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Ho avuto l’opportunità di leggere molti libri ─ e di scrivere per alcuni di essi prefazioni e recensioni ─ che parlano di Prato, dei suoi abitanti e dei suoi repentini e sorprendenti cambiamenti socio-economici e ambientali legati all’industria tessile che si sono verificati nel secondo dopoguerra. Libri interessanti sotto il profilo storico-sociale locale, ma direi anche nazionale, in quanto specchio di svariate realtà del nostro paese collegate a questa città da un continuo interscambio di individualità e di cultura; libri scritti da pratesi, o da immigrati provenienti da altre regioni, che hanno contribuito a costruirne la storia con il loro lavoro di operai o di piccoli imprenditori del tessile. Questi testi sono vere e proprie testimonianze di un’epoca, e, in alcuni casi, si colorano di variegate sfumature letterarie. Diventano racconti, saggi, poesie, autobiografie, veri e propri diari, trattati su argomenti specifici. In essi ho trovato spesso un comune denominatore: l’entusiasmo di essere stati, o essere, parte integrante di una comunità composta da individui di diversa provenienza e di diverse vedute accomunata dal desiderio di far crescere il benessere della propria famiglia e dell’intera collettività grazie all’impegno ed al lavoro.

Prato, città dedita soprattutto al lavoro, ma con un’anima sensibile e ricca di contenuti. La creatività dei suoi migliori scrittori ─ ingiustamente relegati in una nicchia territoriale, a causa degli occulti meccanismi che determinano gli inserimenti nei canoni letterari ufficiali ─ si è nutrita di questa sensibilità e di questi contenuti incrementandone il patrimonio letterario. E proprio, in questi ultimi anni, mentre il suo distretto industriale è soggetto ad una nuova forte crisi, dopo quella degli anni ’80, questo suo lato più in ombra ha preso forza. Infatti, in soli cinque anni, due penne pratesi hanno vinto il Premio Strega, uno dei più ambiti riconoscimenti letterari nazionali: nel 2006, Sandro Veronesi con il libro Caos calmo, e, recentemente, Edoardo Nesi con Storia della mia gente.

In questi giorni, ho letto Storia della mia gente, incuriosita dal suo titolo e dalle opinioni non sempre concordi, d’altronde com’è naturale che sia, espresse su di esso. Ho scoperto così già dalla citazione la sua genesi: esprime l’amore del Nesi per Francis Scott Fitzgerald, affiancato da quello per la sua città natale, dove la propria storia e quella della sua famiglia hanno le radici. I legami tra i vari componenti della famiglia Nesi e Prato sono consolidati e sigillati dalle parole di quest’opera originale, che risulta una commistione di generi: autobiografia, romanzo, saggio socio-economico.

Una data, il 7 settembre 2004, è l’incipit del libro e segna una tappa importante nella vita dell’autore: la vendita, insieme al padre Alvarado e al cugino Alvaro, del Lanificio T. O. Nesi & Figli S.p.A, azienda tessile della famiglia che era stata fondata negli anni Venti del secolo scorso da suo nonno Temistocle e dal fratello Omero, con l’intento di farla prosperare e durare nel tempo, per rappresentare un punto fermo per il futuro dei loro figli e nipoti, ma anche dei tanti operai che in essa avrebbero trovato un posto di lavoro. Temistocle e Omero, non potevano immaginare che i loro nipoti sarebbero diventati parte della “prima generazione” che, dopo secoli, “andrà a star peggio” dei genitori.

