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L’attimo successivo (visto dall’attimo presente) arriva sempre prima che sia possibile strutturarlo. Ci coglie impreparati, alla sprovvista e la vita diventa un perpetuo affanno e una rincorsa. Solo nell’illusione di una possibile pianificazione (quindi solo vivendo fuori dal tempo) è possibile trovare rifugio dall’ansia. Volendo vivere nel presente, il futuro ci anticiperà sempre, lasciandoci annichiliti e sgomenti; ma volendo vivere il presente, anche il passato scompare, abbandonato oltre un limite invalicabile. Il tempo non è la dilatazione dell’attimo, bensì il suo opposto; per accedervi è necessario rompere il legame col presente. Ora, nella società consumistica, questo stato di cose può reggersi solo sottoforma di adesione spontanea a un anelito di vita nel presente e nel perenne soddisfacimento di bisogni immediati.

Prerequisito a questo scopo è l’abbattimento della capacità di giudizio fra ciò che è importante e ciò che non lo è: è quello che Georg Rimmel, già un secolo fa, definiva ‘atteggiamento blasé’ riferito agli abitanti della metropoli (ma cos’è la società attuale se non una unica enorme metropoli mediatica?): “L’essenza dell’essere blasé consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose, non nel senso che queste non sono percepite – come sarebbe il caso per un idiota - ma nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti.”

La storicizzazione della letteratura, nell’attuale contesto sociopolitico, risulta quindi essere un’operazione inattuale, controcorrente, se non addirittura venire percepita come antisociale. La poesia, per adattarsi ai dettami della società consumistica nella quale opera, dovrebbe produrre brani che si auto distruggono o slogan che invecchiano assieme a ciò che promuovono.

L’attuale società consumistica richiede una continua tabula rasa, una cancellazione della memoria e una forma di rigetto verso tutto ciò che esiste per poter inondare ogni spazio con nuovi prodotti che una volta sfornati devono subito diventare vecchi per poter essere a loro volta sostituiti.

Fino a pochissimi decenni fa un’opera d’arte era fatta per durare nel tempo, per diventare immortale, per trasmettere qualcosa alle generazioni future. Ma gli artisti attuali che indagano il nostro tempo, costruiscono happening dove l’evento si consuma mentre si svolge seguendo una trama imprevedibile anche all’autore stesso. Oppure si esibiscono mettendo in piedi installazioni appositamente costituite da elementi fragili e deperibili, meglio se biodegradabili, adatti a essere smantellati alla fine della mostra in modo da lasciare spazio alla performance successiva. I nuovi artisti costruiscono le loro opere d’arte a immagine del nostro mondo, per meglio penetrarlo, analizzarlo e rappresentarlo.

La poesia è una branca dell’arte e l’arte fa parte della cultura. Quindi occorre partire dalla situazione attuale della cultura per riuscire a inquadrare la poesia. La cultura ha avuto la funzione storica di porre dei paletti, di mostrare la strada entro cui un determinato insieme di persone (un popolo) muove i propri passi nell’ambito delle tradizioni, delle conoscenze e dei comportamenti. Cultura è un termine che ha a che fare con coltura, coltivazione, riferita agli uomini e al loro sapere. Ha quindi avuto storicamente un ruolo prevalentemente restrittivo ed educativo, quasi genitoriale. Questo avveniva in una società amministrata dall’alto in cui gli amministratori potevano demandare alla cultura la funzione educatrice, rispecchiando una visione asimmetrica della società, fra chi è sopra e chi è sotto, fra chi sa e chi non sa.

Le arti, all’interno della cultura, fungono da avanguardie, ricercano, esplorano, a volte in conflitto con la tradizione e il potere. L’artista non può adattarsi, non può accettare la realtà così com’è, deve sfondarla per spingere i confini più in là di quelli attuali. Non sempre l’arte è in grado di spiegare a se stessa e agli altri le proprie scelte. Va per tentativi, brancola nel buio, a volte ha successo e a volte no, lo si capisce solo dopo.

