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Per Wirgina Woolf “Una stanza tutta per sé” rappresentava il desiderio e il riscatto di donne che non avevano mai avuto un loro spazio di autonomia per vivere, pensare, scrivere.

Nell’opera di Fosca Andraghetti le stanze tornano nella loro dimensione di luoghi fisici e simbolici, carichi di suggestioni, ricordi, colori. Ideatrice di un gruppo di scrittura creativa e di una collana di narrativa, Andraghetti accompagna il lettore lungo un corridoio che si affaccia su tante stanze, su porte che si aprono su tante dimesioni. Ecco allora le stanze dei contadini, il collegio e la camera della Madre Superiora, la casa con il balcone a forma di triangolo isoscele.

Le stanze sono angoli che possono nascondere violenze come quelle inflitte a Liviana nel brano “Silenzioso rumore”, oppure ossessioni e malinconie come per la nonna di “Zuchèt” o ancora esistono sono stanze nelle quali ci muoviamo ma che non ci appartengono per Lara di “Libertà nell’ombra.”

La storia delle stanze è anche storia delle culture, degli anni che trascorrono e delle conquiste della società civile: la novità dei servizi igienici, un lusso fino a pochi decenni prima, il riscaldamento che sostituisce il lume a petrolio e le braci infilate nello scaldaletto.

Le stanze diventano sempre più belle, calde, comode, ma c’è qualcosa delle stanze disordinate e scrostate di un tempo che rimane nel cuore e nei sensi, impregnato. “A quella prima casa – racconta la voce narrante – la cui nascita fu un avvenimento e lasciata poi dopo vent’anni per andare ad abitare altrove, restano legati i ricordi più belli.”

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