Edoardo Nesi, fin dalla sua gioventù ─ vissuta negli agi e nella spensieratezza frequentando i campus delle città americane e uno dei locali più noti della Versilia, la Capannina di Forte dei Marmi ─ aveva scoperto la sua passione per la letteratura d’oltreoceano e per il cinema ed il suo sogno era quello di diventare un giorno scrittore. Nella realtà, invece, sembrava essere destinato ad una carriera di imprenditore nella fabbrica della famiglia. Infatti, entrò nell’azienda svolgendo svariati compiti, con l’obbiettivo di acquisire la competenza necessaria per la sua conduzione e illudendosi che niente sarebbe cambiato nel tempo. Dopo vent’anni di attività, invece, si è ritrovato, suo malgrado, a fare i conti con la crisi economica e finanziaria che ha investito il settore tessile (e non solo) di diverse nazioni del mondo, tra cui l’Italia e la città di Prato in modo particolare. La globalizzazione, scelte politiche ed economiche sbagliate, o sintomi premonitori non ponderati in modo corretto dai politici, sono stati gli elementi scatenanti di questa crisi. I Nesi prendono atto della situazione e di comune accordo decidono di vendere la fabbrica. Un trauma che traspare anche da questa frase: «Quando cedi un’azienda vendi anche la sua storia», e, parte della storia dei suoi proprietari; un trauma certo non facile da superare per l’imprenditore Edoardo Nesi, ma necessario per poter ritrovare le energie e la voglia di ricominciare una nuova vita anche se piena di incognite: quella dello scrittore a tempo pieno. Era giunto per lui il tempo di tentare di realizzare il proprio sogno.

Il libro racconta uno spaccato della storia dell’industria tessile di Prato, vista appunto dagli occhi di un ex-imprenditore, ora scrittore. La vicenda del Lanificio Temistocle Omero Nesi & Figli S.p.A è senz’altro similare a quella delle numerose medie, piccole o micro aziende a conduzione familiare sviluppatesi nel territorio pratese, e quello circostante, entrate in crisi a causa della concorrenza scatenatasi a livello planetario con la liberalizzazione. Concorrenza spietata che ha avuto dei riflessi disastrosi nel distretto industriale pratese. E Prato, diventata già dagli anni ottanta approdo di cinesi, entra in una crisi economica di enorme portata. I cinesi diventano il simbolo di posti di lavoro rubati, di ditte destinate al fallimento, di tessuti e vestiti venduti a prezzi più economici, e dunque più commerciabili. Ma, in realtà, la maggior parte di questi “usurpatori” sono cinesi, neo-schiavi del capitalismo industriale, spesso privati della propria identità, della propria dignità e libertà, ostaggi di datori di lavoro senza scrupoli e non rispettosi delle leggi, liberi di fare questo alla fine del XX secolo e agli inizi del XXI in una città, in una regione, in una nazione “moderna ed emancipata.”

Il capitolo “Subito” che parla dell’irruzione (alla quale è testimone lo stesso scrittore) dei poliziotti, vigili del fuoco, vigili urbani e dell’ASL in uno dei tanti capannoni dove lavorano cinesi clandestini, affittati o venduti loro proprio dagli attuali ex-artigiani o ex-imprenditori, è uno tra i più coinvolgenti sia sul piano umano che sul piano narrativo. In esso vengono descritte le condizioni disumane in cui vivono e operano i giovani lavoratori asiatici: condizioni igieniche disastrose e senza i più elementari accorgimenti contro gli infortuni. Credo però, che chi vive a Prato non possa non aver notato in determinate zone della città, sempre più vaste (la definirei la Large-Invisible-Chinatown, perché è una città nella città, sospesa in una dimensione quasi onirica, fremente di vita propria, discreta e sfuggente agli occhi di noi occidentali) lo stato in cui vivono e lavorano. Donne. Uomini. Bambini. E non possa non aver ascoltato i discorsi della gente comune o non aver letto gli slogans scritti sui muri contro i cinesi. E non possa non chiedersi come era o è possibile che tutto questo sia potuto accadere e ancora accada, oppure, come mai nessuno di coloro che aveva i mezzi per farlo non abbia posto un freno a tutto ciò. Disinteresse o interesse? Probabilmente tutt’è due. Il fatto che il Nesi parli e scriva di questo grave fenomeno che ha preso campo nel distretto industriale pratese è senz’altro un bene. E’ un bene denunciare anche la negatività della realtà nella quale si vive e non soffermarsi solo a raccontare la propria storia, le proprie opinioni o passioni. Sono d’accordo con lui sul fatto che uno scrittore (o chiunque si definisca tale) ‘deve’ guardarsi intorno e saper cogliere le varie sfaccettature della realtà, anche se lo fa da un punto di vista privilegiato.