Ora che anche i politici e gli statisti hanno abdicato al mercato il compito di guida e addirittura la possibilità di scavalcare leggi e regolamenti interni agli stati, la cultura ha perso la sua funzione incanalatrice per mettersi al servizio del nuovo potere reale, il mercato. Ma non tutta la cultura: ogni singola arte ha scelto (se ha potuto scegliere) la sua strada e ogni singolo artista ha scelto (se ha potuto scegliere) la sua rotta. Così la poesia ha potuto (dovuto) rimanere ai margini, fuori dalla storia.

In ogni caso non sappiamo se l’arte potrà avere una funzione all’interno dei nuovi meccanismi sociali, se ne troverà una restandone ai margini, se non ne avrà alcuna e si trasformerà in qualcos’altro o si eclisserà del tutto. Si possono solo cercare delle strade.

Il lavoro dell’artista però, non sempre procede lucidamente, non sempre percorre un’autostrada, non sempre viaggia di giorno, non sempre è in discesa.

Fra le varie arti, la poesia ha una connotazione particolare: mentre altre forme artistiche (il cinema, la musica) hanno in parte mantenuto funzioni celebrative o educative e un rapporto con il mercato adattandosi al consumismo e accettando la ricompensa in denaro (con confini molto labili fra arte e manierismo, fra arte e oggetto di consumo), la poesia è uscita in blocco da questo ambito. Come ha detto mirabilmente la Arendt: “Un oggetto può dirsi culturale nella misura in cui resiste al tempo; la sua durevolezza è in proporzione inversa alla funzionalità”. Nel caso della poesia l’analisi è facile: essa non ha più vincoli di alcun tipo col reale, non ha legami col mercato, non ha legami col potere e ha pochissimi contatti anche con le altre arti. È quindi libera di spaziare dove vuole; si potrebbe dire che è diventata ricerca pura, avanguardia fra le avanguardie. Chi si dedica alla poesia sa tutto questo. Sa di avere un territorio completamente vergine nel foglio bianco che ha davanti e che può riempirlo a piacimento o non riempirlo affatto.

Qual è la ragione per cui un oggetto può sopravvivere alla sua funzione? Qualcuno ha tirato in ballo la bellezza, ma sappiamo ancora poco sulla bellezza mentre invece sappiamo fin troppo bene che i manieristi spesso superavano in tema di abilità tecnica i loro maestri senza per questo diventare più importanti di loro. Sappiamo anche che nell’arte, arrivare secondi non conta niente, basta essere abili a copiare. E allora sopravvive solo ciò che viene riconosciuto come un punto cardine del pensiero e dell’evoluzione umana, un perno attorno cui la storia dell’uomo ha trovato slancio per andare oltre.

Ma torniamo al concetto di bellezza. Se ne è parlato tanto, cercando anche di spiegarla meglio attraverso le definizioni di armonia, di proporzioni, ma la definizione che a me piace di più è quella di Leon Battista Alberti: uno stato di cose in cui qualunque cambiamento è in peggio. E questo stato di cose lui lo ha definito perfezione. Dice Bauman: “…[gli artisti] vivono oltre il presente. Le loro rappresentazioni possono sganciarsi dai sensi e precederli. Il mondo in cui vivono è sempre un passo, o un miglio, o un anno luce avanti al mondo in cui viviamo noi. Quella parte del mondo che si spinge più in là dell’esperienza vissuta noi la chiamiamo ‘gli ideali’; gli ideali hanno il compito di guidarci nel territorio ancora inesplorato… La bellezza era uno di questi ideali…” Ora, è vero che la perfezione assoluta è irraggiungibile, però la storia dell’uomo è costellata di concentrati di bellezza, di punti in cui la bellezza ha preso corpo e forma ad opera di artisti che sono riusciti a dare l’illusione che in quei punti il tempo si sia fermato, che oltre quei punti non ci sia più niente.

