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I lupi e il rumore del tempo

Salutiamo con particolare soddisfazione l’ingresso in campo editoriale di una nuova collana di poesia, la Biblioteca dei Leoni. E averla posta sotto il segno protettore di Mandel’štam dà motivo di soddisfazione. Paolo Ruffilli l’ha tenuta a battesimo con una sua traduzione di poesie dello scrittore morto nel gulag di Vtoraja Rečka nel 1938, alcune delle quali appaiono come una novità in un panorama editoriale che, purtroppo, ancora manca dell’opera omnia del più grande poeta russo del Novecento secondo Brodskij. Ha voluto anche farla precedere da un’assai interessante introduzione, nello stesso tempo divulgativa e testimoniale, che gioverà a chi non sia lettore specialista e necessiti di un quadro di riferimento storico e poetico.

Mandel’štam! Ancora oggi non riusciamo comprendere fino in fondo il perché questo poeta sia stato perseguitato dal potere sovietico prima e poi dai critici che quel potere servivano (e non solo in Russia). Mandel’štam scriveva versi come questi: “io entro nel mondo e la gente è buona”; “fare di testa mia, unico amico a me stesso”; “dici: oche-ochine, portatemi a casa!”; “Parlo a nome di tutti così forte perché il cielo / diventi cielo”; “La neve odora di mele come una volta”: “Andrò dai passeri”… Cose infantili (nel ’25 aveva pubblicato “Primus”, “Primula”, poesie per bambini)? No, provocazioni che quel potere non poteva sostenere. Niente di più intollerabile, da parte degli uomini di potere. Che, dovunque vivano, non sopportano chi osi non affidarsi al loro progetto di ‘costruire’ il bene degli uomini e ‘salvarli’ dal male.

La sconfessione dei potenti e dei riti di sottomissione emerge potentemente dai versi di Mandel’štam con la forza della profezia: sul presente dell’oggi, s’intende. È con l’occhio dello spirito e non con quello dell’ideologia che vede e giudica la realtà del suo presente. Un ‘vedere’, questo, perennemente vero, che Dante ha lasciato in eredità, perché non perdessimo la memoria stessa del ‘vedere’ la realtà della storia. Anche Mandel’štam, non potendo tacere, ha scritto versi come questo: “è difficile dire: non ho visto niente”. Ecco: ciò che dal potere (non solo politico ma anche letterario) non può essere perdonato, viene invece ricevuto come una santa reliquia dai poeti autentici. In loro urge la verità del valore, l’inconfondibile voce, il grado di luce, la forza obbligante della giustizia, l’amore della libertà, la speranza di compimento, il rivolgersi non più e solo ai letterati, ma agli uomini.

Mandel’štam è tutto questo, e non va né sminuito né disarmato. Come purtroppo è avvenuto, ed anche in anni non lontani da nostri. Perché? Perché il grande poeta russo sapeva ben distinguere letteratura e poesia, sapendole inconciliabili. Per coerenza aveva fatto una scelta che l’avrebbe portato prima all’esilio (come il suo Dante) e poi alla morte in un gulag. Ma l’esilio, comunque lo si viva e intenda, è stato provvidenziale per la sua poesia: andato in Armenia, là, dopo un lungo silenzio, rinasce la poesia; andato a Voronez, là nascono i “Quaderni”. Neppure l’esilio insomma ha potuto fermare la sua voce, con la quale ha trasformato il sangue in inchiostro e l’inchiostro in sangue. Ed è questa inconfondibile ‘voce’ che, di nuovo, grazie al trentennale amore di Ruffilli, giunge opportunamente a noi per non lasciarci indifferenti, in tempi come questi nostri, tragici e corrotti, bisognosi di rinnovata profezia.

Porsi sotto il segno di Dante, come ha fatto Mandel’štam, che la Divina Commedia ha portato con sé in carcere e nel gulag, non è porsi sotto il segno (da intendere simbolicamente) di Petrarca, dato che i ‘secondo Dante’ non cercano quello che sognano i ‘secondo Petrarca’, cioè l’accademia, l’alloro, l’oraziano ‘monumentum’.

Non c’è bisogno di ‘poesia sociale’ per difendere gli uomini, perché basta la poesia a rendere più umani gli uomini, più vivi e presenti nella storia. Basta l’autentica poesia a far intendere come la storia non possa essere ideologicamente progettata e costruita, se manca lo spirito, se manca l’eterno. E Mandel’štam, che lo sapeva fino in fondo e ne intuiva le conseguenze, ricordava nobilmente ai contemporanei il significato del compimento: “Concluso il tempo e la strada, / potrò ritornare dov’ero”.

Fa bene Ruffilli ad insistere sul significato, sulla necessità di riunire il significante al significato, distogliendolo dalla presunzione di una sua possibile autonomia. Lo fa quando, nell’introduzione, accenna alla definizione che Mandel’štam dava del poeta: “colui che scuote i significati”. E Mandel’štam lo ricordava in tempi in cui bisognava essere autorizzato anche solo ad aprire la bocca. Il regime voleva costruire l’uomo nuovo, ma non voleva riconoscere l’identità dell’uomo, certamente fatto di materia, ma anche, unitamente, con un corpo di anima e di spirito. Così Dante gli aveva insegnato e così Mandel’štam, testimoniando, interpreta nella sua esperienza.

Ecco perché rileggere Mandel’štam non può che farci bene, soprattutto in tempi come questi nostri. Il suo autobiografismo è autoprofetico, occorre tenerlo presente nel momento in cui lo leggiamo. Anche nella diversità del suo essere tradotto, ed oggi è il caso di Ruffilli, non perde il ‘cosa ha da dirci’. Non conosco il russo, perciò non ho competenza per mettere sotto esame la sua traduzione, né per confrontarla con altre in circolazione. Ma se è filologico il restituirci l’intentio auctoris, il perché della sua voce, allora questa traduzione di Ruffilli porta un contributo molto interessante e coinvolgente. E non dimentichiamo che le segrete relazioni tra la voce del traduttore e quella del tradotto producono fecondi scambi. C’è da augurarsi che altrettanti se ne producano, mediatore il traduttore, tra autore e lettore. Questo è, alla fine, lo scopo principale di un’edizione di poesia.

 

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