Secondo il mio parere, nell’ultima parte del libro ─ quella più interessante e coinvolgente ─ viene fuori il meglio del Nesi scrittore e uomo. L’autore, infatti, sembra finalmente avvicinarsi e tendere la mano a chi legge e alla sua gente. Infatti, nella manifestazione, del 28 febbraio 2009, tenutasi in Piazza Mercatale afferrando quel lunghissimo striscione simile ad una bandiera tricolore, riesce ad abbandonare i panni di ‘imprenditore per nascita’, vissuto nell’agiatezza, per comunicare la propria solidarietà e vicinanza ai tanti operai che hanno lavorato duramente per anni, facendo turni di lavoro stressanti, a cottimo o a nero, di sabato, di domenica, di notte e di giorno credendo in ciò che vi era scritto a grandi lettere: “PRATO NON DEVE CHIUDERE”.

Circostanze propizie e, forse, irripetibili hanno dato l’opportunità alla famiglia Nesi di diventare imprenditori per tre generazioni e di dare lavoro a molti operai, ed hanno permesso alla città di Prato di accogliere tanti immigrati, ieri dalle regioni meridionali oggi dai paesi extra-comunitari. Altre, non favorevoli, hanno dato il via alla globalizzazione e al libero mercato, incrementando i profitti economici di pochi individui o multinazionali che manovrano le trame dell’economia del nostro pianeta. Lo scrittore esprime la sua rabbia per il sistema adottato dal nuovo capitalismo ─ fortemente appoggiato da alcuni economisti ─, che opera affinché non solo il costo delle materie prime ma anche quello dello stesso lavoro sia sempre più basso, mandando in crisi l’economia di interi paesi. Il Made in Italy di conseguenza è diventato ‘marchio-tarocco’ per capi d’abbigliamento, oggettistica ed altro, prodotti da cinesi nella nostra penisola con materiali spesso di pessima qualità importati dalla Cina. Tra i tanti cassaintegrati o i tanti disoccupati pratesi egli nota sgomento e preoccupazione, misti a disperazione, e questo gli fa paura, perché intuisce che basterebbe una piccola scintilla per scatenare intolleranza e violenza. E’ vero, c’è molta rabbia nel Nesi per una simile situazione, ma c’è anche il desiderio di andare avanti con la sua “gente”. Uniti.

Lo scrittore non fornisce nel suo libro alcun suggerimento per uscire dalla crisi, esprime, però, un suo pensiero: “Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – sì, anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà” (p. 49). E’ consapevole altresì che questa “soluzione culturale” è un sogno destinato a rimanere tale.

Da parte mia, penso che, per far sì che lo scenario post-boom-economico descritto dal Nesi cambi, la città degli "stracci", sollecitata dalle inedite sfide lanciate dal neocapitalismo, deve impegnarsi per rinnovarsi ancora una volta servendosi delle nuove vie e dei nuovi strumenti offerti dalle tecnologie informatiche. Per risorgere come una nuova città-fenice post-moderna, nella quale “Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninnananna” (p. 93-4).

Lo stile del Nesi è scorrevole, con sfumature linguistiche locali. Mette in risalto i particolari su cui vuole che l’attenzione del lettore si fermi, servendosi della punteggiatura e di un fraseggiare volutamente ripetitivo e puntualizzante. Ci racconta così aspetti della contemporaneità in un’opera che si avvicina, per alcuni versi, alla cosiddetta "letteratura industriale” (o forse, oserei chiamarla, ad “una nascente letteratura post-industriale”), un’opera nella quale le sue riflessioni e gli avvenimenti della sua esistenza hanno un ruolo predominante. Il lettore da parte sua può essere più o meno d’accordo su ciò che l’autore pensa ed il libro può o non può piacere. Resta comunque il fatto che Storia della mia gente è la vicenda di un uomo che si è “finalmente reso conto che il costo della vita sono i ricordi”, che il mondo cambia e si evolve in modo positivo o negativo, e che inevitabilmente la storia degli individui, dei luoghi in cui vivono e della società sono correlati indissolubilmente.
Recensione
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