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Questi versi dall’incedere solenne, con sospensioni che bloccano il respiro, sono l’ultimo lavoro di Alessandro Cabianca, poeta che da molti anni da Padova, sua città adottiva, rivive i riflessi e i miti delle colline vicentine, suo luogo d’origine, un po’ come era capitato, sia pure con esiti completamente diversi, a Pavese e a Meneghello.

E mentre Pavese costruisce un vero e proprio mito della vigna e della collina e Meneghello ricrea dalla parola evocativa l’ambiente ancestrale, l’UR-Malo, Alessandro traccia un ponte fra la mitologia classica e l’ambiente odierno, sia che si tratti del bosco dell’infanzia, sia che si tratti della giungla urbana.

Ciò risulta facile e fluido, naturale, e si scopre che a muovere le gesta sia eroiche che epiche o del banale quotidiano sono sempre i soliti sentimenti, i soliti istinti, si potrebbe dire i soliti meccanismi psichici.

Nesso ancora più evidente se si tiene conto degli studi psicoanalitici condotti dall’autore negli anni post-laurea, studi che hanno aperto una finestra e dato luce, fino a rimodellarli, ai bellissimi e introspettivi, ma acerbi e implodenti versi giovanili trasformandoli in maturo e consapevole linguaggio poetico. Vi si trovano agganci poliedrici e pluridirezionali: sia con il mondo della cruda realtà, sia con il mondo della fiaba, dove gli animali prendono simbolo di vicenda umana.

La volpe che va al pollaio, il lupo alla tagliola, non sono le caricature antropizzate dei fumetti ma la trasfigurazione, fino a renderlo raffinatissimo e sublime, dell’istinto umano, in una commistione e gioco delle parti in cui la bestia tuttavia non cessa di essere bestia mitologica nelle valenze del mito contadino.

Si odono infiniti echi fra questi versi e qualche citazione non potrebbe essere che riduttiva ma quello che resta, perché continua anche dopo che si è chiuso il libro, è la sensazione di aver letto uno scritto senza tempo, un insieme di frammenti tradotti da chissà quali e quante lingua, presi da chissà quali storie epiche e mitologiche.

Resta un rimbombo, come se in una scatola fossero state rinchiuse tutte le scritture e le culture. E non mancano quei riscontri del resto che ognuno può trovare dentro sé stesso in quanto portatore, scrigno, sintesi d’umanità.

Sono versi che scatenano consapevolezza, che formano coscienza e ci mettono in comunicazione con l’Esperienza umana. Alessandro è riuscito in ciò attraverso un’operazione artistica (e quale altro mezzo sarebbe altrettanto idoneo?) raggiungendo con questo libro esiti tra i suoi migliori.

Il verso è libero, con un uso meno frequente che in passato dell’alessandrino. Il ritmo è decisamente classico come si addice ai temi, in un rapporto serrato fra forma e contenuto che si determinano a vicenda.

E non si avverte quasi il passaggio dalla prima alla seconda parte, anche se alle donne d’Assiria si sostituiscono figure vicine, reali, ma non meno di Ifigenia o Frisia, trasfigurate. Anzi, più sono vicine e più assumono attributi assoluti.

Versi che sembrano di Catullo o di Saffo ma con molteplici contributi di artisti a noi prossimi sia nella forma che nella simbologia:”Ora il luogo che cerco è una canzone | scucita e ricomposta dai millenni: | l’inutile sublime delle cicale”. Si confrontino questi versi con la n. XII di Silvio Ramat da: "L’inverno delle teorie”.

Certe forme e concetti, ripresi da chissà dove, sortiscono da soli come se straripassero per essere stati troppo covati e rimuginati; escono in forme autonome e alte aggiungendo sempre qualcosa al preesistente, una variante personale, un ulteriore contributo.

Talmente classici i suoi versi che possono parere poco distinguibili. Riconoscibilità che tuttavia si impone nella struttura del linguaggio: dalle fonti greche e latine si attua come una pausa di qualche millennio dove non si avverte la presenza dei contributi nordici o del barocco mediterraneo, mentre si potrebbero scorgere influssi arabi e della favolistica mediorientale nei dialoghi e nella simbologia animale.

A me paiono scelte di forma e non di merito: la funzione poetica resta sacra e taumaturgica, sciamanica forse, permettendo i versi la congiunzione all’inconscio o più genericamente al sacro e all’arcano. Ed è soprattutto questa memoria profonda, una voce che viene da lontano, a caratterizzare la poesia di Alessandro anche nelle figure reali che prendono prospettiva più ancora delle figure mitologiche.

Il suo è un attaccamento alle origini anche geografiche, quelle bellissime colline vicentine, ma culturalmente delle popolazioni locali è rimasto unicamente quel senso di magia e di profano che esce (o rientra) ed è comunque legato alla terra, poiché tutto il resto appartiene ai contributi classico-cristiani della storia.

La storia in effetti è l’altro epicentro della poesia di Alessandro, un divenire fattivo, sempre l’esito di giochi di forza. Manca la nobiltà e l’eroicità del gesto fondante, caratterizzante. Sono sempre i vincitori a scrivere la storia a creare gli eroi e i miti e a formare nei vinti il senso del destino comune.

Se mai ci si potesse chiedere il perché dei toni alti usati dall’autore, cosa ci sia mai da celebrare con ritmi così solenni: ”Nelle acque del Nilo | bagnano i panni le donne d’Egitto | un forte tremore le scuote”.

