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Intorno a
La luna e gli spazzacamini di Roberta Degl'Innocenti
Venerdì 6 marzo
2009
Scandicci, Saloncino Unicoop
Favola, Fiaba e
Apologo, di cui tanto bene compie il distinguo Paolo Ruffilli nella sua
prefazione a La luna e gli spazzacamini di Roberta Degl’Innocenti,
pongono questa bella, delicata, ironica e poliedrica storia (intendiamoci bene
la lieve ironia ha un accentuazione poetica e di humour profondo e ben mirato
anche se apparentemente lieve) nell’ambito della fiaba in cui si parla di esseri
umani oltre che di animali e di creature soprannaturali, per lo più magiche o
leggendarie. Ma, se non nella forma, nel contenuto almeno, qui c’è molto
dell’apologo, poiché “la morale della favola” cosiddetta, si desume
esemplarmente e chiaramente dal racconto, a mo’ di chiusa dei singoli episodi,
naturalmente meno esplicita che negli apologhi ma assai più chiara che nelle
normali fiabe. E tuttavia non turba l’andamento della narrazione perché
s’innesta in essa, nel dialogo e nelle onomatopee, con tale naturalezza che si
può bere come nettare, che non pesa sul cuore né sullo stomaco, che lascia
soltanto, a mo’ di ricordo indelebile, un genere inedito di riflessione,
un’emozione diversa, un ricapitolare i motivi determinanti dell’esistenza,
un’assimilazione che si fa propria in quanto è riuscita a penetrare
silenziosamente nell’anima; insomma ce ne siamo impossessati e tuttavia non
proviene da noi: così queste fiabe cui molti attributi si confanno
contemporaneamente.
Se vogliamo
cominciare dalla varietà dei personaggi non dobbiamo dimenticare quella dei nomi
“di battesimo” (come li definisce l’autrice) tutti emblematici e spiritosi, per
poi passare a riflettere sugli spazzacamini poveri poveri, bambini abbandonati
e sognatori che trovano una mamma: la bella signora vestita di bianco e madre di
tutti, la grande madre Luna, la dolce madre Luna, la madre dei poeti fra
l’altro. Non so dire quanto lirismo si sprigioni da queste fiabe, esse
costituiscono un poema in prosa suddiviso in capitoli, poiché sono intrise di
poesia, sono pura lirica loro stesse. E non parliamo poi della notte, la
prediletta, punteggiata di stelle frementi, corredo splendido della luna, che
sembra dominarle e circondarsene come di fiori d’argento. La notte, si sa,
favorisce il raccoglimento, l’ispirazione, l’uscire fuori dallo spaziotempo
giornaliero, il sentirsi un’altra cosa, e non solo il sonno e l’amore di cui si
fa pronuba tale da poter emulare Eros, ma anche l’ineffabile venustà
dell’universo così come ci appare dal nostro angolo, il dialogo con tutte le
creature, perché ciascuna ha un’anima come vedremo appunto in queste fiabe,
perfino i sassi hanno un’anima, perfino le pietre, così che in tale sede sarebbe
anacronistica nel consueto significato l’espressione “cuore di pietra”. Si
tratta d’atmosfera animista, quando il già ricordato nome personale determina e
definisce i singoli oggetti senza discriminazione, dalla vita alla morte, quasi
ridendo sulle tipologie e relative vicende o magari piangendo. Come abbiamo già
evidenziato i diversi soggetti-oggetti possiedono sogni e sentimenti, ma
anche occhi, orecchie e bocca, e gambe per camminare e mani per pregare e
accarezzare, e lacrime o sorrisi a seconda del caso.
A proposito, come
dimenticare le lacrime di Biancolina? Come? E’ assolutamente impossibile.
L’amore per le creature in tal sede è così vasto e dettagliato che non si può,
proprio non si può scordare questa singolare e toccante dimensione, queste
accezioni tutte umanizzate, che mostrano spesso la faccia umoristica ma talvolta
fanno piangere e talaltra mettono in luce tipologie ben note, magari abilmente
caratterizzate dalla metafora d’un animale, d’un vegetale, d’un minerale, d’un
semplice oggetto, qualcosa di minuto ad esempio come una zanzara, magari nella
realtà fastidioso e insolente, ma qui tanto simpatico quanto motivato ad una
valida autodifesa, come ad esempio nella fiaba “La zanzara distratta”. E
torniamo ab ovo, ovvero all’elenco delle peculiarità di questo genere di fiaba.
