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Intervento in occasione della presentazione
della poetessa
Ninnj Di Stefano Busà

La Camerata dei Poeti
Firenze, 16 marzo 2011

Duccia Camiciotti

Iniziare subito dalla sensazione penetrante (e non concetto – dico io – perché il lirismo in qualche modo sfronda il pensiero e i contenuti in genere, pur questi ben presenti) dell’Assenza. E con questa parola non intendo né il niente, né l’impalpabilità (pur essendo essa presente nel melodioso sfiorare il tutto come delicato tocco su tasti di pianoforte classico), né tantomeno l’inesistenza d’una tematica sia pure inerente il singolare melodioso climax lirico. Quello che ho percepito, dato che questa fascinosa lirica tocca, in ciascuno, le corde più singolari dell’anima, è quasi una nostalgia, un rimpianto un desiderio disperato se pur dissolto nel dubbio. Di penetrare fino in fondo, fino all’ultimo il significato delle cose, che pure non presentano, al dispiegarsi del ragionamento, una risposta esaustiva.

Come mai – si potrebbe chiedere l’Autrice – questo elemento così bello è anche tanto misterioso, e si nasconde alla mia analisi ultima. Per questo, forse, io insisto nel SENTIRE, nel descrivere e basta, nell’evocare e nel chiamare, perché non posso fare altro. Ma questo è solo il dialogo che ho immaginato fra Ninnj Di Stefano e le sue contemplazioni concrete, le COSE insomma. E come tutto ciò possa fluire in questo modo inesplicabilmente melodioso senza pause stridenti, in questa sorta di sinfonia-elegia struggente ma anche di grande evidenza descrittiva, questo – potenza dell’arte – non ho capito ancora come possa sussistere dove domina l’assenza. Ma qual genere d’assenza? Forse mutilazione violenta, ammesso che qui vi sia qualcosa di violento in questo dolce enigmatico flusso di parole, oppure sia mutilazione dolente degna di lamentazione biblica (in verità alquanto moderata e quasi implicita nel canto), ovvero, più plausibilmente immersione nella totalità, nel Nirvana Buddista che può essere il tutto o il niente (in specie rispetto all’umano) ma dal quale in ogni caso scaturiscono costellazioni d’immagini. E’ un’assenza più plausibilmente avvertita come un ALTROVE di difficile, per noi, decifrazione. E’ certo che nel cosmo tutto è simile ma niente così scrupolosamente uguale, e pertanto ciò che ritorna, nella sua stagione, non si ripete in senso assoluto, ma si riproduce, e l’accettare il fenomeno, il nominarlo e decantarlo tramite la PAROLA diventa una coraggiosa sfida al VUOTO. Forse questo vuoto, provvisoriamente inesplicabile, è un mostro incomprensibile e tentacolare, ma di sicuro la PAROLA lo snobba, lo contraddice e ,in senso lato, lo riempie e gli conferisce un significato, se non altro di sfera umanistica ed emotiva. Non che il pensiero filosofico non sia presente in questa sede, ma certo non si tratta né di compendio né di sistema. Ma soltanto d’una sorta di effusione che pure, in certo qual modo sui generis, l’ispirazione cristiana nella persona umana di Cristo stesso.

Cantianamente parlando, rimaniamo senz’altro nel fenomenologico, nell’esserci qui ed ora. Non siamo nemmeno lontani da certa atmosfera heideggeriana, siamo comunque sollecitata dalle rare parvenze e dagli aromi squisiti, dalle parvenze emblematiche di molte piante rare, invocate poeticamente e letterariamente secondo un certo classicismo idiomatico che tuttavia funge solo da scheletro in un contesto assolutamente moderno, il quale non rigetta Montale ne Ungaretti e nemmeno Quasimodo (se non altro per i ritmi della versificazione) pur rimanendo tutto questo a livello nascosto da stratificazioni personali assolutamente inedite. In tale contesto, quindi, alcuni vocaboli concreti, reiterati protagonisti, conferiscono all’indistinto un certo senso della realtà. Si considerino alcuni vocaboli tratti da titoli che conferiscono l’esistenza , la vita, alle rispettive evocazioni naturali o astrattamente e profondamente umane, quali, ad esempio, “riverbero alato”, “distanza”, “stelle”, “notti”, “viburno”, “cencio bianco”, “mare”, ”crepe”, trafittura, celestrità, criniera, ambrosia, tempo, magia,frangiflutti, assenzio, cristallo, rubino, onda,virgola,vento, etc., ci accorgiamo di quale spazio immenso essi racchiudano, di quanta possibilità d’estensione di senso, di superamento quasi metafisico. Non che qui la metafisica sia a bella posta esemplificata, no, ma è quasi immanente nella preziosa, levigata e contenuta lirica, Alla specie di ripetizione duemilistica e cosmica del monologo amletico, i termini da “Essere o non-essere” si trasformano in “esplodere.implodere” e non è che questa seconda versione risolva granché per tutti coloro che cercano un senso preciso e circostanziato alla vita. E anche il termine “arsura”, (non il topos montaliano) ma una crudezza assetata, una tensione emotiva, ma anche una felicità ritmica, riportabile forse all’estraniamento beato dei dervisci, o alle pratiche mistiche dei monaci del Monte Athos?).

Neutralizzarsi per risvegliarsi ALTROVE (nel Nirvana forse?) Metrica senza sbavature, commisurata al respiro. Tessitura ritmica mediterranea? Tutto è possibile, ma non sicura, E’ certo che un melange di queste connotazioni è reperibile in questa magistrale poesia Esiste anche un respiro regolare ( e i monaci sunnominati lo sanno) del contemplare, del meditare, del ricordare commemorando. Inestricabile intreccio giambico forse anche in certi infiniti silenzi quasi leopardiani. Ma forse è soltanto un ineffabile intrecciarsi di segni in metamorfosi semantiche, sì che una singola parola, la quale va esaminata e soprattutto “sentita” in ogni sua sfaccettatura emozionale, si presenta variegata e translucida e poliedrica come un brillante. Una prima chiave di lettura, tuttavia, potrebbe essere contenuta nelle concordanze, nelle occasioni, nelle condizioni temporali terrestri necessariamente mutevoli e non certo assolute. Come in una sinfonia le note si combinano, si corrispondono, s’intrecciano così le parole, nella sinfonia del tutto, un tutto (e non a caso scrivo questa parola con la “T”minuscola) segnato irrevocabilmente dalla Luce verso la quale è stabilmente proteso. Luce biblica, neo platonica-ellenistica, luce pitagorica, aeropagitica (vedi Dionigi l’Aeropagita), luce degli stiliti del deserto, quanto di San Francesco, di Dante, Luce-logos, luce Luziana (nel “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”), pienezza ontologica minacciata e perduta di cui la nostra poetessa cerca di riappropriarsi, sia pure con sofferenza liricamente pacificata. Quello che la filosofia non può certamente può l’Arte!

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