Occorrerebbe dare a quei ritmi le giuste cadenze, cadenze funebri, per celebrare il dolore universale, la distanza dalla storia e il distacco dalla natura (questo distacco, in Alessandro, filtrato dalla letteratura, diviene condizione indispensabile alla sopravvivenza), unici parametri del vivere. E’ la consapevolezza che il vento della storia è qualcosa che spazza via, che passa sopra, che viene subìto.

La sensibilità, quando tende a straripare, ha bisogno di argini culturali e dei filtri della tecnica poetica per non travolgere. Forse a causa di ciò Alessandro non si è mai seriamente cimentato con la narrativa, che l’avrebbe forse costretto l’autore a distogliere lo sguardo dai suoi parametri spaziali, che sono: la condensazione, l’accumulo, la trasposizione, l’elaborazione.

La seconda parte del libro si struttura come una dilatazione di spazio-tempo dove il viaggio si configura quale fenomeno fisico, fenomeno psicologico e scansione metaforica ai cui antipodi stanno la vita, il percorso artistico e tutto ciò che tende ad evolvere, a partire dalla rielaborazione del vissuto.

Per Alessandro ogni persona è un principio attivo che plasma e trasforma la realtà. Il rapporto interattivo vede sempre protagonista l’individuo che, attraverso la percezione, struttura e costruisce il proprio spazio.

L’interazione non prevede pause né cedimenti; anche le posizioni più innocue ed estetizzanti della contemplazione vengono sentite come decadenti o addirittura perdenti: ”Se non hai dove arrivare | e in qualunque parte | o per qualunque ragione | nessuno è ad attenderti, | hai sbagliato, forse, in qualche cosa”.

Poco importa (anche se fosse destino) se in questo processo – o lungo il tragitto – si perdono parti, assunti vitali, forse pure la propria identità. Se si è sopravvissuti vuol dire che quelle cose non erano indispensabili:”E’ bene tentare un altro strappo”…. “Ancora da qualche parte, scompostamente, | seguono la corrente non tronchi tagliati, | ma cadaveri in putrefazione”.

Il viaggio, qualunque viaggio, è fatto di cambiamenti, di turbolenze, strappi; lascia cadaveri sul posto, mentre altri cadaveri (che si credono vivi) seguono la corrente. Il viaggio non risparmia nessuno, nessuno è fermo, neppure nel momento dell’estasi, neppure nel nirvana, la sublime illusione.

 La figura del poeta è fattiva anche quando diventa arcangelo o sirena:”(A parlare con gli angeli ci pensino i matti, | non i poeti, arcangeli in proprio, nuvole, sirene)”.

Queste cose non sono mai dette o narrate, non hanno bisogno di essere rivelate, sono scontate, perciò si trovano nel percorso del testo, quasi chiazzate qua e là a caso poiché ogni viaggio è un’incognita come pure il percorso di ogni brano poetico. I versi sono staccati, gli spazi fra le strofe dilatati, il ritmo discontinuo e al termine di ogni verso ne può sortire un altro del tutto imprevedibile. E’ l’incognita di ogni viaggio.

La logica non è frutto della trama, ma la risultante della successione, anche illogica, degli eventi. Pare ci sia sempre una mano sopra tutto, una mano che non serve vedere (e forse è meglio così), poiché a dispetto dell’unica direzione possibile alla storia, il campo resta sempre disseminato di cadaveri, eroi o assassini, a seconda di chi la scrive, la storia:”così raccontano gli storici, i becchini della memoria”.

Ma sui grandi della storia pesa come un macigno il giudizio morale del poeta (o dei bambini), unici non condizionabili, unici a non aver subito la cultura ufficiale dei vincenti.

E ne esce un’immagine sconfortante della giustizia e della storia:”Gli eroi, quelli che non hanno mai trovato un tribunale | all’altezza delle loro nefandezze, risponderanno | un giorno al tribunale dei bambini, | quando, cessato il delirio degli adulti, | comincerà la conta meschina degli ammazzamenti | e nell’ordine saranno Napoleone, Cesare, Alessandro”.

Qui finiscono per sovrapporsi i confini personali con i confini assoluti. Ci sono limiti che qualunque mente libera non può ignorare; Alessandro Cabianca ha sempre giocato con gli opposti, ha scandagliato i dualismi fino a ridurli, in una prospettiva totale, ad esatti complementari: nel punto di fuga finale sono diventati l’inutile sublime del canto delle cicale.

Il bene e il male, l’ordine e il caos, la ragione e l’istinto; Anche il bianco e il nero sono diventati sfumature nel progredire del canto:”- Di quanti verdi è il verde dell’erba? -  | chiede il bambino per niente stupito  | …… | - Di tutti i colori del verde - pensò di rispondere”.

Se si ascolta il ritmo di questi versi ci si rende conto che la forma non fa da involucro, ma è sostanza; nei suoni sono compresi i toni e le modulazioni del verde quasi in uno straripamento multimediale della poesia.

Ecco allora l’annullamento anche formale delle tensioni, degli strappi, degli antipodi, poiché all’infinito tutto tende ad uno stesso punto, si fonde e confonde in prospettiva, risalendo a ritroso dal punto di fuga, per essere rimescolato e riproposto in un amalgama antropico il cui esito non è ancora un nuovo ordine, anche se di questo pone le premesse, riuscendo a farvi convergere tutta la storia dell’uomo, testimoniata dalle più varie e imprevedibili esperienze di vita.

Recensione
I guardiani del fuoco
poesia 
Autori
Alessandro Cabianca
Edizione:
Gruppo 90 - Padova
Padova 

Prefazione di Aldo Vianello - pp. 64

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.3/2010
 

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