Pensate all’”aurea mediocritas” di Margie e Fosforina che in qualsiasi modo sono
costrette a seguire l’imperativo categorico della sopravvivenza. Come sono
GRANDI nella loro pochezza, perché emblematiche della battaglia per la
sopravvivenza, mediocri sì, ma IMMENSE umanisticamente parlando. Pensate
all’amore fra Virgola e Biancolina, un coniglietto di peluche e una piccola nube
candida, eterogenei apparentemente, in realtà tali e quali, simboli dell’amore
grande e del sacrificio. Potremmo dire che trattasi d’amore esotico,
in quanto giocattolo e nuvola.
Ha proprio ragione
Roberta nel precisare Fiabe per grandi e piccini, mettendo “grandi” al
primo posto, eh sì, perché sono i cosiddetti “grandi” a dover riflettere su
certe cose (e siamo in questo modo vicini all’apologo) proprio oggi che ci
vergogniamo dei sentimenti, oggi che la ferocia impera, oggi che la bestialità
vince, oggi che la mediocrità consiglia di non amare per non soffrire, oggi che
la paura spinge a rinunziare alla Felicità, proclamandola inesistente. E
a tanti che si annoiano, a tanti che pongono fine alla propria esistenza
brutalmente, per insoddisfazione psichica, vorrei dire che chi non soffre non
gode e che l’emozione è il clou della vita, come ci testimoniano queste creature
spurie, tutte belle, tutte VERE. Io qui non voglio far paragoni con Esopo o con
Molière, con Hans Christian Andersen o con i Fratelli Grimm, e nemmeno con Walt
Disney (del quale, leggendo queste pagine ho sentito, squillante, la voce)
perché alcuni personaggi sono assolutamente inediti e inedita è la loro
miscelazione. Non desidero, quindi, far sfoggio di cultura, ma solo parlare di
questo libro. E veniamo all’ineffabile pescatrice di conchiglie che prima
guarisce e poi rituffa in mare, perché tanto lo ama – il mare – specie dopo
aver ascoltato la storia delle singole conchiglie – da trasformarsi in sirena e
rimanervi per sempre. E’ quasi il contrario della Sirenetta di Copenhagem.
Infatti l’una sacrifica se stessa per amore d’un uomo, mentre questa ritorna nel
suo vero regno per amore d’un Tutto naturale, per un Mondo Migliore, perfetto
con tutte le sue manchevolezze e i suoi limiti. Amore per gli altri: ecco il
SEME del personaggio – direbbe il metodo Staniwlawskij – cioè un sistema
d’interpretazione piuttosto che di recitazione che attualizza il vero della
creatura. E passando, per finire, dalla commozione all’humour, cosa ne dite del
bambino che non ha niente se non i propri sogni e la propria sensibilità, che ne
dite della pietra saggia e paterna, che ne dite delle già ricordate sapienti
zanzare? Come si fa a mescolare lo spirito con la poesia, e – notate – per
spirito intendo quell’arguzia sottile, sottopelle, come il Palazzo di Vetro
della Nazione delle zanzare e di tutti quei minimi massimi personaggi, uno
diverso dall’altro, uno più caratteristico dell’altro, accarezzati con dolce
ironia? E infine, perché altrimenti non la smetto più, osserviamo quanto conti
per Roberta Degl’Innocenti quella specie di didascalia in corsivo (per il
teatro sarebbe appunto questo), e la riproduzione dei rumori fino alla
musicalità, nonché la divisione dei brani e l’evidenziazione d’un’importante
imminenza quasi a sottolineare l’attesa: il tutto, sceneggiando il testo, ne
fa appunto una serie di pièces teatrali, se non erro in parte già
rappresentate (dai bambini di una scuola?).
Non parliamo,
poi, dell’interpretazione figurativa di Andrea Gelici, che ha colto la qualità
storica d’ogni fiaba, intesa, sempre secondo Staniwlawskij, come “storia
del personaggio”, come personaggio ed evento statico-dinamico, dominante nel suo
ambito narrativo, il quale ha respirato quel genere d’atmosfera che soltanto un
vero artista è capace di conferirgli, trasformando il simbolo in realtà.
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Materiale |
| Intorno a La luna e gli spazzacamini di Roberta Degl’Innocenti |
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saggistica
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| Autori |
| • | Duccia Camiciotti |
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Pubblicato su: Literary nr.8/2009 |
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