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Iniziare subito dalla sensazione penetrante (e non concetto – dico – perché il lirismo in qualche modo sfronda il pensiero e i contenuti in genere, pur se questi nell'opera ben presenti) dell'Assenza. E con questa parola non intendo né il niente, né l'impalpabilità (pur essa presente nel melodioso sfiorare il tutto come delicato tocco sui tasti di pianoforte classico), né tantomeno l'inesistenza di una tematica sia pure inerente il singolare melodioso climax lirico.

Quello che ho percepito, dato che questa fascinosa lirica tocca, in ciascuno, le corde più singolari dell'anima, è quasi una nostalgia, un desiderio disperato se pur dissolto nel dubbio. Il penetrare fino in fondo, fino all'ultimo, il significato delle cose, che pure non presentano, al dispiegarsi del ragionamento, una risposta esaustiva. Come mai si potrebbe chiedere l'Autrice, questo elemento cos'è bello è anche tanto misterioso, e si nasconde alla mia analisi ultima.

Per questo, io insisto nel sentire, nel descrivere e basta, nell'evocare e nel decifrare, perché non posso fare altro.

Ma queste è solo il dialogo che ho immaginato tra Ninnj Di Stefano Busà e le sue contemplazioni concrete, le cose insomma. E come tutto ciò possa fluire in tal modo inesplicabilmente melodioso senza pause stridenti, in questa sorta di sinfonia-elegia struggente, ma anche di grande rilevanza descrittiva e con tale potenza possa sussistere e dominare l'Assenza ci chiediamo qual genere d'assenza, mutilazione violenta, ammesso che vi sia qualcosa di violento in questo dolcissimo, enigmatico flusso di parole, oppure, dolente degna di lamentazione biblica (in verità moderata e quasi implicita nel canto), ovvero, sia immersione nella totalità, nel Nirvana Buddista che può essere il tutto o il niente (in specie rispetto all'umano) ma dal quale scaturiscono costellazioni d'immagini.

E' un'assenza, più plausibilmente avvertita come un altrove di difficile decifrazione.

Pertanto ciò che ritorna non si ripete in senso assoluto ma il nominarlo e decantarlo tramite la parola diventa in sé stesso una sfida al vuoto.

Non che il pensiero filosofico non sia presente in questa sede, ma certo non si tratta né di compendio né di sistema, senza escludere l'ispirazione cristiana nell'umanità di Cristo stesso. Kantianamente restiamo nel fenomenologico, nell'esserci qui ed ora. Non siamo neppure lontani da certa atmosfera heideggeriana, pur sollecitati da rare parvenze, da aromi squisiti, evocati poeticamente secondo un certo classicismo idiomatico che tuttavia funge solo da scheletro in un contesto assolutamente moderno, il quale non rigetta Montale né Ungaretti e nemmeno Quasimodo (se non altro per i ritmi della versificazione) pur rimanendo a livello di stratificazioni personali inedite. In tal senso , alcuni vocaboli concreti, reiterati protagonisti, conferiscono all'indistinto un cero senso di realtà. Si evincono alcuni titoli e termini come "riverberi alati", ", "crepe", "trafitture", "celestrità", i quali potenzialmente racchiudono l'estensione di senso e un quasi sconfinamento nel metafisico. Non che la trascendenza qui sia a bella posta semplificata, ma è quasi immanente nel prezioso e levigato lirismo.

Alla specie di ripetizione duemilistica e cosmica del monologo amletico. essere o non essere, si trasforma, come fa notare Emerico Giachery in "esplodere, implodere", e non è che questa seconda versione soddisfi le speranze di coloro che auspicano un senso circostanziato alla vita.

Ricorrente è anche il termine "arsura", che non è, si badi bene, (il topos montaliano) ma una crudezza assetata, una tensione emotiva, una felicità ritmica, rapportabile forse all'estraneamento dei dervisci, o alle pratiche mistiche dei monaci del Monte Athos).

Neutralizzarsi per risvegliarsi altrove (nel Nirvana forse)

Metrica senza sbavature, commisurata al respiro, al ritmo: tessitura e versificazione mediterranea? Tutto è possibile, ma non certo. Quel che è certo è che in un melange di tali e notevoli connotazioni questa poetica è magistrale.

C'è un respiro regolare (e i monaci sunominati lo sanno bene) del contemplare, del meditare, del ricordare commemorando. Inestricabile intreccio giambico, forse vicino a certi infiniti silenzi quasi leopardiani. Un ineffabile intrecciarsi di segni in metamorfosi semantiche, fà sì che una singola parola va esaminata e soprattutto "sentita" in ogni sua sfaccettatura emozionale, si presenta variegata e traslucida e poliedrica come un brillante. Una prima chiave di lettura, tuttavia, potrebbe essere contenuta nelle concordanze, nelle occasioni, nelle condizioni temporali terrestri necessariaamente mutevoli e non certo assolute.

Come un una sinfonia le note si combinano, si corrispondono, s'intrecciano così le parole, nella sinfonia del tutto, un tutto (e non a caso scrivo con la t "minuscola) segnato inequivocabilmente dalla Luce verso la quale è stabilmente proteso. Luce biblica, neo-platonica, ellenistica, luce pitagorica, aeropagita (vedi Dionigi l'Aeropagita, luce degli stiliti del deserto, quanto anche di S. Francesco, di Dante, luce-logos, luce luziana (ad es."Nel viaggio terrestre e celeste di Simone Martini"), pienezza ontologica minacciata e perduta della quale la nostra poetessa cerca di riappropriarsi, sia pure con sofferenza liricamente più pacificata. Quello che la filosofia non può,certamente può l'Arte quando è vera.
Recensione
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