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Un certo tipo di poesia, lieve ma sentito come questa di Giannina Vittonatto, ha dentro di sé una forza particolare: il privilegio di raccontare il bene e il male dell’autore, senza che questo ne venga travolto. Basta il passo lieve dei versi, le frasi spezzate nei puntini sospensivi, gli aggettivi e i nomi reticenti, sfumati, i personaggi che ci sono e non ci sono.

In questo paesaggio anche il dolore delle poetessa riesce a rimanere in parte sfuocato, distante e i versi curano l’anima.

Il “fiore” nato troppo tardi nel titolo di questa delicata raccolta poetica sembra di vederlo: piccolo, prezioso, timido, che cerca di allungare lo stelo per ricevere un po’ di luce e non essere schiacciato dai rampicanti, dalle spine, dagli arbusti.

E dal fiore nasce una poesia fatta di parole semplici, genuine, versi brevi, asciutti, diretti che scavano nei tormenti: “Pizzicando l’anima, per ora, | mi hai uccisa dentro” nel tumore che appare improvviso: “L’angoscia di quel miscuglio… | Quella siringa conficcata nelle tue vene via via bruciate e perse…”, nell’ abuso subito: “ È stata la sua insistenza, | È stata la mia ingenuità”, nella religione “Dio è il solco delle tue rughe | Dio è sul tuo volto stanco ma felice”, nei rapporti con il mondo: “Mi è bastato guardarmi allo specchio: | Una coppa di gelato lamponi e lacrime”.

Ma oltre il cancro, la violenza subita, la morte di cari, la vita rimane, lungo la geometria pulita ed essenziale dei versi di Vittonatto,  “un soffio meraviglioso… | godila in pace… particella universale | Guardati dentro e perdona… | Perdona anche chi non sa perdonare”.

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