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Non è sicuramente un caso che il romanzo delicato e lieve di Marisa Canetti cominci e finisca con due parole luminose: Primavera e Luce.

Parole che danno un ritmo dolce alle pagine dell’opera e che sembrano rappresentare l’alternativa naturale e simbolica a quell’oscuro “male di vivere” montaliano che s’intromette nelle percezioni di Caudina, malinconia protagonista di queste pagine, smorzandole anche gli istinti più veri, come l’innamoramento e la passione fisica.

Il senso di morte che intorpidisce i pensieri di Caudina, le sue insicurezze, le sue insoddisfazioni rievocano i travagli esistenziali di una celebre signora dell’ottocento francese, una certa Madame Bovary, in bilico tra appagamento dei sensi e consapevolezza delle fine, tra romanticismo da cartolina e inevitabile appiattimento alla vita quotidiana.

Mentre Madame Bovary cercherà un effimero appagamento nei suoi numerosi amanti, Claudina troverà respiro tra le braccia del suo unico e vero amore: la Côte d’Azur. È lì infatti che Claudina sembra ringiovanire e trovare quel calore di cui ha bisogno. Ma la Costa Azzurra è anche ricordo, rimpianto per Jean Pierre, rabbia per Alberto, i due uomini che le hanno segnato la vita.

La scrittrice, con un tocco naif e romantico, ci trasporta lungo i pensieri del suo personaggio e verso la sconfitta delle sue ombre interiori. “Le nostre paure possono perderci o salvarci. Le sue l’avevano perduta. Era consapevole di ciò. E doveva reagire (…)”. A differenza della dama infelice di Flaubert che si lascerà schiacciare da se stessa, Claudine riuscirà, grazie alla presenza concreta e affettuosa del marito Paolo a trovare la serenità, a vivere con equilibrio l’amore, senza illusioni e senza rimpianti.

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