Ecco, leggendo il libro di Alessandro Cabianca, come prima cosa vi ho individuato un’infinità di riferimenti, di richiami a fasi storiche della poesia, ad autori che hanno toccato i punti più alti della perfezione letteraria. E naturalmente mi sono chiesto se poteva trattarsi di un tributo a dei grandissimi poeti, o addirittura di una forma di plagio o di chissà che altro. La risposta che mi sono data, dopo una più attenta analisi, è che si tratti invece di una vera e propria presa di posizione diretta nel panorama letterario e conseguentemente anche sociale, un bisogno di affermare, ricontestualizzandoli, quali siano i cardini della poesia e dell’arte. E Alessandro lo fa soprattutto incidendolo nella forma poetica e specificamente in quell’aspetto così peculiare della poesia che è il ritmo. Ho trovato molte e diverse formulazioni ritmiche in questo libro di Alessandro. In natura tutto ha un ritmo e negli animali superiori i ritmi sono regolati da precisi meccanismi del sistema nervoso: pensiamo al ritmo cardiaco, a quello respiratorio, al ritmo circadiano e a tutte le combinazioni e intrecci che da questi discendono. Gli artisti in parte copiano i ritmi della natura, in parte ne costruiscono di nuovi inventandoli. Ogni artista alla fine si assesta su un suo personale ritmo che lo caratterizza differenziandolo da tutti gli altri e che lo fa riconoscere di primo acchito. Pensiamo ai regolari ritmi danteschi, ai ritmi sincopati dei poeti sperimentali, per scorrere sulle fluide acque leopardiane dove il ritmo sembra seguire i profili delle colline marchigiane. Non penso sia un caso che uno dei più importanti lavori di Alessandro Cabianca sia uno studio del rapporto fra poesia e musica, eseguito a quattro mani col musicista Matteo Segafreddo.

Nel libro L’ora dello scorpione di Alessandro, i ritmi si susseguono e si intrecciano senza seguire un evidente filo logico. Già i primi versi: “Improvvisa nella calura schiocca | secca la folgore, | prodigio e incantesimo sulla rocca;” (Dalla rocca di Asolo) sono un chiaro richiamo crepuscolare, quasi pascoliano; ma in altri contesti la struttura si dimostra di stampo ermetico: “Da una rocca alta sulla pianura | dove ti accompagna l’allegro sfrigolar delle pioppaie | o dove bianchi si pavoneggiano lussureggianti | i fiori quando il vento agita il sambuco” (Tirinto). Si possono notare delle inconsuete rime al mezzo e scorgere richiami bucolici se non addirittura arcadici. A proposito di rime, per un autore che le ha sempre accuratamente evitate, risulta singolare trovarne in tutte le combinazioni possibili, dalle rime baciate, alle rime alternate, più altre rime in ordine sparso: “il bacio gli hai negato, ancora ieri | che accende fantasmi e desideri” (Il colore dei mandorli), versi che potrebbero far parte di un poema epico cavalleresco rinascimentale, tanto per tornare ai riferimenti storici. Vorrei rimandare il lettore appassionato di rime a una attenta lettura del brano “Lo stupore” dove troverà rime che si intrecciano in varie combinazioni creando delle interessanti strutture e dove si può trovare un originale gioco in cui si ottiene una rima impropria fra versi regolari e versi sdruccioli usando termini come “…accendono |…dono.” oppure “…lucertole |…fole.” Argomenti su cui l’autore gioca non poco, intrecciando le simmetrie letterarie con le simmetrie della natura, riproponendo l’eterno dualismo natura - cultura e dando un calcio metaforico alle storture della vita in questi deliziosi versi: “Bisogna pur credere nella natura | e nella sua simmetria, vera o falsa che sia, | e la paura nasconderla in un guanto di pelle nera, | da indossare la sera, in barba alla fortuna, | e alla mia e alla vostra luna (… e chiamatela rima stretta, se vi diletta)” (Lune).

