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Un aspro canto

Già nei versi della prima composizione della raccolta Un aspro canto (Aletti Editore, 2019), Francesca Simonetti fa capire quanto potente sia la forza comunicativa ed evocativa delle parole quando si caricano di poesia e quanto importante sia il loro ruolo «quando si fanno corpo / e non vestimento effimero / d’oro e d’argento-celando inganni / o lenimenti / come orpelli di piombo / su fragili membra» (p. 15). Proprio dalle parole trae, infatti, nutrimento il suo dolce-amaro canto poetico che tratta della vita e della morte, dell’odio e dell’amore, del presente «frutto di reminiscenze» e del futuro che diventa presto esso stesso presente.

Il senso dello scorrere del tempo, unitamente alla consapevolezza dell’avvicendarsi veloce delle stagioni dell’esistenza, è dunque molto presente nella Simonetti. Esso si ritrova sia in versi di grande liricità e bellezza come in quelli della poesia Orme sulla neve, in cui la rapidità con la quale passano gli anni è comparata al dileguarsi di «farfalle silenziose», sia in quelli in cui diventa oggetto di riflessioni filosofiche-esistenziali che la spingono a gustarsi pienamente i giorni che sta vivendo, in Binario in disuso scrive, infatti, che «ne conta le ore / come fossero monete d’oro / da spendere con parsimonia». L’autrice dimostra inoltre di essere conscia che anche la bellezza e la gioventù sono fagocitate dal tempo. E l’immagine della rosa, regina dei fiori e simbolo di innocenza, rappresenta per lei l’emblema dell’effimera durata di entrambe, della triste caducità delle cose e della vita.

I testi di questa raccolta monosezione non riflettono però soltanto i moti del suo universo interiore, ma esprimono anche tutto il suo sdegno per le ingiustizie presenti nel mondo e il suo turbamento per le cattiverie perpetrate da individui senza cuore nei confronti dei più deboli. Con forza esterna, infatti, la sofferenza che prova nel vedere tanti bambini affamati e spose bambine e nell’apprendere che donne e uomini muoiono in mare con i propri figli, mentre fuggono dai loro paesi in guerra. Con la speranza che «diventi canto l’urlo di dolore / dei secoli trafitti» da tanti mali e che invece «nenia d’amore / si propaghi nelle notti fredde / dal canto mesto della madre per tormentare / il sonno dei tiranni» (p. 21), esprime tramite le sue parole aspre e dure la disapprovazione per il comportamento di uomini senza scrupoli e il desiderio che esse possano toccare le corde della sensibilità di chi continua a ignorare i lamenti delle persone che soffrono. Con spiazzante sincerità confessa, invece, il suo timore, misto a paura, che in futuro l’odio possa prendere il sopravvento sull’amore in “quel guazzabuglio del cuore umano” anche se Dio si “nasconde nelle sue pieghe e attende”, ma proprio per questo, nonostante il dilagare della malvagità nella società contemporanea, non si deve abbandonare la speranza che possa diventare migliore e più solidale.

Secondo l’autrice il compito della poesia e dei poeti è proprio quello di aprire «le menti / consunte dal gelo dell'inverno / in attesa del sole / che tarda a splendere / quando pure il cuore è nel freddo» (p. 5). E il mare, altra immagine ricorrente nelle composizioni, diventa il simbolo dell’eternità e della stessa poesia.

I versi di Francesca Simonetti, vibranti, a tratti liricamente suggestivi, mai banali ma colmi di contenuti, regalano ai lettori “un aspro canto” che in realtà aspira a diventare un canto d’amore e speranza.

Recensione
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