di alcuni temi che diventeranno il fulcro della sua poetica negli anni successivi: la coscienza della precarietà dell’esistere, il senso del mistero e della sofferenza, l’aspirazione all’eterno e alla rinascita spirituale, il coesistere del Bene e del Male, della luce e dell’ombra, la percezione del tempo, la forza dell’Amore, ecc.

Il lungo percorso poetico della Giani, come attestano questi testi, è iniziato però con l’esplorazione profonda della propria interiorità per poi culminare, nelle ultime pubblicazioni, nell’analisi della realtà e nella costante ricerca dell’infinito, di un approdo luminoso e salvifico, attraverso riflessioni filosofiche e religiose.

In Prima della luce sono le immagini, con le loro allegorie e metafore, a parlare del sentire della poetessa, ma non sempre al lettore, a una prima lettura, sarà possibile afferrare tutte le sfumature delle inquietudini esistenziali che agitano la sua anima, infatti, i versi sono a volte ermetici, visionari, onirici. Materialità e spiritualità in essi si fondono, luci e ombre si alternano, o coesistono, e gli elementi naturali (neve, sole, acqua, piante, uccelli, vento, notte-giorno, ecc.) diventano parte essenziale della sua poetica. Caricando questi ultimi di significati metaforici, la Giani, mentre ripercorre i sentieri della memoria e scandaglia i turbamenti della propria anima attraverso la poesia – che diventa essa stessa fonte di riflessioni metapoetiche –, lascia solo intravedere la complessità del proprio universo interiore e offre a chi legge la facoltà di interpretarne l’essenza.

Fin dalla prima poesia che apre la silloge si possono individuare alcuni temi e alcune caratteristiche stilistiche che contraddistinguono la sua scrittura: «Solo, sarà inverno quando / si ritornerà a mangiare neve, / e il gelo opererà senza anestetico, / né mascherina, con filo permanente. / Questo inverno non ha respiro / lungo: insidiato dal sole con pigri / snodi da lombrico. / In luogo del melograno che ai frutti/ la scorza lede a ornamento, / l’abete a festa, carico di panni / come un mendicante beneficato. / Non battere al cuoio della porta! / Non ho camino: occhi di fiamma, / volto brunito –, o avvampate / castagne con girasoli in bocca, / né anima di annerito spago» (p. 15).

Il linguaggio di Mariateresa Giani è ricco di preziosismi letterari, ricercato, pieno di suggestioni visionarie espresse in maniera classica con spunti sperimentali, mentre i testi, senza titolo, di misura prevalentemente breve, hanno una struttura compatta e nel loro insieme si presentano armonici e ben disposti.

Recensione
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