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Ti chiedo perdono di essere nato

Nella Presentazione del libro Ti chiedo perdono di essere nato di Mario Luzi, stampato in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa, Stefano Verdino spiega al lettore che nelle sue pagine sono stati raccolti alcuni scritti «inediti e rari», «ritrovati in file da Gianni Luzi […], relativi agli ultimi anni dell’attività» del grande poeta. La pubblicazione, curata da Eugenio De Signoribus, è stata realizzata con la collaborazione della rivista letteraria “Istmi” e dell’Associazione culturale “La Luna”.

Eleganti e ricercate opere grafiche degli artisti Alfredo Bartolomeoli, Agostino Cartuccia, Sandro Pazzi, Riccardo Piccardoni, Athos Sanchini e Franco Torcianti affiancano i testi da cui traggono ispirazione, rendendo ancora più prezioso il “quaderno”, stampato in un numero limitato di copie. E, come scrive Nunzio Giustozzi nella nota sugli artisti, esse sono «segni dello Spirito, un controcanto al testo equivalente a un’impressione naturale, a un libero fondamento creativo: dove la parola è luogo di attesa e riflessione per il pensiero, l’immagine diviene lo spazio dell’azione, binario su cui corre l’espressione estetica accanto a quella poetica. In una dimensione nuova» (p. 35).

Il titolo del libro è tratto dalla frase-verso che apre il primo testo, breve ma talmente denso di significati filosofici, esistenziali e religiosi (come altri scritti di Luzi) che per coglierne le sfumature bisogna rileggerlo più volte e soffermarsi a riflettere. Nelle affermazioni iniziali del poeta e nelle domande che si pone – «Ti chiedo perdono di essere nato. Di esserci, di infliggere una macula alla purezza del creato, un grumo opaco alla sua trasparenza, un ingombro alla sua libertà illimitata. / Sparire, essere soppresso, negato, vanificato, mai esistito: può una entità chiedere questo all’essere? Lo può una creatura al suo creatore?» (p. 9) – è percepibile sia il profondo turbamento spirituale che lo affligge sia il suo bisogno di mitigarlo con «questa preghiera», che riesce un po’ a “rappacificarlo” e ad aiutarlo a comprendere il senso della propria presenza nell’universo.

In 13 marzo 1993 ricorda, invece, con nostalgia mista a rimpianto, il padre, la sua «ricchezza, umile e riservata», che, dopo la sua scomparsa, può ricostruire soltanto «con la memoria e la commossa intelligenza postuma, venata di un sottile rimorso» (p. 11), mentre in Tram a Firenze racconta di quando in città questi mezzi di trasporto «modesti carrozzoni simili ad elefanti in cammino con moti in su e in giù» «si stipavano di una umanità allora poco promiscua, di gente che la vicinanza di casa e il percorso quotidiano avevano reso reciprocamente nota o famigliare» (pp. 13-14), trasportando il lettore in una Firenze che non esiste più e molto diversa da quella di oggi.

Nel breve ma intenso testo Gli anni ’40, il poeta confida che anche l’atmosfera in cui si trovò immerso in quel decennio del secolo scorso era molto differente da quella nella quale visse in quelli successivi, perché gli anni quaranta «alla loro metà segnarono due epoche di cui una è ancora con tutte le sue trasformazioni la nostra». Il suo primo ricordo legato a essi – che definisce acutamente «anni prima allarmati, poi traumatici, poi da incubo, poi disastrosi, infine umiliati e miseri che per molti si rivelarono occasione per esibire la parte più volgare di sé rimasta fino ad allora compressa, ma per altri di acquisto di coscienza e di proponimenti seri e fondamentali» –, è sempre stato la «maschera torva di un Mussolini affacciato al suo balcone a dichiarare guerra» (p. 29).

E, il Luzi, dopo aver vissuto gli anni bui e drammatici della Seconda guerra mondiale, nelle poche ma significative righe di Razzismo dichiara chiaramente di non aver mai nutrito questo sentimento, perché, secondo lui, «la differenza è meravigliosa e anche troppo facilmente parificabile» (p. 12).

In altri testi, come Solitudine e Il lutto cristiano, le riflessioni del poeta si fanno ancora più intime, più profonde. Nel primo parla della «forza costante della solitudine» e ammette che solo per poco tempo e «Solo il grande amore, nei suoi momenti altissimi, [lo] ha guarito con la totale reciprocità» da questo malessere esistenziale, che spesso accompagna l’uomo nel suo cammino. Per sconfiggere la solitudine, secondo il suo parere, non basta nemmeno stare insieme agli altri, ma «Ci vuole altro» (p. 26), qualcosa di non umano né terreno. Nel secondo si sofferma a meditare sul lutto cristiano, che «non è cupo né disperato, ma non attenua il dolore e non stempera l’amaro delle lacrime» di chi subisce una perdita, probabilmente perché nei credenti la forza vitale di Cristo, che con la resurrezione riesce a sconfiggere la morte, ha meno rispondenza del suo «aspetto sacrificale: la passione, il supplizio, la croce, la morte» (p. 16). E a volte, aggiunge il Luzi, succede che nei volti sofferenti, umili e rassegnati di coloro che perdono una persona cara si possono ravvisare i tratti di quello di Cristo, come è accaduto a lui guardando quello di un amico sopraffatto dal dolore per la morte del figlio.

Nello scritto Semplicità e meraviglia parla dell’abbazia di Sant’Antimo e dell’atmosfera carica di spiritualità che vi si sprigiona contagiando credenti e non credenti, mentre ne La sedia curule evoca le sensazioni che prova nell’osservare l’immagine, riprodotta su un pieghevole, della sedia appartenuta al poeta Mallarmé.

E ancora di poesia e poeti scrive nell’ultimo testo del libro, Poetry Day Delfi 2001, un breve resoconto, misto a riflessioni, di una cerimonia dedicata proprio alla poesia.

Gli scritti di questo libro trattano temi vari e sono piccole perle che aiutano a conoscere più a fondo il pensiero e la sensibilità di Mario Luzi, un poeta che ha lasciato un segno profondo nella Letteratura Italiana del Novecento.

Recensione
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