Che il tema sia sempre culturale lo si evince anche da questi altri versi: “indaga il bianco fra le parole, | esamina l’interpunzione, | prima ancora di perderti dentro il senso:  || è così che si è poeti, nel peso | che si dà ai vuoti, alle partenze” (Meglio di queste fredde pietre) dove si ribadisce che si tratta comunque di operazione culturale, che la priorità è sempre di ordine culturale anche quando la preminenza sembra propendere per altri aspetti: “Parola mia, nasconditi tra gli alberi | o tra le foglie secche del sottobosco, | di novembre, se vuoi passare inosservata” (Memorie di una guerra).

I tributi in certi punti diventano palesi, addirittura diretti: “Chiamerò a testimoni di questa storia | i pochi che accettarono le compromissioni: || Dino Campana… | Aldo Palazzeschi… | Ezra pound… || e, più di questi, Alda Merini...” (Testimoni del tempo). Anche quando l’autore tocca argomenti di quasi attualità, lo fa frapponendoci un filtro, che è il filtro della letteratura, una distanza che non allontana l’oggetto, ma lo traspone in un contesto più vasto, ricostruito dalla coscienza e conoscenza artistica: “l’affetto avrà gli occhi di una bimba atterrita di Cambogia | che sfugge allo stupro: nessun mercenario ha una figlia” [Cambogia – Kosovo 1999 (...a ritroso)]. E infine un ammonimento: “e certi percorsi ignorali, | se non sai affrontarli a volo radente, | con addosso niente” (Transiti).

Un tale diffuso uso delle rime e di tecniche ormai desuete nel panorama della poesia attuale, potrebbe risultare stucchevole, se non supportato da ragioni e argomenti indiscutibili. Io spero di aver dimostrato alcune di queste ragioni, altre le troverà il lettore più attento di me.

È evidente che le mie citazioni sono riduttive, lacerano e sezionano senza poter dipanare o svelare la complessità dell’opera. Possono però servire da pungolo, da stimolo, anche quando la mia valutazione differisse dalle intenzioni dell’autore.

Per concludere: in una società come quella attuale che celebra il presente quale unico ambito di autoaffermazione, attraverso un perentorio e immediato soddisfacimento di desideri quasi sempre indotti, l’artista si trova di fronte a poche scelte: o approfondisce e spiega i meccanismi del fenomeno, destrutturandolo, per trovare gli appigli su cui aggrapparsi per superarlo (in quanto questo stato di cose uccide l’arte e la creatività e forse lo stesso essere umano così come lo conosciamo noi) o fa come fa Alessandro in questo libro: rigenera una memoria storica della forma poetica ricollocandola nella trama della quotidianità, intrecciandola con i danni e le storture che l’attuale realtà produce, e lo fa con i mezzi che quella stessa società emargina, nega ed esclude, con la poesia. E Alessandro non potrebbe fare altrimenti, o di più, o diversamente, perché la sua vita reale, il suo quotidiano, è sull’altro fronte della barricata, in quel settore della società che si chiama commercio e che in questa società è essenza totalizzante, anima e corpo, principio e fine di tutto. È un tema che egli pure affronta, ma lasciandolo in penombra, dietro le quinte, e facendolo riemergere solo a tratti, un poco come fanno i sogni che rivelano attraverso indizi: “…le famiglie | sulle quattro ruote vagano ogni sabato | infelici da un fast food all’altro di città mercato, | tutte identicamente anonime e istupidite” (Il racconto delle canne).

Ed è con la poesia e nella poesia che Alessandro mostra qual è la sua precisa scelta di campo, la sua collocazione e adesione: e non può essere che l’arte, la vita.
Recensione
L'ora dello scorpione / Ceasul scorpionului
poesia 
Autori
Alessandro Cabianca
Edizione:
Idc Press
Cluj-Napoca 2010

Edizione bilingue italiano/romeno. Prefazione e traduzione di Stefan Damian. Cura grafica e copertina di Cristian Alexandru Damian. In copertina disegno di Severino Bacchin - pp. 92

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.8/2010
 

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